Il vino è un linguaggio silenzioso, e pochi sanno tradurlo con la delicatezza di Enric Garcia. A 25 anni, il giovane sommelier catalano ha già conquistato un posto tra i primi cinque professionisti della Catalogna, ma ciò che colpisce di lui non è solo il talento precoce, quanto la capacità di far parlare ogni bottiglia come se fosse un racconto vivo. La sua opinione sui prezzi dei calici al ristorante? Scopritela qui!
L'opinione
La sua carriera potrebbe sembrare un lampo: formazione alla JOVIAT, esperienza al ristorante Els Casals, e ora un progetto imprenditoriale che esplora i vini della Linguadoca-Rossiglione. Eppure, dietro questa rapidità c’è un percorso paziente e radicato nella pratica, costruito dal basso, servendo caffè agli abitanti del suo paese e imparando a osservare il mondo con attenzione e curiosità. “Mi definisco ancora cameriere”, ha confessato qui a La Vanguardia. “Il mio approccio al vino nasce dal contatto con le persone. Ho imparato a raccontarlo senza pedanteria, senza tecnicismi, senza barriere. Il vino deve essere un’esperienza, non un enigma”. E ascoltare Enric è come entrare in un racconto in cui il rigore tecnico si mescola alla leggerezza del gesto quotidiano: ogni parola, ogni pausa, trasmette l’entusiasmo di chi conosce la materia dall’interno, tra sorrisi, errori e apprendimenti concreti.

Il giovane sommelier ha cominciato il suo percorso alla JOVIAT, dove ha affinato la tecnica della degustazione, imparando a strutturare un’analisi precisa: prima l’occhio, per leggere colore e limpidezza; poi il naso, per cogliere aromi primari, secondari e terziari; infine il palato, per capire l’equilibrio, la persistenza e le sensazioni che il vino lascia. “Quando inizi a distinguere un vino per il suo carattere e non solo per la marca, entri in un altro mondo. La storia, le regioni, i vitigni: tutto diventa chiaro e applicabile al lavoro quotidiano in sala”, racconta. La formazione è stata solo una parte del suo viaggio: la vera scuola di Enric è stata Els Casals. Lì ha iniziato come capo sommelier senza alcuna certificazione completa, e il suo mentore gli ha concesso libertà, fiducia e la possibilità di sbagliare. “Potevo scegliere un vino, provarlo con i piatti e capire se funzionava. Ho imparato molto dagli errori. Questo ti costruisce come professionista, ma soprattutto come persona che conosce il vino da dentro, e non solo da un manuale”.

Tre mesi fa, Garcia ha deciso di fare il salto nell’imprenditoria, portando con sé tutto il bagaglio di esperienze accumulate. Il progetto si concentra sulla Linguadoca-Rossiglione, la regione francese con la più alta concentrazione di vigneti, circa 240.000 ettari, cinque volte la superficie del Penedès. “Ho visto un’opportunità straordinaria: dedicarsi a una zona, conoscerne ogni cantina, capire il clima, conoscere i viticoltori. Questo genera valore reale, sia per i ristoranti che per chi degusta il vino. Ogni viaggio lì, otto-dieci volte all’anno, è una scoperta”, spiega. La Linguadoca-Rossiglione è tradizionalmente considerata “il granaio di Francia” per la produzione di vini sfusi, ma negli ultimi anni sta vivendo una vera e propria rinascita. Qui, dice Enric, si trova un potenziale ancora poco valorizzato, con vigneti che se vinificati separatamente producono etichette sorprendenti. "Penso che siamo tutti stanchi di vedere in giro solo Borgogna, Bordeaux, ecc... I loro prezzi stanno diventando sempre più assurdi. Credo che dovremmo democratizzare l'accesso ai grandi vini e renderli accessibili! È inaccettabile che la gente non possa permettersi l'affitto in Catalogna e che si paghino 70 euro per un bicchiere di vino al ristorante".

Il Mediterraneo tempera le escursioni termiche, regala equilibrio e consente ai viticoltori di ottenere vini armoniosi, capaci di raccontare il territorio senza artifici. E Garcia, con la sua costante presenza sul campo, visita cantine, conosce viticoltori e studia i microclimi: un approccio che gli permette di costruire un’offerta di vini che non sia solo qualitativa, ma profondamente consapevole del contesto in cui nasce. La filosofia di Enric nella scelta di un vino è in continua evoluzione. “Oggi potrei dirvi una cosa, tra tre anni potrei raccontarne un’altra, perché imparo, viaggio, assaggio, cambio prospettiva. Ciò che rimane costante è la ricerca della qualità e dell’autenticità. Se scelgo un pomodoro con il minimo di sostanze chimiche, voglio lo stesso per il vino. E soprattutto, i vini devono emozionare, devono raccontare il paesaggio e la storia di chi li produce”, racconta. Il rapporto con il produttore è fondamentale. “Non basta che un vino piaccia. Deve riflettere la personalità della cantina. Quando assaggi più referenze di uno stesso produttore, devi percepire coerenza: è questo filo conduttore che trasmette autenticità”. E la sua attenzione si rivolge anche ai vini naturali, a quelli che rispettano la materia prima e parlano di un lavoro fatto con integrità.

Enric Garcia rappresenta una nuova generazione di sommelier: giovani, preparati, ma profondamente radicati nel concetto di ospitalità. Il vino per lui non è solo un prodotto da vendere, ma un’esperienza da condividere, un linguaggio che chiunque può imparare a leggere. “Non mi interessa il tecnicismo fine a se stesso, ma voglio che le persone capiscano e si emozionino. Questo è ciò che rende il vino accessibile e vivo”, sottolinea. Il percorso di Enric non è fatto solo di vittorie e riconoscimenti, ma di scelte coraggiose, curiosità instancabile e amore per ciò che fa. Dal bar del paese dove serviva caffè agli anziani, alla formazione tecnica, fino alla gestione della sua attività imprenditoriale focalizzata su una regione che molti ancora trascurano, ogni tappa ha contribuito a costruire la sua visione: un vino che parla, che emoziona, che insegna e che unisce, senza esclusioni. E mentre racconta le sue esperienze, la passione di Garcia diventa tangibile, quasi visibile: ogni frase è un passo tra le vigne, ogni sorriso un brindisi alla curiosità, ogni bottiglia un invito a scoprire storie nascoste. È questa la forza di chi, giovane ma già esperto, trasforma la tecnica in poesia, il territorio in racconto, e il vino in un’esperienza da vivere fino all’ultima goccia.