Si dice, con un pizzico di britannica ironia, che la schiera dei Master of Wine sia più esigua di quella degli astronauti che hanno solcato il cosmo. Eppure, da oggi, la volta celeste dell’enologia mondiale brilla di una luce nuova, intensamente italiana e, per la prima volta, orgogliosamente femminile. Con la proclamazione di Cristina Mercuri, l’Italia non solo cala un poker d'assi nel club più esclusivo del pianeta, ma abbatte un soffitto di cristallo che pareva inscalfibile.
Dal codice alla vigna: un’analisi del rigore
Il percorso di Cristina Mercuri non ricalca i sentieri battuti della tradizione bucolica. La sua è una storia di metamorfosi intellettuale. Già avvocato in prestigiosi studi internazionali, specializzata in fusioni e acquisizioni, la Mercuri ha trasposto il rigore analitico del diritto tra i filari e le barrique. Nel 2015, la "folgorazione": l’abbandono della toga per intraprendere un cammino accademico che definire impervio sarebbe un eufemismo. Non si diventa Master of Wine per lignaggio o per semplice dote comunicativa. Il titolo, conferito dall’Institute of Masters of Wine di Londra (fondato nel 1953), è l’apice di un sistema "self-taught" dove il candidato è solo di fronte all'immensità dello scibile enologico. Dalla biochimica della fermentazione alle strategie macroeconomiche dei mercati asiatici, fino alla prova regina: la degustazione alla cieca. "È stato un percorso durissimo, fatto di studio quotidiano e senza scorciatoie", ha dichiarato la Mercuri. "Mi ha insegnato metodo, umiltà e una dedizione totale al lavoro".

L’elite dei quattro: il nuovo rinascimento italiano
Fino al 2021, l'Italia — pur essendo il primo produttore mondiale di vino — era paradossalmente assente da questo gotha. Il tabù è stato infranto dal toscano Gabriele Gorelli, seguito a stretto giro da Andrea Lonardi e Pietro Russo. Con l’ingresso di Cristina Mercuri, il panorama si completa, portando la sensibilità e la competenza tecnica femminile al vertice della piramide. Essere un Master of Wine oggi significa molto più che saper narrare un territorio; significa influenzare le scelte d'acquisto delle grandi catene internazionali, dirigere la consulenza strategica e definire i canoni del gusto globale. In questo, la Mercuri eccelle già come CEO del Mercuri Wine Club, un'academy che sposa la cultura enciclopedica del vino con le nuove frontiere della comunicazione digitale.

L'architettura di un titolo mondiale
Per comprendere la portata dell'impresa, basti osservare la struttura dell'esame finale, una maratona intellettuale e sensoriale:
- La parte pratica: tre mattine consecutive di degustazioni alla cieca (36 vini in totale), dove bisogna identificare vitigno, origine, tecnica di vinificazione e potenziale commerciale.
- La parte teorica: Saggi argomentativi su viticoltura, business del vino e questioni d'attualità.
- Il Research Paper: Una tesi finale di 10.000 parole su un tema di ricerca originale e inedito.
Un'eredità in divenire

Oggi Cristina Mercuri non è solo un nome nell'albo d'oro di Londra; è un punto di riferimento per una nuova generazione di professionisti. Giudice per Decanter e già wine editor per Forbes Italia, la sua missione trascende il titolo accademico: diffondere una cultura del vino che sia tecnica, internazionale e spogliata di ogni inutile romanticismo di facciata, per ritrovare la verità nel calice attraverso la lente della competenza pura.
L'Italia del vino, con questa quarta nomina, conferma di non essere solo la terra del "saper fare", ma anche quella del "saper interpretare" ai massimi livelli mondiali.