Mondo Vino

Crisi su Bordeaux, 20 centesimi per una cassa di vino: parlano i vignaioli disperati

di:
Elisa Erriu
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Jacques Chardat di Corlianges 2 2026 03 02 16 22 02

Circa ventitré centesimi a cassa, per uno dei prezzi più bassi mai registrati sul mercato: a Bordeaux il vino è in crisi nera.

Bordeaux non brucia solo nelle immagini delle vigne date alle fiamme durante le proteste, ma in una ferita più silenziosa e profonda che attraversa cantine, famiglie, bilanci e memoria. Il gesto di sradicare una vigna, in una delle regioni vinicole più riconoscibili al mondo, non è un’operazione agricola come le altre: equivale a rinunciare a una parte di identità, a interrompere una continuità che per generazioni ha resistito a fillossera, guerre mondiali, annate impossibili. Oggi, però, quella continuità si scontra con numeri che non lasciano spazio all’illusione. Lo scorso novembre, nella zona di Blaye, un’asta ha restituito l’immagine più crudele di una crisi che covava da decenni. Ottocento ettolitri di vino biologico, pari a novantamila casse, appartenenti a una cantina finita in bancarotta, sono stati venduti a venticinque euro per ettolitro, circa ventitré centesimi a cassa. Un prezzo che scivola ben al di sotto di quella che già viene considerata una soglia minima, fissata attorno agli ottanta euro. La sera stessa, alcuni viticoltori hanno reagito aprendo i rubinetti di cisterne contenenti centodiecimila casse di vino simile, lasciandolo defluire nelle strade piuttosto che assistere a un’ulteriore svalutazione del mercato.

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«È un crève-cœur, un colpo al cuore», ha raccontato Jacques Chardat di Corlianges, négociant che distribuisce vini di una ventina di château tra Blaye e Bourg (sull’altra sponda della Gironda rispetto al Médoc) a Wine Spectator. «Per un vigneron vedere la propria proprietà venduta all’asta segna la fine del lavoro di una vita, talvolta il risultato di più generazioni». Parole che restituiscono una dimensione emotiva spesso assente nelle analisi economiche, ma centrale per comprendere cosa stia davvero accadendo a Bordeaux. La crisi non riguarda soltanto i margini o i conti in rosso. A dissolversi è un modello culturale ed economico che ha sostenuto la regione per oltre un secolo. Bordeaux resta la più grande area francese dedicata ai vini di qualità, con più di duecentocinquantamila acri vitati e migliaia di produttori, molti dei quali a conduzione familiare. Anche i grandi nomi, i classificati che catalizzano l’attenzione internazionale, attraversano un momento complesso, stretti tra vendite in calo e un sistema dei futures che mostra crepe evidenti. Ma è soprattutto nella base produttiva che la frattura diventa irreversibile.

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Jacques Chardat e la moglie

Il crollo non è improvviso, bensì il risultato di una tempesta che ha sommato fattori esterni e interni. Nel 2015 Bordeaux produceva cinquecentocinquantacinque milioni di casse e ne vendeva seicentodieci. Un successo tale da spingere il CIVB, il Conseil Interprofessionnel du Vin de Bordeaux, a pianificare ulteriori impianti nel piano strategico 2018-2025. «Erano tutti soddisfatti, e l’idea dominante era piantare ancora», ricorda Jean-Pierre Durand, négociant di AdVini e membro del consiglio CIVB in rappresentanza dei commercianti. Poi il mercato si è ritirato con una violenza inattesa. Le campagne anticorruzione e anti-alcol promosse da Xi Jinping hanno frenato drasticamente i consumi in Cina, che nel frattempo era diventata il principale mercato di esportazione per Bordeaux. In pochi anni, le spedizioni sono scese da settantadue milioni di casse a meno di ventidue milioni. La pandemia ha fatto il resto, chiudendo ristoranti e congelando il turismo enologico. A complicare ulteriormente il quadro, un mutamento strutturale nel consumo interno francese. Bordeaux moderna si è costruita sul vino bevuto quotidianamente in Francia, ma quella base si è assottigliata progressivamente. Il consumo nazionale è sceso da oltre trecentotrentatré milioni di casse annue a una forchetta compresa tra duecentoventi e duecentosettanta milioni. Ancora più indicativo il dato pro capite: da circa cento litri all’anno per persona, l’equivalente di undici casse, a poco più di un terzo, tra tre e cinque casse e mezzo.Le conseguenze economiche sono brutali. Il Bordeaux rosso venduto sfuso, quello storicamente acquistato nei supermercati francesi, ha perso un terzo del suo valore dal 2018. Crédit Agricole segnala che circa milleduecento proprietà, quasi il venticinque per cento delle quattromila ancora attive, si trovano in trattative di ristrutturazione del debito. Molti produttori hanno in cantina quattro annate invendute, pari a dieci milioni di euro immobilizzati senza alcuna entrata. «Gestire una tenuta da cinquanta ettari costa tra 1,2 e 1,5 milioni di euro l’anno», spiega Durand. «Tra macchinari, trattamenti, imbottigliamento. E per molti non entra nulla».

Jean Pierre Durand
Jean-Pierre Durand

Le manifestazioni a Bordeaux, con cartelli che ricordano come senza agricoltori non esista campagna, rendono visibile una disperazione che da tempo circolava sottotraccia. Di fronte a questo scenario, la risposta delle istituzioni ha assunto una forma drastica. A fine novembre, la ministra dell’Agricoltura Annie Genevard ha annunciato un fondo da centotrenta milioni di euro per un piano di sradicamento definitivo delle vigne, attivo tra il 2026 e il 2027. L’obiettivo dichiarato consiste nel riallineare l’offerta a una domanda in netto calo, in particolare per i vini rossi. Il programma riprende uno strumento già utilizzato tra il 2008 e il 2011, combinando centoventi milioni di fondi europei con risorse nazionali, per arrivare alla rimozione di settantaduemila-ottantunmila acri a livello nazionale. Le domande approvate a dicembre coprono quasi sessantottomila acri, e Bordeaux rappresenta circa la metà del totale. Il contributo previsto è di quattromila euro per ettaro, con la possibilità di salire fino a diecimila nelle zone più fragili, come la Rive Droite. Le vigne dovranno essere eliminate entro giugno 2026, senza possibilità di reimpianto per almeno sei anni. Per molti vignerons sommersi dai debiti, questo intervento appare come un’ultima ancora, o quantomeno un’uscita meno traumatica. «Si tratta di una crisi strutturale che eliminerà molti produttori», ammette Chardat. «Chi resterà dovrà adattarsi, seguire nuove tendenze, unirsi per esportare meglio, migliorare la gestione e adeguarsi alle nuove norme ambientali. Serviranno anni, e la visione del futuro resta incerta».

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Durand, però, mette in dubbio l’efficacia del piano. Il contributo di quattromila euro per ettaro viene giudicato insufficiente, soprattutto se confrontato con i diecimila offerti in passato. Inoltre, uno sradicamento parziale rischia di aumentare i costi per bottiglia, costringendo le aziende a lavorare superfici ridotte senza risolvere davvero l’eccesso di produzione. Dal suo punto di vista, una soluzione più razionale consisterebbe nell’incentivare il ritiro completo dei produttori più anziani, permettendo una riduzione netta della capacità produttiva. Soprattutto, il piano non affronta il problema più immediato: le enormi giacenze che continuano a schiacciare i prezzi sotto i costi di produzione. Senza programmi incisivi di distillazione, capaci di trasformare il vino in eccesso in alcol industriale e liberare il mercato, l’effetto dello sradicamento rischia di restare diluito nel tempo.Per chi sceglierà di restare, la strada passa attraverso una ridefinizione profonda dell’identità di Bordeaux. All’interno del CIVB si spinge per vini più leggeri, più leggibili per il consumatore contemporaneo, con minore uso del legno e dell’estrazione, affiancati da un rapporto diretto con il pubblico, svincolato dalla dipendenza passiva dal sistema dei négociant. Promozione mirata verso sommelier e giornalisti, relazioni costruite sul campo, viaggi, ascolto. «I produttori devono incontrare i clienti, creare legami», sottolinea Durand.

Wine Reporter

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