Uno dei 20 vini da bere prima di morire e costa solo 60 euro: Antico Gregori 1976 e la leggenda della Vernaccia di Oristano

Il riconoscimento all’Antico Gregori ‘76 quale migliore vino da meditazione del 2021 da parte della Guida dei Vini del Gambero Rosso potrebbe spostare almeno un po’ il borsino dei valori internazionali, spingendo alla ribalta un capolavoro tuttora sconosciuto ai più.

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La Storia

Sherry, Porto, Madeira, Vin Jaune: nomi da pelle d’oca per gli appassionati di vino di tutto il mondo, idolatrati dalla critica e dai clienti evoluti. Eppure anche l’Italia, sul fronte caldo degli ossidativi, da secoli potrebbe dire la sua, non solo grazie al Vin Santo e al Marsala, la cui parabola dalle tavole aristocratiche agli stabilimenti della Simmenthal avrebbe meritato la penna di Zola. La loro patria elettiva resta la Sardegna, terra di gente seria e schiva, che non si è mai mostrata troppo propensa a divulgare i suoi tesori.

La Vernaccia di Oristano nel 1971 è diventata la prima denominazione riconosciuta della Sardegna. Eppure già nel 1912 e nel 1913 era stata insignita della medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Milano. Portava il nome di una cantina fondata nel 1898 da Salvatore Contini, oggi giunta alla quarta generazione; la stessa che nel 1988 spuntò il primo 3 bicchieri del centro sud con una Riserva 1971. Il riconoscimento all’Antico Gregori ‘76 quale migliore vino da meditazione del 2021 da parte della Guida dei Vini del Gambero Rosso potrebbe spostare almeno un po’ il borsino dei valori internazionali, spingendo alla ribalta un capolavoro tuttora sconosciuto ai più.

Già il nome parla di radici profonde: “vernaccia” origina infatti da vitae vernaculum, uva del luogo. Non un luogo qualsiasi, peraltro: si tratta della Penisola del Sinis e della Valle del fiume Tirso, zone umide e ventose, foderate di macchia mediterranea e di abbaglianti sabbie in quarzo bianco, spazzate da un perenne maestrale. Gregori si riferisce propriamente a un terreno alluvionale, magro e sabbioso tipico di queste zone, su cui la vite viene coltivata ad alberello; Antico invece al metodo “solera”, visto che nel 1976 appena premiato sono presenti una decina di millesimi, cominciando da una base dei primi del ‘900 (ma l’85% è dell’anno in etichetta). E a differenza dello Sherry, analogamente al Vecchio Samperi, non si tratta di un fortificato, visto che l’alcol è interamente naturale. Il risultato, secondo il guru anglosassone Hugh Johnson, è uno dei 20 vini da bere prima di morire.

La produzione resta di nicchia: sono appena 1800 le mezze bottiglie che escono sul mercato a 60 euro; mentre dell’ultima Riserva, la 1995, ne sono uscite 3600 a 30 euro e dell’ossidativo base, il Flor 2015, 25mila bottiglie a soli 12 euro. Ed è una magra consolazione, in questo quadro, potere facilmente stappare bottiglie clamorose a prezzi ridicoli. Andrea Grignaffini ha una sua idea in proposito: “Penso che il successo di determinati prodotti, dalla sartoria ai sigari, ai distillati, possa essere ricondotto alla mediazione del mercato anglosassone, che è riuscito ad assorbire e metabolizzare quanto non era pienamente compreso nelle nazioni di origine, perché letto in chiave puramente artigianale. L’avallo di quel mercato raffinato ha dato invece una spinta economica a una qualità già intrinseca. È il caso di Porto, Sherry, Madeira eccetera. Chi non è entrato in quel meccanismo ha fatto sicuramente più fatica; ma vini come la Vernaccia di Oristano hanno caratteristiche tali che il nuovo mondo creativo degli abbinamenti può accoglierli a braccia aperte per la capacità di equilibrarsi a piatti complessi e per il finale dry in grado di resettare”. La Vernaccia pagherebbe insomma la sua anomalia di grande “endovino” ossidativo, una condizione che non sembra impossibile cambiare.

Se non è mutata nel tempo, tuttavia, la Vernaccia si è certamente ristretta: laddove prima veniva prodotta su 3000 ettari vitati, oggi ne ricopre appena 250. Una volta era presente in ogni casa, in versione “giovane” oppure ossidativa, per essere sorbita da sola o con la pasticceria secca in occasione delle feste, talvolta anche in cucina per sfumare crostacei o costolette di agnello. Mentre oggi fa parlare l’abbinamento con i formaggi o con qualche lamella di bottarga. Il declino, cui i Contini hanno sempre resistito, è caduto negli anni ’90, con espianti sovvenzionati e perdite di quote di mercato, cui ha probabilmente contribuito il boom delle bollicine, della birra e del Vermentino.

Andrea Balleri, brand ambassador di Contini, non ha dubbi: “L’Antico Gregori è uscito senza annata fino a questo 1976, una bottiglia speciale, che abbiamo assaggiato innumerevoli volte, stupendoci continuamente. Nonostante i 44 anni, ha una freschezza disarmante e una profondità insondabile, note salmastre di alghe e un finale interminabile. Probabilmente il miglior vino mai uscito dalla cantina, ma mi vengono in mente anche la Riserva 1991, 1987, 1970…Il mercato va aperto cambiando la percezione, gli abbinamenti, la stessa temperatura di servizio. Qui si è sempre servita la Vernaccia a temperatura ambiente, ma sui piatti salati è preferibile attorno a 8-9 gradi. Suggeriamo di sposare l’Antico Gregori al pecorino alla bottarga con confettura piccante, la Riserva a un erborinato con polvere di cacao amaro, la Flor a un uovo al tegamino con la bottarga o a uno spaghetto alle vongole, sempre con la bottarga”.

 

IL RACCONTO DI MAURO CONTINI

La Vernaccia si produce da sempre in Sardegna: in un sito archeologico chiamato Sa Osa, risalente al 1500-1300 a.C., sono stati rinvenuti vinaccioli, prima di uva selvatica, poi coltivata. La stessa tecnica della flor sarebbe figlia di un errore, non della dominazione spagnola, che sarebbe successiva. Non parlerei neppure di solera, come solitamente si fa: qui da noi è sempre stata tradizione eseguire un rabbocco, non così sistematico e consistente però, in modo da non obliterare l’annata. In pratica la nuova Vernaccia viene aggiunta a una piccola base di vino vecchio, ma non troppo, che funge da inoculo, cosicché la vita dei lieviti si prolunga fino a 15 anni, mentre aumenta il titolo alcolometrico e inizia l’evoluzione ossidativa. Nel primo decennio inoltre ogni due o tre anni aggiungiamo un po’ di Vernaccia nuova per ravvivare i lieviti, sempre entro la soglia da disciplinare del 15%. Ed è un metodo pienamente tradizionale, anche se in passato c’era molta più libertà, senza l’obbligo di attenersi a percentuali precise. In azienda abbiamo tuttora caratelli di vernacce antichissime, che usiamo nel taglio: liquidi densi e scuri, che misurano fino a 25 gradi di alcol.

Paoletto Contini

Prima che arrivasse l’enologo Piero Cella, l’idea di produrre questo vino storico è venuta a mio padre e mio zio, Antonio e Paolo, a cavallo degli anni ’70. Poi è iniziato il declino: il mercato era quasi tutto locale, il consumo era elevato e il vino rappresentava un alimento a tutti gli effetti; ma negli anni ‘90 i sardi hanno iniziato a spostarsi su altre tipologie e solo ultimamente c’è stato qualche segno di ripresa, soprattutto su altri mercati. Per quanto sia il nostro fiore all’occhiello, la Vernaccia è tuttora un vino in perdita, anche a causa della forte evaporazione nell’invecchiamento, che solo altre produzioni ci consentono di portare avanti. Che fare, allora? Bisognerebbe innanzitutto fare fronte comune con gli altri produttori, riunendosi in un consorzio, in modo da approcciare nuovi mercati. Quello interno può tornare, ma più limitatamente, come risposta alla riscoperta altrove. Da queste parti c’è un detto: che la Vernaccia aiuti a combattere la malaria e il malgoverno. Speriamo sia di buon auspicio in questa emergenza planetaria”.

 

GLI ABBINAMENTI DI THOMAS PIRAS

Fra i sommelier più estrosi d’Italia, Thomas Piras ha origini sarde che celebra volentieri in tavola. “Trovo che la Vernaccia di Oristano sia un vino straordinario; ogni produttore le conferisce un tocco personale, ma la base è già eccezionale. In generale nel mondo del vino e perfino dai nostri recettori l’ossidazione è percepita come un difetto; invece qui diventa un punto di forza, capace di esaltare e non mortificare come si penserebbe il varietale. Bevendo la bocca saliva, parliamo di acidità vive, non di vini morti o discendenti, come da ideologia comune. Mi piace pensare alla Vernaccia come a un massaggio thai: ti stai facendo male, ma in realtà ti piace e non puoi più farne a meno. Ai sommelier consiglio di abbinarla a carni alla brace, dove l’ossidazione e la nota fumé creano un connubio unico, oppure a dolci di cioccolato agli agrumi, crostacei e pesce azzurro. La temperatura è cruciale: se è troppo bassa, si chiude; se troppo alta, prevalgono i sentori alcolici. L’ideale è servirla a 14 gradi”.

 

LA DEGUSTAZIONE DI SOFIA CARTA

“Ambrata luminosa e brillante dai ricami oro antico. Il giro di vino nel cristallo è consistente, un nettare gentile disegna fittissimi archetti seppur lenti.

Corredo olfattivo suadente: a calice fermo racconta di frutta matura a polpa gialla con ricordi di nespola e albicocca; il floreale ben scandito di rosa gialla, ginestra di campo, elicriso marino; e poi arriva la frutta secca con le nocciole, le mandorle tostate e il mallo di noce impreziositi dal miele di corbezzolo.

Una girata di calice e l’alcool strega passionalmente il naso. S’apre di note speziate di chiodi di garofano, anice stellato e cannella; scandisce ricordi di caramella mou e crème caramel; poi arrivano lo smalto, il tabacco dolce da pipa, i ricordi di grafite e i ricchissimi toni salmastri.

Al palato le preziose note fresco-sapide moderano il tono alcolico deciso, regalando elegante morbidezza, finissima eleganza e incredibile lunghezza. Un vino che marca il tempo e richiama subito un altro sorso. Una bottiglia da chiacchiera e poltrona, accompagnata semmai dalla bottarga tagliata man mano come piace a noi Sardi, spezzata da un foglio di pane carasau appena caldo.

Antico Gregori deve il suo nome ai terreni magri e sabbiosi della Valle del Tirso, la parcella migliore per la Vernaccia, da vigne storiche e bassissime rese vendemmiata tardivamente.

Riposa in botticelle scolme e negli anni ricama il suo velo di flor, a proteggerla e arricchirla. 

Il metodo di lavorazione è lo storico solera e a ragionar bene, se è vero che la mia bottiglia è datata 1976, è altrettanto vero che racconta storie di ben altri tempi”.