I grandi Vini

Il Piemonte ha due vini di carattere da (ri)scoprire: il Nebbiolo alpino e l’Erbaluce nel Canavese

di:
Fosca Tortorelli
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copertina canavese

Nel Canavese la vite non ha mai trovato condizioni facili, tra terreni acidi e poveri, altitudini che allungano il ciclo vegetativo e temperature che richiedono pazienza. Ma l’Erbaluce e il Nebbiolo, più di ogni altro vitigno, hanno saputo interpretare questa complessità restituendola nel bicchiere sotto forma di freschezza, tensione e profondità.

“Il Canavese è uno di quei territori che si conoscono anche senza saperli indicare con precisione su una mappa. Si trova nel Piemonte settentrionale, a nord di Torino, là dove la pianura inizia a incresparsi verso la Valle d’Aosta e lo sguardo si apre in direzione del Biellese, ma non coincide con nessuna provincia né con una regione amministrativa. È piuttosto una realtà storica e culturale, riconoscibile nel paesaggio, nelle tradizioni, nel mondo agricolo e nel vino, più ancora che nei confini geopolitici”. Con queste parole l’enologo Giampiero Gerbi introduce il senso profondo di un territorio poco conosciuto, ma ricco di storia e di vini di forte personalità. Per comprenderlo, suggerisce, è utile partire da ciò che ne ha segnato la memoria collettiva, come il Carnevale di Ivrea o l’esperienza di Adriano Olivetti.

Territorio 15
 

Il Carnevale, spesso ricordato per la spettacolarità della Battaglia delle Arance, affonda le sue radici nella rivolta dei tuchini, contadini medievali che tra XII e XIII secolo si opposero ai feudatari locali per questioni di giurisdizione e qualità della vita, dando origine a una delle rarissime sollevazioni contadine documentate nell’Europa dell’epoca. Olivetti, secoli dopo, rappresenta un’altra forma di legame profondo con il territorio, fondata su un’idea di industria che non separava la produttività dal benessere delle persone, il lavoro dal paesaggio, la cultura dall’agricoltura e dalla viticoltura, considerate parte integrante di un progetto sociale più ampio.

Paesaggio, lavoro e identità

Questo rapporto intenso tra comunità, paesaggio e pratiche collettive attraversa ancora oggi l’identità del Canavese e si riflette nella complessità del suo territorio. Dal punto di vista geologico si tratta di un’area relativamente giovane, modellata dall’azione dei ghiacciai che hanno dato origine all’anfiteatro morenico di Ivrea. Ne deriva un mosaico di suoli dove convivono depositi morenici, disfacimenti granitici, sabbie e limi, in un’alternanza continua di colline, alture e pianure che genera una straordinaria varietà di microclimi.

Passitaia Erbaluce DOCG
 

È su questa base che si costruisce l’identità vitivinicola locale. Qui la vite non ha mai trovato condizioni facili, tra terreni acidi e poveri, altitudini che allungano il ciclo vegetativo e temperature che richiedono pazienza. È proprio questa difficoltà, però, a generare carattere. L’Erbaluce e il Nebbiolo, più di ogni altro vitigno, hanno saputo interpretare questa complessità restituendola nel bicchiere sotto forma di freschezza, tensione e profondità. Il Nebbiolo del Canavese si colloca lontano dagli stereotipi langaroli ed è un Nebbiolo alpino, più sottile che potente, più dinamico che strutturato, capace di raccontare l’altitudine e la luce. Non a caso, parlando dei Nebbioli del Nord Piemonte, viene naturale richiamare le parole di Mario Soldati che nel Viaggio in Italia li descriveva come vini austeri, ma di un’eleganza profonda, capaci di riflettere il temperamento delle terre da cui provengono. Un’immagine che calza perfettamente anche al Canavese, dove il Nebbiolo germoglia prima e matura più tardi rispetto alle Langhe, sviluppando profili giocati sulla fragranza, sulla finezza e su una vibrante acidità. Allo stesso modo, l’Erbaluce di Caluso rappresenta una delle espressioni più originali del panorama vitivinicolo piemontese. Vitigno autoctono per definizione, attraversa il tempo con naturalezza e si esprime in versioni secche di grande precisione, ma anche in passiti che appartengono a una tradizione tutta settentrionale. Non passiti del sole, ma dell’aria e dell’umidità, dove l’appassimento segue il ritmo delle notti fredde e delle correnti asciutte, dando origine a vini di impressionante longevità.

Vigneto Erbaluce DOCG
 

Il Canavese attraverso il calice

Nel Canavese il vino non è mai un semplice prodotto, ma il risultato di una stratificazione storica, culturale e naturale che continua a dialogare con il presente. È un territorio che non cerca scorciatoie stilistiche e affida la propria voce alla coerenza, alla misura e a un’identità costruita vendemmia dopo vendemmia nel rispetto del luogo. Questo equilibrio emerge chiaramente anche nei vini degustati, che più che rappresentare singole etichette restituiscono ciascuno una diversa sfumatura del Canavese. L’Erbaluce di Caluso DOCG 2024 “aὐτόχθ∞ν” di Giacometto Bruno nasce dalle vigne più antiche dell’azienda e da fermentazioni spontanee accompagnate da un lungo lavoro sui lieviti. Al naso è fine e stratificato, mentre al sorso l’acidità scandisce il ritmo, sostenuta da una materia pensata per evolvere lentamente nel tempo.

Erbaluce di Giacometto
 

Più diretto e luminoso l’Erbaluce di Caluso DOCG 2023 di San Martin, giocato su note floreali delicate e richiami alla frutta a polpa bianca. Il sorso è asciutto e pulito, attraversato da una freschezza naturale che rende la beva scorrevole senza mai risultare banale. Il Roccia Canavese Nebbiolo DOC 2023 di Le Masche racconta il volto più giovane del vitigno, con profumi primaverili e piccoli frutti rossi sostenuti da tannini reattivi e da un’acidità che allunga il sorso. È un Nebbiolo goloso, che rinuncia alla potenza per concentrarsi sull’energia e sulla leggibilità del territorio.

Erbaluce San MArtin
 
Canavese in degustazione
 

Di tutt’altra impostazione il Girumeta Canavese Nebbiolo DOC 2020 di Rostagno, dove l’affinamento accompagna una struttura più profonda e una trama tannica fitta ma composta. Il vino procede con misura ed eleganza, richiamando le espressioni più austere del Nebbiolo del Nord Piemonte, quelle in cui il tempo diventa parte integrante del racconto. Il percorso trova una delle sue espressioni più nette nel Carema DOC 2021 di Cella Grande, sintesi della viticoltura eroica del nord Canavese. Qui il Nebbiolo cresce su terrazze scoscese sorrette da pergole in pietra e nel calice restituisce un profilo sottile e verticale, con tannini lunghi e una persistenza che richiama la roccia da cui nasce.

Carema Cella Grande
 

Nel loro insieme, questi vini restituiscono il volto di un Canavese che non si impone, ma si lascia leggere attraverso dettagli, sfumature e differenze. Un territorio che nel vino trova non una sintesi definitiva, ma uno spazio di racconto continuo, capace di tenere insieme memoria, paesaggio e interpretazione contemporanea.

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