Merano Wine Festival, qual è il futuro del vino? La parola ai produttori

La nostra cronaca di uno degli eventi più prestigiosi del mondo del vino. Abbiamo raccolto la testimonianza dei produttori presenti al Merano Wine Festival, collezionando idee per il futuro e preziose riflessioni sui nuovi trend del settore.

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Merano Wine Festival- la parola ai produttori

L’anno scorso sono riuscito a organizzare l’evento nonostante le previsioni, e le condizioni: però ne ero convinto e sono riuscito a farlo proprio in extremis. Sappiamo come è andata, ovviamente rispettando le norme di sicurezza, tutte quelle che dovevamo seguire. Quest’anno l’affluenza è importante, ieri (sabato, n.d.r) mi sono trovato in una condizione in cui mi chiedevo: ma il Covid c’è stato davvero?” Helmuth Köcher, il Wine Hunter e padre fondatore del Merano Wine Festival è visibilmente soddisfatto di questa trentunesima edizione di un evento tra i più prestigiosi nel mondo del vino.

Cambiato, certamente, mantenendo però, secondo Köcher, “la sua identità iniziale. Perché se guardiamo al percorso, nel 1992 erano 50 le aziende selezionate. Oggi siamo oltre le 700, e si aggiunta la parte food. Ovviamente, vediamo che anche il percorso della qualità dal 92 al 2022 è cresciuto, perché essa è diventata un elemento trainante importante per ogni azienda vitivinicola e anche per i prodotti tipici. Poi gli spazi all’interno del Kurhaus sono quelli che chiaramente io posso gestire e non voglio andare oltre, per cui anche nei prossimi anni cercherò di fare sempre selezione, in maniera tale da mantenere la massima qualità.”

Terminata questa edizione si inizia subito a lavorare il 2023: “Ogni anno cerco di trovare nuovi approcci e nuove sfide da portare qui al festival, grazie al personale, a tutte le commissioni d’assaggio e poi ai Wine Ambassador, che sono coloro che mi gestiscono i mercati esteri, in maniera tale che io riesca a recepire i messaggi che arrivano da tutte le parti del mondo.” In che direzione bisogna andare nel mondo del vino? “È un crescendo, quindi il Festival non è si ripete uguale ogni anno, ma un evento che ogni volta cerca di dare una sua interpretazione, cerca di reinventarsi in base al contesto.” Quest’anno il festival ha puntato al largo tema della sostenibilità, a partire dal summit di apertura “Respiro e grido della terra” dedicato al tema dell’acqua come risorsa primaria.

Abbiamo raccolto la testimonianza di qualche produttore presente, ma non soltanto, perché i protagonisti a Merano sono stati parecchi, inclusa Radio Montecarlo, come noi media partner, rappresentata da Maurizio Di Maggio, conduttore di programmi dedicati a itinerari e bontà come In viaggio con DiMaggio: Helmuth ci ha cercato anche perché noi siamo posizionati in un target medio alto come audience, quella forse più adatta a questo genere di manifestazioni nelle quali i vini sono un gradino più su, tra le eccellenze del territorio. Io stesso vengo dalla cultura del vino, perché sono sardo d’origine ma nasco in Piemonte ai confini con la Val D’Aosta, territorio di Nebbioli, mio fratello è l’enologo di una cantina di produttori di Carema e abbiamo anche un paio di vigne nostre. Sono cresciuto da ragazzino schiacciando l’uva con i piedi quindi capisco quelle che sono le difficoltà dei viticoltori fin dal lavoro in vigna. Così trasmetto ogni giorno da qui con temi dedicati a persone differenti, dai winelovers ai giornalisti di settore a chi rappresenta questo territorio e i suoi vini, come la leggenda Hans Terzer della Cantina Produttori di Appiano.” Tra le aziende presenti, ne abbiamo selezionate alcune per farci raccontare qualcosa in più sulla loro esperienza a Merano.

Argiolas

Argiolas è una storica cantina sarda con la ragguardevole produzione di due milioni di bottiglie. E storica è anche la sua partecipazione al Merano Wine Festival, selezionata fin dalla prima edizione del 1992, quando ancora le aziende presenti erano soltanto un centinaio. Racconta Antonio Argiolas: “Ancora oggi è un grande onore continuare la partecipazione a questo bellissimo evento che per noi è proprio un appuntamento fisso.”

@Francesco Piras

Argiolas è un’azienda molto dinamica: “Siamo sempre in movimento. Non ci si ferma mai. Siamo molto fortunati perché ci troviamo a nord di Cagliari, in un territorio in cui non siamo focalizzati su un unico vitigno, come in altre parti della Sardegna, magari sul Vermentino o sul Cannonau o sul Carignano.  Abbiamo tantissime altre uve, come per esempio il Nuragus, il Nasco, la Malvasia, il Moscato e tante altre.

Ci siamo concentrati tantissimo sul Nuraghe e siamo usciti negli ultimi anni con un metodo Charmat e con un metodo classico. È molto strano parlare di bollicine fatte in Sardegna, però il Nuraghe è un vitigno che si presta molto bene alla spumantizzazione, con il suo basso tenore zuccherino e una buonissima acidità. Sono due prodotti veramente particolari del nostro territorio, anche perché la ricerca sugli autoctoni per noi è fondamentale, è stata la base, la filosofia della nostra azienda.”Le impressioni sulla vendemmia 2022 in Sardegna sono ottime: “Si può dire che siamo stanchi, ma noi siamo contentissimi dell’annata. Siamo stati molto fortunati perché d’inverno ha piovuto tantissimo quindi le vigne sono partite con una bella riserva idrica, e sono arrivate a una buona produzione sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.”

Philarmonica

Sul fronte dei distributori abbiamo incontrato Philarmonica, in particolare il direttore commerciale Massimiliano La Rosa:Siamo un contenitore commerciale, come si suol dire, che si occupa di selezionare aziende in Italia e fuori dall’Italia. Nasce nel 2001 prevalentemente per selezionare Champagne. Siamo stati per lunghi anni importatori di una famosissima maison e nel 2012 abbiamo cambiato registro accordandoci per la distribuzione di un’azienda storica che all’epoca era un po’ scomparsa dal mercato.

Nel frattempo, abbiamo ampliato quello che è il nostro contesto di vini italiani. Siamo anche produttori, a Bolgheri con un’azienda che si chiama Donna Olimpia 1898 e nelle Langhe a La Morra, con Tenuta L’illuminata. Ecco perché abbiamo la sensibilità di andarci a cercare quelle che sono le piccole aziende che hanno voglia di emergere, perché a volte il produttore, specie se piccolo, non ha la forza di arrivare sul mercato. Ecco, Philarmonica è chi permette a questi di arrivare sulle tavole di un ristorante.” Relativamente alla visione del mercato, La Rosa sottolinea: Lo viviamo tutti i giorni e ci sta premiando. Diciamo che il mercato premia molto selezione e servizio, perché un ristoratore comprando da strutture come la nostra può avere un ampliamento della gamma e abbassare quelli che sono i costi singoli di ogni acquisto.”

Sul tema della ristorazione, mondo sul quale Philarmonica ha un osservatorio privilegiato, La Rosa continua: “Nonostante i disagi i ristoratori, quantomeno quelli del nostro segmento, tengono duro. I veri professionisti stanno lavorando, anche se con le difficoltà che chiaramente non possiamo negare.”

Vini buoni d’Italia

Il legame tra Vini Buoni d’Italia e Merano Wine Festival dura da tantissimi anni. Ne abbiamo parlato con Andrea Piacenza, responsabile marketing e comunicazione: “Storicamente noi qui abbiamo sempre presentato in anteprima la guida, quest’anno non lo facciamo solo per questioni di spazi. Le aziende da premiare sono infatti tante e ci sposteremo a Roma il 3 dicembre ma qui siamo presenti con il nostro banco di degustazione Enoteca Italia. Lo portiamo avanti da tanto tempo ed è cresciuto nel corso degli anni, raccogliendo l’interesse degli operatori e dei media per il fatto che consente di fare un giro d’Italia delle eccellenze vitivinicole in un solo spazio.

Qui abbiamo 288 etichette e si possono assaggiare in anteprima. In guida ce ne sono circa 6000 e quindi questo è un piccolo spaccato che consente però di fare un tour di tutta Italia. Abbiamo anche una parte dedicata al metodo classico e il resto è dedicato ai vini da vitigni autoctoni che è la particolarità della nostra guida da sempre. Quest’anno festeggiamo la ventesima edizione, vent’anni di promozione di vini da vitigni autoctoni.In merito a questi ultimi si muovono anche sul mercato internazionale: “Fortunatamente c’è una ricerca di tipicità e quindi i vitigni autoctoni sono sempre più ricercati rispetto a un trend che aveva rischiato di farci perdere quella che in realtà è una ricchezza unica al mondo, perché noi abbiamo più vitigni di Francia Spagna e Germania messi assieme. Quando è nata la guida nel 2004 il mercato richiedeva altro e quindi tanti produttori avevano cominciato ad abbandonare i vitigni storici e tradizionali, magari anche più difficili da portare avanti per certi versi, per impiantare invece vitigni internazionali.

Fortunatamente poi questa tendenza è cambiata e noi abbiamo cercato di dare il nostro contributo facendo nascere questa guida per cercare di dare risalto a quelli che erano vitigni anche molto poco conosciuti, perché parliamo anche di realtà molto piccole. C’è stato così un bel recupero di vitigni che avevano quasi rischiato di scomparire e c’è sicuramente una richiesta molto presente in questo momento di questi di questi tipi di vini, cioè di vini che parlano effettivamente di territorio molto più di altri. E gli autoctoni sono alla fine quei vini che meglio si sposano con i piatti e la gastronomia del territorio.”

Fondazione Villa Russiz

Antonio Paoletti è il presidente della Fondazione Villa Russiz. Ci siamo fatti raccontare che cosa rappresenta: È una storia lunga 164 anni e siamo su due pilastri: uno è la campagna, con la produzione di vino di eccellenza da 160 anni a questa parte. L’altra oggi si chiama casa famiglia e una volta orfanotrofio, dove gestiamo mediamente dai 16 ai 18 ragazzi dai tre anni ai diciott’anni, ragazzi che vengono da famiglie disagiate alle quali il giudice ha tolto la patria potestà. Tanti poi ritornano nelle famiglie, altri rimangono lì per anni e anni, finché non vengono affidati o fino a quando non diventano maggiorenni. Con i ricavi derivanti dal vino sosteniamo questi ragazzi.”

E aggiunge: “Questo è quello che nessuno sa, che raccontiamo solo ogni tanto, anche perché noi vogliamo vendere il vino per la sua qualità e non per una forma caritatevole di beneficenza”. La realtà di villa Russiz parte nel 1868 da una storia d’amore, quella tra Elvine Ritter de Zahony e il conte Theodor Karl Leopold Anton de la Tour Voivrè, di nobile famiglia francese. “Furono creati subito vini di grande qualità, tanto che venivano venduti alle maggiori corti dei nobili europei. Allora facevano già 80.000 bottiglie, numeri importanti per i tempi.”

Negli ultimi anni l’azienda stava prendendo una brutta piega non per la qualità dei vini ma per la gestione. Oggi lavoriamo bene e abbiamo un grosso partner che si chiama Tenuta del Cerro. Siamo ambiziosi e vogliamo crescere ancor di più, con un progetto che prevede una grande academy del gusto. Mi sono innamorato della filosofia e della storia di questa azienda e stiamo portando avanti una bella iniziativa.”

Tenute del Cerro

Con Andrea Passarella, responsabile del canale Ho.Re.Ca. abbiamo parlato di Tenute del Cerro, gruppo di proprietà del Gruppo Unipol: “Sono cinque aziende con la realtà principale che si trova a Montepulciano. Abbiamo una bellissima tenuta di 600 ettari, di cui 180 vitati. All’interno di questi 180 ettari, 90 sono iscritti all’Albo del Nobile di Montepulciano. Questo ci consente di essere l’azienda privata più grande della denominazione Nobile di Montepulciano. Poi siamo in un’altra zona molto importante della produzione vitivinicola italiana, Montalcino.

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Lì abbiamo un’azienda che si chiama La Poderina, dove produciamo Brunello: 100 ettari di tenuta, di cui 40 ettari a vigneto. Sempre in Toscana c’è la Tenuta di Monterufoli nella zona di Suvereto. Ancora in Toscana abbiamo la produzione di Vermentino e di un Sangiovese in purezza. Poi scendiamo in Umbria con Colpetrone, azienda leader nel mercato internazionale. Lì produciamo la classica batteria dei vini umbri, dal Grechetto al Montefalco Rosso e le varie declinazioni di Sagrantino. L’ultima tenuta di proprietà si chiama Montecorona a Umbertide: qui produciamo olio e anche altri tipi di seminativi. Infine, in termini commerciali siamo distributori nazionali della storica azienda del Collio Friulano Villa Russiz, che si è aggiunta al nostro portafoglio commerciale dal 2019.”

Per quel che concerne il 2022, Passarella ci conferma: “È un anno che sta andando decisamente bene. Siamo sul rush finale perché novembre e dicembre sono due mesi importanti, ma i segnali dal mercato sembrano essere positivi. Il gruppo Unipol ci è molto vicino, ci supporta e quindi diciamo negli ultimi anni oltre ad avere avuto soddisfazioni dal punto di vista dei risultati stiamo avendo anche soddisfazioni dal punto di vista degli investimenti perché siamo un’azienda abbastanza dinamica che si muove e che progetta proiettata molto al futuro perché anche nel vino avere una visione un po’ più a lungo termine consente investimenti e piani di sviluppo importanti.”

Caccia al Piano

Caccia al Piano si trova nella piccola prestigiosa doc di Bolgheri sulla costa toscana in provincia di Livorno. Nasce circa nella seconda metà degli anni 90 a cura della famiglia Ziliani, proprietaria della Guido Berlucchi in Franciacorta.

Abbiamo vigne molto importanti che iniziano ad avere più di venti anni e a dare un’ottima produzione esprimendo il massimo del terroir bolgherese. A Merano abbiamo portato tante novità, perché da un paio di anni l’azienda ha intrapreso un percorso di valorizzazione del terroir: Caccia al Piano ha quattro vigne che sono dislocate all’interno della DOC. Hanno caratteristiche diverse, si va da una parte con terreni un po’ più sciolti, con una buona persistenza di sabbia ad argille, fino ad arrivare a San Biagio che ha un terreno molto complesso, ricco di scheletro e di tanti sassi che per Bolgheri sono una particolarità. Soprattutto, questa vigna non si trova come la grande maggioranza delle vigne di Bolgheri a un livello sul mare abbastanza basso, perché siamo a quasi 200 metri.”

Al di là della naturale produzione di vini rossi, c’è stato il desiderio di Paolo Ziliani di realizzare qualcosa che qui non era ancora stato fatto: “La voglia di dare una espressione alternativa a questo fantastico territorio, producendo una bollicina, CaP Rosé a base di Syrah e Merlot. Ne produciamo pochissimo, circa 7000 bottiglie che per scelta abbiamo deciso di vendere soltanto in Toscana. È la prima bollicina bolgherese, anche se non lo possiamo scrivere in etichetta perché il disciplinare non ce lo consente. Però è 100% prodotta con uve di qua e lavorata in cantina.”

Kettmeir

Azienda storica dell’Alto Adige ora del Gruppo Santa Margherita, nasce nel 1919 ed è pioniera della tradizione spumantistica dell’Alto Adige. Ci raccontano: “Nel 1964, dal sogno di Giuseppe Kettmeir nasce la prima bollicina con uno spumante che in realtà è un po’ diverso da quello che è la nostra tradizione attuale, in quanto nasce come un metodo Charmat. È nel 1992 che però nasce quello che è il vero e proprio fermento della nostra cantina, ossia lo spumante metodo classico che ad oggi ci rappresenta perché è ormai il fulcro e il cuore della produzione.

Kettmeir è un’azienda con un forte legame al suo territorio, la cui identità, con il bagaglio di storia cultura e tradizioni, si riflette sempre sui prodotti. Quindi ogni nostro è espressione immediata di quello che è l’Alto Adige.” A Merano Kettmeir porta in degustazione “due delle bollicine più rappresentative e emblematiche della nostra produzione spumantistica, Athesys Brut annata 2019, una cuvée di Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Nero, in cui l’elemento del Pinot Bianco è quello che ci piace sottolineare più spesso, perché è proprio la firma dell’Alto Adige. Poi abbiamo la nostra riserva 2016 del 1919 Extra Brut Riserva, 1919 come l’anno di fondazione della cantina, ed è il nostro orgoglio perché anche quest’anno è stata insignita dei tre bicchieri del Gambero Rosso”.

Baglio di Pianetto

Ci siamo fatti raccontare Baglio di Pianetto dal CEO Francesco Tiralongo. “L’azienda è di proprietà della famiglia Marzotto: sono passati circa vent’anni dalla sua fondazione. È un’azienda totalmente biologica, quindi diciamo che uno degli obiettivi della famiglia Marzotto, anche per quella che è l’etica familiare del gruppo, era quella di fare qualcosa che andasse nella direzione della sostenibilità e del biologico. Quindi nasce già con questo tipo di approccio e durante la costruzione, in tempi non sospetti quando ancora non esistevano incentivi, ci fu l’idea di dotarla di un impianto fotovoltaico.

Abbiamo un impianto fotovoltaico sui tetti della cantina da oltre 250 kilowatt, il che ci permette una indipendenza produttiva del 70%: ne sentiamo un grande beneficio soprattutto in questi tempi. Oltre questo la cantina è stata sviluppata in verticale e si sviluppa a circa 36 metri sottoterra dove c’è una barricaia molto estesa di circa 2500 metri quadri. In ogni momento della produzione di filiera si cerca di non utilizzare né energia né pratiche che possano rovinare la materia prima. Con una cantina verticale si evita proprio questo, quindi le uve arrivano sempre molto integre. L’uva arriva velocemente in cantina e viene processata in modo molto attento e rispettoso della materia. Questo ci porta ad avere dei prodotti che oltre che biologici sono anche di ottima qualità.” E poi Baglio di Pianetto ha un’altra interessante peculiarità, perché si può dire che sia la cantina di Palermo.

È già abbastanza dirompente come informazione, perché quando uno pensa a Palermo non pensa a una cantina. Siamo vicinissimi, a 25 minuti dalla città e – altra cosa molto inusuale – a circa 700 metri sul livello del mare. Quindi siamo un’azienda vinicola di montagna a Palermo, nella Piana degli Albanesi, ma palermitani con una vicinanza straordinaria alla città.” Novità interessante il cambiamento dell’immagine dal punto di vista grafico: “Abbiamo iniziato con i due vini dell’Etna e ora stiamo per mettere mano alla linea più importante, quella della nostra fascia di ingresso. Su questi vini abbiamo deciso di andare a suggellare quella che è la nostra vicinanza a Palermo. Così abbiamo trovato un writer palermitano molto famoso che si chiama Puglisi, il quale fa delle opere urbane molto particolari e gli abbiamo chiesto di interpretare la nostra linea di sette vini mono varietali. Ne è uscita quindi una collezione ognuno con una sua immagine dedicata, con un’identità propria che fino ad oggi non avevamo. Fino ad oggi erano tutte etichette uguali con il nome della varietà e un colore differente. Oggi ogni etichetta avrà la sua immagine e saranno tutte differenti tra loro. A marzo 2023 ci sarà la campagna di lancio.”

Citra

Sandro Spella, presidente di Citra, ci racconta di questa importante realtà abruzzese: “Siamo un’azienda che il prossimo anno compirà 50 anni, quindi è da 50 anni che produce tanto vino, che esporta in tutto il mondo, tanto da essere arrivati a produrre oltre 30 milioni di bottiglie. È anche una grande famiglia, perché abbiamo 3000 soci che hanno oltre 6000 ettari di terra.

Nel corso di questi cinquant’anni è stato importante anche il modo con cui abbiamo cominciato a trasformare il prodotto vino e oggi essere qui a Merano a questo importantissimo appuntamento internazionale ci rende molto orgogliosi. Relativamente a quest’ultima annata, la qualità è buona e abbiamo del vino di qualità, anche se non mancano i problemi legati alla situazione contingente e agli aumenti. Nonostante tutto abbiamo assunto alcune decisioni come quella di andare a migliorare i nostri prodotti e quella di ricercare nuovi mercati come quello russo e quello cinese. Siamo fiduciosi e siamo anche in grado di poter superare questi aspetti perché il fatturato ci dà buoni risultati così come il prodotto da parte degli enologi da parte degli agronomi che ci rassicurano che potremmo stare sul mercato con un prodotto di qualità.”

Velenosi

Nasce da una storia d’amore questa grande cantina marchigiana che parte nel 1984, quando Angiolina Piotti ed Ercole Velenosi, moglie e marito, decidono di iniziare a produrre vino:Da dove abbiamo iniziato c’erano solo tre ettari di vigna. Abbiamo pensato Ma perché no? Perché non entriamo in agricoltura? Grazie ai fondi di sviluppo e ai piani di sviluppo rurale siamo riusciti a mettere su una piccola azienda, chiaramente facendo tanti debiti. Eravamo in un territorio sicuramente non famoso, perché il Sud del Piceno era rappresentato solo da nove cantine sociali e da due denominazioni Falerno e Rosso Piceno.

Quindi partivamo senza competenze, senza una famiglia che ci supportasse, senza territorio, senza DOC. Tutto questo probabilmente perché quando si è giovani a vent’anni non si vedono le difficoltà.” E continua Angiolina: “è stata una bella strada in salita con momenti molto difficili. Cosa ricordo di questi 38 anni? Ricordo che bastava un piccolo articolo di un giornalista di paese che notasse il nostro prodotto perché era buono, questo per noi era tutta energia. Bastava un ristoratore che ci comprasse il vino perché gli era piaciuto e per noi era gioia allo stato puro. Questo era il carburante per andare avanti. Nel frattempo poi sono arrivati anche due figli e ricordo che ho lavorato notte e giorno. Ricordo di non aver mai fatto ferie e però è stata, come dice Vasco Rossi, una bella avventura E rifarei tutto esattamente così.

Oggi Velenosi produce 2 milioni mezzo di bottiglie ed esporta in 52 Paesi ed è un’azienda che conta 150 ettari di proprietà, 100 in affitto di lunga durata. “La nostra è una bellissima famiglia, principalmente composta di donne.”

Su’entu

Il vento, in sardo, Su’entu della famiglia Pilloni è un’azienda relativamente giovane. Valeria Pilloni ci racconta: “Circa 15 anni fa abbiamo deciso di intraprendere questa avventura che nasce da una passione di famiglia. Di tradizione siamo commercianti e allora abbiamo deciso di investire sul nostro bellissimo territorio impiantando 36 ettari di vigneto nelle colline della Marmilla su una dimensione di 50. È iniziata così la nostra avventura nella viticoltura. Siamo molto soddisfatti di come sta andando l’idea di riportare in Marmilla una tradizione vitivinicola che in poco più di 25 anni si è completamente persa, se pensiamo che negli anni ‘70 c’erano circa 3000 viticoltori.

Quindi il nostro sogno 15 anni fa era appunto quella di riscoprire questa tradizione e di ridare anche nuovo prestigio al Bovale, vitigno che tradizionalmente veniva utilizzato in taglio con altri, soprattutto col Cannonau, ma difficilmente veniva usato in purezza. La prima annata del nostro Bovale, il Su’Nico 2012, ci ha dato davvero delle belle soddisfazioni con un vino importante, di grande concentrazione e anche di grande longevità. Negli anni poi abbiamo scoperto questa sua grande versatilità e ora lo decliniamo in quattro diverse etichette. Per Su’entu la vendemmia è stata molto intensa. È vero la nostra zona è una delle più calde, ma da noi arriva questo vento importante che ci aiuta sicuramente a purificare l’aria e anche a smorzare le ondate di calore molto forti. Quindi, nonostante un’annata calda e così prolungata, le maturazioni sono state comunque costanti e siamo molto soddisfatti.”