Tenuta Sant’Antonio: come nasce uno dei vini italiani più apprezzati nel mondo

Quattro fratelli e la voglia di andare controcorrente: scommettendo su terreni rocciosi e privi di acqua, la famiglia Castagnedi ha trovato la formula giusta per produrre un vino apprezzato in tutto il mondo.

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L'azienda

“Si fa presto a dire Valpolicella”, verrebbe da chiosare, perché se parliamo del territorio vitivinicolo veronese per eccellenza effettivamente niente è semplice o semplificabile, visto che si tratta non di una zona ma di un ‘continente’ enologico. Per iniziare con il piede giusto, diciamo intanto che, in senso geografico, si intende per Valpolicella la zona collinare a nord-ovest di Verona, posta a valle delle Prealpi Veronesi. Comprende il territorio di sette comuni, di cui 5 inseriti nella zona ‘classica’, ovverosia Fumane, Marano di Valpolicella, Negrar, San Pietro in Cariano e Sant’Ambrogio di Valpolicella.

La valle, che si estende per circa 240 chilometri quadrati, confina a sud con l’Adige ed è delimitata ad est dalle colline di Parona e di Quinzano e dalla Valpantena, mentre a nord si estende fino ai monti Lessini. A ovest è invece separata dalla valle dell’Adige dal monte Pastello.

Si tratta di un’area adibita alla viticoltura fin dai tempi dei romani, fama guadagnata soprattutto grazie ai vini rossi, prodotti con un mix di vitigni territoriali tra i quali spiccano Corvina e Corvinone, Molinara e Rondinella (oltre a Rossignola, Croatina, Oseleta, Dindarella, Negrara, Forsellina), che insieme, nelle diverse varianti che scaturiscono, costituiscono un patrimonio unico della viticoltura italiana, ma anche con i vini bianchi, regno non soltanto di Garganega, quindi DOC Soave, verso i Lessini Orientali, ma anche di vitigni della tradizione come il Recioto di Soave, ovviamente (poco più in là) del Trebbiano di Lugana e di vitigni internazionali che qui si sono adattati perfettamente, uno su tutti lo Chardonnay.

Ma per introdurre la storia della cantina che vi racconto oggi, ossia Tenuta Sant’Antonio, è necessario fare un passo indietro, per la precisione al 1995, quando tutto comincia. A srotolare il filo dei ricordi mi aiuta Paolo Castagnedi, che è in sella con i fratelli proprio da quel momento.

Quindi raccontami, Paolo, come sono stati i vostri inizi?

C’è poco da dire,” mi dice, “quando noi, 4 ragazzi tra i 20 e i 28 anni, decidiamo di iniziare, probabilmente è uno dei momenti più difficili per il vino italiano e per la Valpolicella. Il nostro vino non si vende, scontiamo una fama pessima, frutto anche di scelte consortili discutibili. Comunque, proprio in quel momento la nostra famiglia, di tradizioni contadine, decide di acquistare una proprietà nei Monti Garbi, a Mezzane, un posto da dove tutti scappavano, figuriamoci fare vino. Terreni rocciosi, assenza di acqua. Insomma, una scommessa. Eppure, un po’ perché quando si è giovani si è più coraggiosi, un po’ forse anche per inconsapevolezza, piano piano, prima tentando la strada degli internazionali, presto abbandonati, successivamente muovendoci verso i territoriali, ci siamo accorti che il territorio aveva delle potenzialità, tanto che abbiamo deciso di investire.

Nel 1999 nasce la cantina nuova, con l’idea di vinificare i rossi, mentre a Colognola ai Colli, da dove siamo partiti, rimane tuttora la coltivazione di quasi tutti i bianchi. L’idea, fin da subito, è di andare controcorrente, evitare di fare vini ‘importanti’ ed eccessivamente muscolari come andava di moda a quei tempi, ma cercare la strada della bevibilità, leggendo anche, se possibile in anticipo, il mercato dei neofiti del vino, fin da quegli anni molto fiorente, soprattutto per quanto riguarda il pubblico femminile.Si conseguono quindi i primi successi, con il vino di Tenuta Sant’Antonio che sfonda, sia in Italia che all’estero, anche in maniera inaspettata.

Come vi siete mossi in quegli anni?

In realtà la nostra fortuna, che a volte, quando si deve decidere, è anche un sfortuna,” mi confessa, “è di essere in 4. Massimo, che ora si occupa prioritariamente della campagna, io che mi occupo della cantina, e Tiziano e Armando che si dividono tra logistica, amministrazione e sviluppo commerciale. Oltre a questo aspetto organizzativo il nostro obiettivo, fin dall’inizio, è stato quello di raggiungere credibilità e una qualità che non fosse episodica ma costante. Garantire ai vini che mettiamo in commercio una certa longevità, almeno 3 anni per i bianchi, dai 4-5 anni in su per i rossi.”

Come siete riusciti a raggiungere questi traguardi?

“Con il lavoro quotidiano, è inutile nasconderlo,” ammette, “ormai il vino si fa per il 60-70% in vigna, e lì il nostro sforzo è stato di rendere, negli anni, il lavoro sempre meno invasivo, tramite l’utilizzo di compost vegetali, sovescio, lotta integrata, con risultati che ci porteranno alla chiusura del processo di conversione biologica nel 2023, ma soprattutto al beneficio di lavorare vigne sane, come è risultato evidente in un’annata come questa, in cui nonostante le temperature elevate e le precipitazioni praticamente inesistenti fino alla fine di agosto, il momento della vendemmia, a mio avviso, darà belle soddisfazioni.”

E in cantina? “In cantina la filosofia è sempre la stessa,” aggiunge, il nostro intento è, quando possibile, sostituire la chimica del processo con la fisica, tramite utilizzo di freddo, azoto, attivanti biologici, sempre con uso minimo (o nullo, come nella linea Tèlos, ndR) di solforosa. Del resto, l’enologia va interpretata, non si può sprecare tutto il progresso scientifico che è stato fatto in questi anni. Anche lo stesso utilizzo del legno in affinamento è sempre oggetto di sperimentazioni, dato che per mantenere l’eleganza che vogliamo infondere ai nostri vini è necessario adattare il recipiente alla materia prima a seconda dell’annata, dato che il legno deve essere la cornice del vino, non il quadro!” Duro il mestiere del vino, insomma, tra Colognola ai Colli e Mezzane, nei 150 ettari di proprietà.

Su cosa punterete per il futuro?

“Tenuta Sant’Antonio punterà ancora sulle sue tre linee, Scaia, vini freschi, giovani, accattivanti, Tèlos, che è innovazione e interpretazione di un bere diverso, diciamo ‘sostenibile’ e poi la linea della Denominazione, quella dove abbiamo l’approccio più classico e dove il Valpolicella, Classico e Superiore, fresco, godibile e di ‘pronta beva’ è forse il nostro prodotto più identitario.”

Indirizzo

Tenuta Sant’Antonio

Via Conte Tragni
37030 Lavagno (Verona) – ITALIA

Tel +39 045 8740682

Sito web