Lamole di Lamole: altitudine, clima perfetto e suolo, così si ottiene uno dei Chianti Classico più autentici della Toscana

“Un vino di Lamole deve dare in gioventù freschezza, frutta, una buona acidità, una buona sapidità; nell’affinamento note più speziate e balsamiche.” Ecco la storia di una delle cantine dell’anno 2021 per il Gambero Rosso

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La Storia

Così, per i declivi continuamente variati, ora dolcemente obliqui e ora, all’improvviso, precipiti: tra quadrati, rettangoli, trapezi, lunghe strisce di boschi, alcuni verdecupi e altri, di questa stagione, giallognoli bruni o violetti: nei grandi spazi e nelle prospettive che i cipressi segnano visibilmente anche in lontananza: ammiriamo, un po’ dovunque, il regolarissimo ‘rigato’ delle vigne, concave qua come vasti anfiteatri, là convesse come absidi prolungate e finemente distese”. Non è cambiato il paesaggio del Chianti Classico, dai tempi di Mario Soldati. Stende il suo patchwork di verdi sulle colline di Lamole, antico paesino di 88 abitanti, dove tante case diroccate bordate di iris aspettano il miracolo e la cantina per antonomasia, Lamole di Lamole, si acquatta nei casali contadini, insospettabile nonostante i numeri e la modernizzazione buona. È da una lunga striscia sbilenca parzialmente terrazzata, come quelle descritte dallo scrittore, che arriva la sua Gran Selezione. Si chiama Campolungo ed è seduta su un macigno di quarzo.

Né sono cambiati i problemi di una delle denominazioni più famose e importanti d’Italia, già ben delineati nel 1968. Una questione in gran parte nominalistica, per cui esiste un unico rimedio: “Lasciare dunque che il nome Chianti vada per la sua strada e finisca, un bel giorno, com’è suo destino, di significare semplicemente ‘vino toscano’: ed invogliare, invece, i consumatori, ad una scelta successiva e più raffinata, alla richiesta di un vino che, parlando all’ingrosso, può essere riconosciuto come Chianti ma che non può assolutamente essere definito nelle sue caratteristiche senza ricorrere ai nomi della zona, del produttore, del podere”. E questo è Lamole: un grand cru che avanza come una terrazza sull’ager clantius dipinto dal Vasari. Qualcuno ha detto la sua culla, la sua “Mesopotamia”.

Lo deve alla policromia del suo suolo, incastro di arenarie ocracee, calcare bianco o alberese, friabile galestro: un “tetris micidiale”, lo ha definito qualcuno. Su di esso poggiano terrazzamenti secolari di muretti a secco, che ostacolano il dilavamento verso valle, riflettono la luce del sole, trattengono il calore mitigando l’escursione termica. Fino all’altitudine di 650 metri, un record per la zona, dove è vietato superare i 700. Il toponimo “Lamole” deriverebbe proprio dal diminutivo di lamae, lamulae, nell’antica accezione di parcelle in piano su pareti scoscese, come talune vigne della tenuta.

Qui l’azienda Lamole di Lamole, fondata nel secondo dopoguerra e acquisita dal gruppo Santa Margherita nel 1993, continua a operare nei locali storici, risalenti al XIV secolo: la cantina per l’affinamento, con la maestosa botte a uovo di Taransaud, dove il vino si muove per convezione sviluppando diverse catene di tannini, e la vinsantaia, un tempo magazzino del castello cittadino, andato perduto. L’età media dei vigneti è di 25-30 anni, fino a un massimo di 74; gli ettari sono 200, di cui 70 a vigneto.

L’enologo non è cambiato: si tratta di Andrea Daldin, uno cui piace incastrare l’innovazione nella storia come una scaglia di roccia madre nella sabbia. Rivendica un approccio meno meccanico del passato, che mette al centro il fattore umano; sistemi di allevamento, esposizione e pratiche più aderenti alla tradizione. La conduzione è biologica dal 2005, con impiego ridotto di zolfo e rame; induttori di resistenza naturali, quali alghe, aloe e propoli; in futuro, chissà, perfino i droni per monitorare le malattie delle piante. “Il biologico è uno strumento che ci serve per dare carattere al vino, ma poi interviene il selettore ottico, che separa gli acini perfetti dal resto. Le fermentazioni sono brevi per mantenere la freschezza, l’attenzione sull’affinamento è massima, il filo conduttore è l’equilibrio. Vogliamo rispettare il territorio in modo dinamico, fare poco ma fare bene. Quindi legno grande più che legno piccolo, nel rapporto di 10 a 1. Un vino di Lamole deve dare in gioventù freschezza, frutta, una buona acidità, una buona sapidità; nell’affinamento note più speziate e balsamiche. Comunque eleganza, finezza e bevibilità”. La ricerca è anche sui cloni di Sangiovese: nel vigneto storico ne sono stati rinvenuti 33, 4 dei quali sono stati selezionati per il grappolo spargolo, che favorisce il ricircolo dell’aria, e le dimensioni ridotte degli acini, con una proporzione buccia/polpa maggiore; vengono oggi utilizzati nel rimpianto.

Il risultato è un vino che qualcuno ha definito “rinascimentale”, per il suo senso della misura, lirico, evanescente, quasi “baroleggiante”. La sua cifra, grazie all’altitudine da Chianti di Montagna, è la finezza estrema: il sangiovese comincia a maturare dopo e matura più a lungo, catturando una maggiore irradiazione solare, fino a 220 giorni di esposizione contro una media di 180. Significa prendere anche i primi freddi, fissare gli aromi, esaltare i tratti più eleganti e floreali del vitigno su una spalla acida e minerale. È già il caso dell’eccellente etichetta bianca, da uve sangiovese e canaiolo nero: trasparente e floreale, estremamente bevibile, viene vinificata in acciaio e botte grande e va sul mercato a meno di 15 euro. Mentre l’etichetta blu, con aggiunta di cabernet sauvignon e merlot passati in barrique, guarda piuttosto al mercato estero.

Si sale con la riserva vinificata in acciaio e botte grande, più complessa e minerale, da due cru aziendali. Fino alla Gran Selezione dal vigneto Campolungo da uve sangiovese e cabernet sauvignon, vinificata sempre in acciaio e botte grande, speziata e balsamica, senza che ci scapiti sia la florealità, predestinata a un lungo invecchiamento.

Indirizzo

Cantina Lamole di Lamole

Via di Lamole, 50022 Greve in Chianti FI

Tel. +39  342 091 2853