Il King of Kentucky eletto miglior whisky americano del 2019

A decretarne la vittoria è stato Fred Minnick, critico e giornalista di Forbes. Un whisky complesso, persistente, vellutato con note di miele, ciliegia, cannella, pesca e quercia stagionata

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La Notizia

Quando Fred Minnick, cronista di spirits del magazine Forbes, ha iniziato la sua analisi per selezionare l’American Whiskey of the Year del 2019, avendo di fronte oltre 35 possibili contendenti, ha stabilito come regola aurea – per individuare i cinque migliori dell’anno, e tra di essi il best of -, che «il sapore residuo al palato fosse il metro di giudizio più degli aromi o del colore». I più grandi whisky americani, secondo lui, ballano sulla lingua con una serie di note deliziose che solleticano il gusto e l’olfatto per molto tempo ancora, dopo che sono stati inghiottiti. In parte credo che abbia ragione, visto che nella mia pratica di bere whisky ho preso l’abitudine di tenere il bicchiere in mano anche quando è finito il liquido, per portarlo più volte al naso, in modo da far rivivere l’eco delle sensazioni che ho provato sorseggiandolo.

Quella di Minnick è comunque una posizione soggettiva che però ha del metodo. E non importa quanto abbia provato a rimuovere potenziali distorsioni, come fare assaggi ciechi e avere un campo di gioco il più neutro possibile, come usare lo stesso bicchiere per tutte le prove. Quello che alla fine lo ha portato a giudicare è stato il suo desiderio di un finale lungo e persistente. L’analisi sensoriale è iniziata giustamente dal colore, per poi passare agli aromi del whisky, cercando subito possibili difetti (come l’odore di calzini da palestra), oppure sentori piacevoli come il caramello, lasciando che il tipo olfattivo del whisky restasse impresso nel cervello, per ritrovarne le sensazioni sulla punta della lingua. Ora un caro amico, esperto di degustazioni, Pino Perrone, mi ha insegnato che all’inizio, al primo sorso, il whisky va masticato, ossia tenuto in bocca in modo che il liquido possa essere colto da tutte le papille gustative di cui siamo dotati. E dal secondo sorso in avanti che in effetti l’analisi può iniziare. In questo modo si possono prendere atto dei sapori sorgono dal bicchiere. Sono sicuro che avrà fatto così anche Minnick.

«Il più delle volte, quando assaggio, posso classificare i whisky solo per i singoli fattori che emergono dal bicchiere. Ma quando tutte le componenti dei diversi prodotti sono a pieno titolo uguali, le preferenze per uno rispetto che ad un altro arrivano solo alla fine, con il grado di persistenza del liquido», dice Minnick. Contando su questo fattore finale, ha così potuto assegnare la palma di miglior whisky del 2019 al King of Kentucky, prodotto dalla Brown-Forman Distillery, messo in vendita nel giugno del 2019, con un invecchiamento di 15 anni e realizzato con 79% di mais, 11% di segale e un 10% di orzo.

Un bourbon per Minnick dal carattere sicuro, complesso, persistente, ma anche vellutato. Il critico ci ha ravvisato miele, ciliegia, cannella, pesca, cuoio e quercia stagionata, che tutti insieme hanno formato un aroma sofisticato che non nasconde l’età del bourbon (15 anni), pur mantenendone la complessità aromatica e il carattere deciso. Al palato è ancora più ricco, certamente caldo in virtù dei suoi 65.5% di volume alcolico, con note di cioccolato fondente, ciliegie al brandy, rovere e spezie di segale. Finisce in bocca asciutto con un tocco di dolcezza, nonostante si appoggi pesantemente al legno di quercia in cui è invecchiato. Interessante è anche conoscere la cinquina finalista di Minnick, da cui è emerso con prepotenza il vincitore.

 

 La Classifica

  1. King of Kentucky
  2. Michter’s 20-year-old
  3. Uncle Nearest 1820
  4. Angel’s Envy Cask Strength, Port Finish*
  5. Four Roses Limited Edition Small Batch