Quali sono i 12 vini imperdibili del 2019 secondo il New York Times

Tre italiani tra i best selezionati nel corso dell’anno, a cui si aggiunge un vitigno del Bel Paese coltivato con cura e tanta passione in Australia.

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I Vini

A fine anno come sempre si tracciano i consuntivi, si guardano i migliori momenti passati nel corso dei dodici mesi e si fissano sulla carta, per non lasciar svanire il ricordo delle cose belle e anche delle cose buone. Lo ha fatto il critico del The New York Times Eric Asimov, tracciando in un lungo articolo i vini indimenticabili del 2019. Che poi non sono quelli che soddisfano standard oggettivi (si può essere oggettivi nell’assaggio dei vini?), ma quelli che al naso e al palato raccontano una storia e regalano emozioni. Tra i 12 vini che ha scelto ce ne sono tre italiani, mentre uno dei più memorabili del 2019 è stato un Cabernet Sauvignon di Martha del 1985. Vediamoli insieme.

La Violetta Great Southern Riesling Das Sakrileg 2017

Il primo vino è stato scoperto in modo alquanto originale. A gennaio, nella Carlton Wine Room di Melbourne. Si tratta di un riesling del 2017 con il curioso nome di Das Sakrileg (Il Sacrilegio) e proviene da La Violetta nella regione del Grande Sud in Danimarca. E meno male perché sarebbe stato un peccato dover volare fino in Australia per poterlo assaggiare. Ciò che ha incantato al primo sorso è stata la trama ricca e delicata allo stesso tempo. E poi le note petrose e succulente. Il produttore è Andrew Hoadley, che fermenta il riesling in botti senza chiarifiche o filtraggi. «Quando ho iniziato, era una cosa radicale non filtrare un riesling. Non proteggere un vino lungo ogni passaggio era considerato impensabile», dice il produttore. Da qui nasce il nome: Das Sakrileg.

 

Luke Lambert Yarra Valley Nebbiolo 2017

Sempre in Australia c’è stato l’incontro con il produttore Luke Lambert che si trova nella Yarra Valley, i cui chardonnay e syrah salati hanno fatto cambiare idea sui vini australiani. La cosa particolare è che Lambert si è concentrato su un vitigno prettamente italiano come il nebbiolo, uva a bacca rossa da cui si possono ricavare grandi barolo. È un vino che raramente fiorisce fuori casa. L’annata del 2017 di Lambert è risultata particolarmente ispirata. Sfumato, complesso, con una trama fine e sapori classici di frutta scura, mentolo, fiori, catrame e minerali terrosi. Pare che il produttore abbia acquistato dei terreni a nord di Yarra con l’intenzione di concentrarsi esclusivamente su questo vitigno, anche se ci potrebbero volere 15 anni per vedere i risultati.

 

Tiberio Trebbiano d’Abruzzo Fonte Canale 2015

Alla fine di marzo, Cristiana Tiberio di Agricola Tiberio, in Abruzzo, ha visitato New York per offrire una degustazione di sei annate di Fonte Canale, un vigneto di trebbiano abruzzese di 80-90 anni. Uva bianca molto diffusa in Italia, dal quale in genere non si producono vini memorabili. Ma il trebbiano abruzzese è diverso, relativamente raro e potenzialmente superiore. Da questo vecchio vigneto, piantato su terreni di pietra calcarea, sabbia e marna, sono stati prodotti vini eccezionali. Il Fonte Canale 2015 è intenso con sapori salati e minerali. È difficile da trovare e abbastanza costoso. In America il prezzo si aggira intorno ai 65 dollari. L’Azienda Tiberio produce anche un Trebbiano d’Abruzzo più economico che, se anche non ha la profondità, l’intensità o la complessità del Fonte Canale, suggerisce almeno il potenziale del vitigno se fatto in purezza.

Bodegas Riojanas Rioja Monte Real Gran Reserva 1942

La vecchia Rioja ha la capacità di invecchiare con grazia ed evolversi con complessità nel tempo. Fino a poco tempo fa era persino possibile trovare bottiglie a prezzi abbordabili. Oggi ha le sue superstar come il R. López de Heredia. Ma ci sono delle gemme poco conosciute, come il Monte Real Gran Reserva di Bodegas Riojanas. Tra le annate più recenti di questa azienda agricola, Eric Asimov ha apprezzato quella del 2001: giovane, pura, eppure complessa. Quella del 1964 l’ha trovata adorabile come una signora di mezza età. L’annata sorprendente invece è stata la 1942, realizzata in un’epoca in cui le uve venivano pestate con i piedi e le botti erano un mezzo di trasporto, piuttosto che un sistema di invecchiamento. A quasi 77 anni dalla raccolta e dalla vinificazione, il vino era complesso ed energico. Il colore rosso rubino tendeva al marrone e i sapori di frutta rossa speziata erano temperati da lievi note erbacee e di cuoio.

 

Familia Torres Costers del Segre Pirene 2018

La Familia Torres è una grande azienda vinicola spagnola che sta cercando di adattarsi a un pianeta in fase di riscaldamento. Alla ricerca di maggiore freschezza, ha piantato vigneti ad altitudini più elevate. E sta sperimentando uve catalane ancestrali in gran parte abbandonate. Tra queste ce n’è una chiamata pirene (pea-RENN-ay), a bacca rossa che Miguel Torres Maczassek, direttore generale di Familia Torres, ha nel suo vigneto di Sant Miquel, ai piedi dei Pirenei a circa 3000 piedi di altitudine. Il pirene 2018 è luminoso e vivace, fresco, floreale e erbaceo. È un’uva a maturazione tardiva e quindi fu dismesso probabilmente perché dopo il 1250 il clima terrestre subì un raffreddamento e quindi nella regione della Catalogna si andò verso altri vitigni. Le ultime annate calde ne hanno messo in evidenza le potenzialità.

 

Château Climens Barsac 2005

Vini dolci come i Sauternes oggi sono un po’ passati di moda. Eppure, possono ancora esprimere sentori complessi e intriganti, a saperli cogliere. Come lo Château Climens 2005 di Barsac, una regione della maggiore denominazione Sauternes. Si tratta di un vino prodotto da sémillon in purezza, coltivato su pietra calcarea che presenta aromi di arance e panna con l’aggiunta della complessità che deriva dall’uva colpita dalla muffa nobile. Soprattutto conserva freschezza e una vivace acidità, che lo rende piacevole, a differenza di alcuni Sauternes che possono sembrare stucchevoli. Nel novembre scorso, all’Osteria Francescana di Modena, il sommelier Giuseppe Rainieri ha abbinato Sauternes con un piatto di riso salato, simile al risotto, con spigola finemente affettata. Il contrasto tra il vino dolce e i sapori complessi del piatto hanno suggerito nuove opportunità per i vini dolci.

 

Castellinuzza e Piuca Chianti Classico 2016

Di molti eccellenti Chianti che è possibile trovare in circolazione, nessuno ha impressionato tanto Asimov quanto un Chianti Classico del 2016 da Castellinuzza e Piuca, una piccola proprietà appena fuori Greve in Chianti. Il vino, composto per il 90% da Sangiovese e per il 10% da Canaiolo, risulta fresco con sapori di ciliegia amara e sentori di terra, rinfrescante e avvincente sorso dopo sorso. Ha la qualità che i francesi definiscono “digestiva”, applicabile ai vini che non vanno a pesare sullo stomaco se anche bevuti in buone dosi. Nonostante i deliziosi sapori di frutta rossa, temperati da amarezza e tannini, il Chianti Classico è in questi ultimi tempi un po’ sottovalutato, persino cancellato dalla geografia di coloro che nel vino cercano sensazioni nuove. E questo è un vero peccato.

 

Luis Seabra Douro Xisto Cru Branco 2018

La Valle del Douro in Portogallo è la terra del porto che negli ultimi decenni produce sempre più vini da tavola non fortificati. All’inizio erano pesanti e vistosamente fruttati, non dissimili dal porto. Oggi i produttori hanno imparato a farne di più leggeri ed eleganti. Tra le aziende che hanno adottato questa nuova tendenza c’è quella di Luis Seabra con il suo Xisto Cru Branco 2018, composto da varietà portoghesi praticamente sconosciute. In maggioranza rabigato con percentuali di côdega, gouveio e viosinho, da un vigneto di 90 anni che si trova a 2.600 piedi di altezza. Al palato risulta salino e minerale con una fresca acidità e una trama opaca, che richiede più di un sorso per comprenderlo a fondo.

 

La Garagista Vermont Loups-Garoux 2016

Una delle cose più belle del vino è quando lo si deve ancora capire. A Eric Asimov è capitato con la Garagista Loups-Garoux del 2016, prodotto dai coniugi Deirdre Heekin e Caleb Barber. Il vino è ottenuto da Frontenac Noir, un’uva rossa ibrida che coltivano con cura a West Addison in Vermont. È minerale e pieno di sapori ferrosi. I vini del Garagista sono forse il progetto enologico più creativo degli Stati Uniti. Il Loups-Garoux 2016 ha raggiunto un livello di complessità che lascia in bocca il desiderio di aprire una seconda bottiglia, anche se è difficile da trovare. La signora Heekin e il signor Barber sono dei pionieri che stanno dimostrando il potenziale dell’uva ibrida, messa da parte per tanto tempo, unita ad un terroir come quello del Vermont, da cui pensare di produrre un grande vino era inimmaginabile.

 

Cantina Heitz Napa Valley Cabernet Sauvignon Martha’s Vineyard 1985

L’Heitz Martha’s Vineyard del 1985 è un vino memorabile, forse il best one del 2019 secondo il palato di Eric Asimov. Si tratta di un cabernet di vecchia scuola, realizzato con tecniche vinificatorie che erano di moda negli anni ’70 e ’80, che nel crescente apprezzamento per i vini prodotti con interventi minimi, vengono meno accettati. Queste tecniche includono l’aggiunta di acido tartarico, non per compensare una carenza ma perché i fondatori di Heitz credevano che l’acidità, anziché i tannini, fosse la chiave per un lungo invecchiamento. Non si sbagliano. L’85 Martha’s Vineyard è equilibrato, lungo, completo e delizioso, con importanti aromi di erbe di menta, caratteristici di quel vigneto.

 

De Conciliis Paestum Aglianico Naima 2010

A New York capita spesso di poter assaggiare ottime annate di vini italiani che lasciano il segno. Il De Conciliis Naima del 2010 prodotto nei d’intorni di Paestum è uno di questi. Il vino è un 100% aglianico e fa capire quanto grande possa essere quest’uva rossa, quando viene coltivata sui terreni vulcanici del suo territorio d’origine. È un vino che può essere gustato giovane ma il Naima, chiamato così grazie ad una ballata di John Coltrane, ha bisogno di tempo e di maturazione. Dopo nove anni, i tannini sono un po’ in dissolvenza, ma danno ancora spinta e struttura al vino. I sapori restano profondi con i frutti scuri che si evolvono verso sentori terrosi, della liquirizia e del catrame. Il De Conciliis Paestum Aglianico Naima 2010 è una bottiglia gioiosa, a cui difficilmente si smette di pensare una volta provata.

 

Simon Bize e Fils Savigny-les-Beaune Les Fournaux 1er Cru 2007

Alla fine, i veri amanti del vino tornano sempre in Borgogna, la regione che ha plasmato il modo in cui si pensa all’enologia. All’Eli’s Table di New York, a novembre 2019 è stato presentato un Savigny-les-Beaune Les Fournaux del 2007, un rosso cru punta di diamante, prodotto da Simon Bize et Fils. Savigny-les-Beaune non è tra i più prestigiosi terroir della Borgogna, né il 2007 un’annata celebre. Questo vino dimostra come un prodotto può cambiare ed evolversi nel bicchiere nel corso di un’ora. «All’inizio sembrava disgiunto, anche perché fermentato con grappoli interi di uva compresi i raspi. Nel giro di un’ora i sapori sono diventati più profondi, più intensi e più complessi, anche se il vino ha conservato la sua delicatezza iniziale», ha concluso Asimov. In pratica un invito a tutto ciò che c’è di buono e di bello in Borgogna.