Dal rosa che firma ogni ambiente all’ospitalità della Famiglia Avino, passando per uno chef's table stellato che trasforma la tombola napoletana in una ceramica gastronomica. Ecco uno degli hotel più affascinanti della Costiera (e non solo).
È tutto lì, nel colore rosa arroccato a 350 metri sul livello del mare. Negli ombrelloni, nelle righe dei tessuti, nelle ceramiche, nei dettagli disseminati con apparente leggerezza, nella boutique e anche nei menu a cena. Ma soprattutto è nello sguardo di Mariella e Attilia Avino, le due sorelle che oggi guidano uno degli alberghi più iconici della Costiera Amalfitana con la naturalezza di chi, prima ancora di dirigere un hotel, custodisce una casa. Perché è questa la parola che ricorre continuamente quando si è qui.

«Questo albergo è una casa», dice Mariella Avino. E non è una frase pronunciata per compiacere chi ascolta. La si ritrova nei collaboratori che qui lavorano da decenni, nello storico cliente novantaduenne che torna ogni anno sin dall’apertura del 1997, nel padre Giuseppe che passeggia in giardino con il suo inseparabile cagnolino. Piccoli dettagli che raccontano un senso di appartenenza impossibile da progettare a tavolino. Perché «gli alberghi di famiglia hanno una possibilità in più», racconta Mariella. «Qui c’è un senso di appartenenza fortissimo. Questo è il nostro mondo, è casa nostra». E forse il segreto sta proprio lì. Nella consapevolezza che, per continuare a essere autentici, bisogna prima di tutto riuscire a proteggere la propria quotidianità.

L’inizio di una storia di ospitalità chiamata casa
Tutto inizia nel 1995, quando la famiglia Avino acquista l’antico Palazzo Sasso, antica dimora gentilizia del XII secolo. Due anni di restauro conservativo - complesso quanto rispettoso della struttura originaria - restituiscono vita a un edificio che oggi accoglie 43 camere, di cui dieci suite affacciate su uno dei panorami più straordinari della Costiera. Dal 2011, quando Mariella ha preso in mano la direzione dell’albergo, Palazzo Avino ha intrapreso un’evoluzione lenta, fatta di stratificazioni. E oggi, alla vigilia dei primi importanti trent’anni di attività, è tempo di tirare le somme. Sì, perché qui non c’è solo bellezza - è chiaro che c’è e non si può che ammirare – ma c’è qualcosa di più. La cura, l’attenzione al dettaglio più piccolo, la centralità dell’ospite e anche il rigore. Quello che si legge nello sguardo di Mariella, vestita di tutto punto con i suoi bellissimi abiti a pois, rosa o a righe. Lei che non si fa sfuggire nulla e, a piccoli passi veloci, attraversa gli spazi di Palazzo Avino affinché tutto sia sempre perfetto. Lei che, come la sorella Attilia, ha dedicato studio, lavoro e dedizione a uno splendido progetto di famiglia.



Palazzo Avino, infatti, non è che la sintesi della sua famiglia. Prima l’arte - in collaborazione con la Galleria Lia Rumma di Napoli e Milano - con esposizioni e opere contemporanee inserite in un contesto storico senza creare fratture. Poi il design affidato all’architetto Giuliano Andrea dell’Uva e il restyling di sette camere a cura di Cristina Celestino. Eppure «ci piace che ogni singola cosa non sia immediatamente riconoscibile nella sua idea di lusso», osserva Mariella. Ed è probabilmente questa la definizione più contemporanea incontrata negli ultimi anni. Il lusso non come somma di marchi ma come ricerca, artigianato e, soprattutto, tempo dedicato ai dettagli. Anche il rosa nasce così, fino a diventare il segno distintivo di Palazzo Avino. Un colore capace di alleggerire la severità di un palazzo medievale senza snaturarlo. Lo stesso spirito che anima The Pink Closet, la boutique immaginata da Mariella come se fosse il guardaroba di una viaggiatrice curiosa.


Ospitalità, le esperienze prima del comfort
Ma come si trascorrono le giornate qui a Palazzo Avino? Innanzitutto, c’è la Club House by the Sea, raggiungibile con la navetta privata, che permette di scoprire un’altra faccia di Ravello, quella che scende verso gli scogli con il beach club e una proposta gastronomica che invoglia a una pausa dai tuffi nel mare blu del Tirreno. Da non perdere le pizze (cotte al forno a legna) pronte ad accogliere sapori tipicamente campani. C’è la spa, con vista sul giardino, e i trattamenti personalizzati. E poi ci sono loro, le esperienze a tavola.

In cantina – l’antica cisterna del palazzo (rimasta pressoché intatta, con il suo soffitto cannucciato) - si tengono degustazioni guidate fino a un massimo di 4 ospiti. Il sommelier accompagna attraverso tre percorsi dedicati – a scelta tra grandi vini campani, italiani o internazionali - in abbinamento ai piatti della cucina, firmati dall’Executive Chef Giovanni Vanacore. Un dialogo intimo tra vino e storia, dentro uno spazio che sembra custodire ancora il respiro del passato. Poi c’è Terrazza Maraviglia, il luogo della convivialità quotidiana dove il panorama accompagna una proposta capace di restituire il piacere dei grandi classici, di quei piatti che appartengono alla memoria collettiva italiana.

Dove poter mangiare un ottimo spaghettone alla Nerano ma anche una cotoletta alla milanese perché «è giusto che chi viene fin qui possa apprezzare l’Italia intera» dice Mariella. Il Caffè dell’Arte racconta invece il lato più rilassato della giornata: un luogo dove fermarsi per un aperitivo, un cocktail o un momento di pausa, circondati da opere e dettagli d’autore. Nel giardino esterno poi il Lobster & Martini Bar propone una scelta tra i quasi cento Martini, da bere al calar del sole in abbinamento a tapas gourmet.

Rossellinis: la cucina della memoria secondo Giovanni Vanacore
C’è il rischio però che, circondati da così tanta bellezza da cartolina, passi quasi in secondo piano la cucina fine dining – 1 stella Michelin – del ristorante Rossellinis. E sarebbe un peccato, perché se Palazzo Avino è il racconto di una idea di famiglia, Rossellinis è il racconto di una terra. A guidarlo, l’Executive Chef Giovanni Vanacore. Napoletano quarantunenne, Vanacore non cerca mai l’effetto speciale. La sua è una cucina mediterranea, profondamente istintiva, che però incontra una tecnica rigorosa e una raffinata essenzialità. Una cucina che conosce perfettamente la forza delle proprie radici e le esprime tutte nei tre menu degustazione del ristorante.


Arrivato a Palazzo Avino nel 2018, Vanacore porta con sé un percorso costruito tra Campania, Francia e Toscana. Dopo le prime esperienze a Napoli al Romeo, lavora accanto a Gennaro Esposito, vive il confronto con la cucina di Dino Di Costanzo e successivamente approfondisce la propria visione con Antonio Guida. Un percorso che lo porta a cercare un equilibrio tra memoria e contemporaneità. «Abbiamo la fortuna di vivere in un posto dove, tra mare e montagna, abbiamo prodotti straordinari. La nostra è una cucina mediterranea, ma guarda al futuro», racconta. «Vogliamo fare apprezzare la cucina italiana (tutta) al pubblico straniero e lo facciamo con un lavoro in purezza». Succede con il tagliolino al limone, probabilmente il manifesto della cucina di Vanacore. L’intero agrume viene lavorato per eliminarne le parti aspre senza disperderne l’identità.


La polpa diventa crema, le foglie si trasformano in polvere, la scorza conclude il piatto. Accanto, le alici e una nota di caffè completano una composizione che ha il sapore del Mediterraneo più autentico. È la stessa filosofia che ritroviamo nel tubetto allo scoglio, lasciato volutamente molto al dente per restituire una masticabilità più intensa, oppure nella ricciola cotta lentamente e per questo tenuta “a distanza” dalla brace, dove ogni elemento accompagna il pesce senza sovrastarlo come la salsa allo zafferano o le verdurine all’agro. Pochi ingredienti, pochi sapori, ma quelli giusti. «Se si lavora un prodotto di qualità, la cosa più giusta da fare è toccarlo il meno possibile. A volte anche un filo d’olio lo guasta» dice. Vanacore però parla anche di ricordi e lo fa con lo spaghetto al pomodoro, all’interno del menu 100% vegano.



«Quando ero piccolo, prima di portarmi il piatto in tavola, i miei genitori intingevano una forchettata nel sugo e me la facevano assaggiare. Mi chiedevano se andava bene. Oggi faccio la stessa cosa con gli ospiti». Una sola forchettata – prima del piatto - viene servita come fosse un ricordo condiviso. Prima ancora della tecnica arriva l’accoglienza. Lo stesso approccio anima lo chef’s table, probabilmente una delle esperienze più originali che si possano fare a tavola e che racchiude il gusto e la tradizione di un territorio. Affacciati direttamente sulla cucina a vista, gli ospiti siedono davanti a una tombola napoletana (tutta in ceramica e realizzata appositamente dal maestro artigiano Lucio Liguori). I numeri quindi vengono estratti uno dopo l’altro e ogni numero corrisponde a un piatto, per un totale di 6 o 8 assaggi. «Fa strano a dirsi ma l’ispirazione mi è venuta durante una cena a Londra» racconta Mariella.


È difficile immaginare una sintesi migliore dello spirito di Palazzo Avino: l’alta cucina incontra il gioco e l’artigianato incontra il fine dining. La memoria popolare entra in un ristorante stellato senza perdere autenticità, semmai acquisendo la grazia che colora, alla pari del rosa, questo micromondo. Alla fine del percorso arriva il carrello dei dolci del Pastry Chef Carmine Di Donna (che firma anche una delle colazioni più curate della Costiera): pastiera, profiterole, krapfen, piccola pasticceria e perfino il panettone, servito anche in piena estate. Perché le grandi tradizioni italiane non conoscono stagione, vanno semplicemente raccontate. E forse è proprio questo il segreto di Palazzo Avino. Non il panorama, che pure toglie il fiato. Non il rosa, diventato ormai un segno distintivo. Nemmeno la stella Michelin. Il vero lusso è aver trasformato una storia di famiglia in un luogo dove ogni dettaglio continua a raccontare la stessa cosa: sentirsi a casa.
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