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Ribera del Duero Vega Sicilia Unico. Il vino dei Re di Spagna

Una sontuosa proprietà di 1000 ettari da dove proviene L'Unico, the King of Spain, il vino spagnolo più conosciuto nel mondo.

Ascolta tesoro,

il Campari shakerato te lo berrai un’altra volta” Quella sera a Valencia faceva caldo anche se era solo aprile. Le otto di sera, l’aria condizionata spingeva via la primavera prepotente del Levante mentre la aspettavo giù alla barra del bar del più classico hotel della città in periodo pre-socialista in compagnia del mio Martini e di un barman chiacchierone, quando finalmente lei arriva con l’immancabile abitino rosso.

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Si avvicina in uno svolazzo eccessivo di patchouli con aria più amichevole che amorevole appoggiando un angolo di fianco sull’altro sgabello di cuoio. Troppo alta, troppo magra ma mi sciolgo ugualmente la cervicale quando si sposta un ricciolo capriccioso dagli occhi e poi mi sussurra: “Caro Bond, vivo ancora di quel filet Chateaubriand, di quel Vega Sicilia 1961 e del nostro pomeriggio, ma mi è rimasto il desiderio di una bollicina per rivivere anche stasera.” La voce vagamente roca, sporcata dal sonno e dall’ennesima sigaretta più carta che tabacco, più pacchetto che contenuto. Risvegliato, mi rimane sul tavolino in legno cerato e intarsiato una bottiglia vuota ed un bicchiere sporco di tempranillo e cabernet. Momento Unico, quello del giorno prima, momento ripetibile, ma sempre Unico anche il giorno dopo. È Vega Sicilia, the King of Spain. Passione latina. Esta noche juega el tinto, el fino.

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Gli spagnoli sono bravi a sintetizzare un pensiero, una persona, un concetto e perfino un vino con un unico termine. Unico, e basta. Come quando all’Atletico Madrid arrivò Bobo Vieri che dopo la prima intervista ermetica fu subito bollato come “el muto”. Più taglienti al Real, che quando videro arrivare un appesantito Cassano lo etichettarono in fretta come “el gordito”. Manco gordo, perfino gordito. El flaco, el rubio, el moro e … L’Unico, senza tante via di mezzo o di fuga dall’appartamento valenciano del Grand Hotel Reina Victoria. Dal giovane Levante alla vecchia Castiglia, dentro una proprietà da latifondisti, 1000 ettari di sontuosa proprietà. No, i paragoni con i nostri toscani o con i bordolesi non reggono. 1000 ettari. A perdita d’occhio. Il cielo, a giorni sembra altissimo ed in altri sembra più basso qui, a 700 metri di altitudine, dove le nuvole oceaniche si rincorrono svogliatamente verso il Mediterraneo. Più spesso e decise quando è il caso di congiungersi tra i due fronti oceanici.

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Più che un vino un monumento, un Escorial piuttosto che l’intero Prado. Un tinto fino che nasce da circa 250 ettari vitati principalmente a tempranillo e cabernet sauvignon, che entrano nel blend con percentuali -rispettivamente- di 80 e 20%. Tinto e fino, allontanandosi progressivamente dallo stereotipo di vino spagnolo inteso come scuro, intenso, corposo, “cotto dal sole” se non addirittura ossidato nel momento di abbinarlo a mezzo cochinillo al horno piuttosto che ad un corderito asado di Aranda del Duero.

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Non difficile da intendere ma ti pare di bere un Velasquez tanto lo devi attendere un Vega, per poi non dimenticarlo. Un Unico, che non esce dalla cantina prima dei fatidici dieci anni di affinamento e che poi fa fatica ad andarsene dalla mente e dal palato. Il frutto di una maniera di dire solo come gli spagnoli possono fare: sei mesi di inverno e sei mesi di inferno. Finezza ed equilibrio difficili da trovare se non con la pazienza, il tempo, quello indifferente al clima. È lui, il tempranillo, appunto, Unico, siderale, come questo momento di tastiera.

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La Bodega vanta una storia lunga 160 anni. È infatti dal 1864 che iniziarono le prime acquisizioni dei migliori terreni e con le migliori esposizioni in altitudine sopra al Duero, che non dimentichiamolo, quando entra in Portogallo si chiama Douro e diventa il “veicolo” portante del vino di Porto. Insomma un fiume fondamentale per la viticultura europea. Qui abbiamo merlot, malbec, cabernet sauvignon e appunto il tempranillo, che matura lentamente conservando acidità, freschezza, tannicità e carattere spanish senza decadere nella confettura d’uva. Le vigne, talvolta centenarie, producono pochissimo, anche meno di 20 ettolitri l’ettaro e sono lavorate senza concimi chimici e senza diserbare il terreno.

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Dunque può succedere di perdere qualche annata, prendendosi il rischio di lavorare pulito e in un territorio infido, soggetto anche a correnti atlantiche. Insomma, non è la Valle della Loira ma se ci prendi 6/7 annate su 10 devi già essere soddisfatto. Quando l’annata è buona il frutto viene portato nell’affascinante atmosfera della cantina con volte e pareti a mattoni ornata con parabole dorate che riflettono gli scarsi raggi di sole.

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Il vino si affina per molti anni in queste condizioni privilegiate, dapprima in barrique nuove assemblate direttamente sul posto e poi in botti più grandi e già usate. Il miracolo si compie e probabilmente si può compiere solo qui e solo in queste condizioni. Altrove non si può, mentre qui il vino si equilibra, non prende il gusto di legno, perché è nella natura del tempranillo respingere gli eccessi di affinamento in legno, proprio perché così acido e tannico da tener testa all’attacco della dolcezza delle barrique.

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16/2/12 Pablo Álvarez, managing director, Vega Sicilia Winery, Valbuena de Duero, Castilla y Leon, Spain. Photos by James Sturcke Fotografía | www.sturcke.org
Foto di James Sturcke

Ma le annate e il frutto non possono mai essere uguali, anche se l’esperienza secolare porta certezze e così i Maestri di Bodega ormai sanno come comportarsi nei confronti di un vino che in realtà è un bambino da crescere, da educare, formandolo, dandogli finalmente la facoltà di uscire di casa a 10 anni dalla sua nascita, perché oltre ai 7/8 anni sopra citati ne saranno necessari altri 2/3 in vetro perché arrivi il momento di uscire di casa. Altro motivo di orgoglio del A.D. Pablo Alvarez. Ne nasce un vino delicato, rubino di varie tonalità, a seconda dell’annata, dai vivaci tannini e dall’acidità fresca, ormai domata dal tempo. Vino da grandi occasioni e da grandi piatti della cucina classica spagnola a base di carne ma si può bere anche così, da solo, leggendo un libro e accompagnandolo con qualche pezzetto di Queso Manchego.

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Le annate? Beh i Vega Sicilia Único possono durare anche un secolo. Di conseguenza oggi possiamo degustare delle vecchie annate in gran forma a partire dalla mia, la 1961 e poi la 1970 (l’annata della ragazza con l’abitino rosso), e ancora la 1974, il 1978, il 1985 e anche il 1990 dal frutto intenso mischiato alle spezie e alle note di tabacco. Di più solo l’assemblaggio che ovviamente si chiama Unico Reserva Especial, che si crea in una maniera originale, ma abbastanza diffusa in Spagna e in Portogallo, mescolando diverse annate. Per esempio, la 1990 con la 1994 e la 1996 uscita nel 2010. Sono dei veri alchimisti i “cavisti” di Vega Sicilia. I prezzi, neppure dissuasivi, perché di vino non ne manca viste le dimensioni della proprietà. Quindi qualche centinaio di euro saranno necessari ma senza mai superare -salvo reliquie centenarie- il millino.

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Ma si fa anche altro qui e nei dintorni, e a costi perfino contenuti. Esiste infatti anche un vino d’entrata nel mondo Vega Sicilia: il Tinto Valbuena 5° che si ottiene da un 95% di uve tempranillo e il resto merlot. La galassia si allarga ad altre produzioni come il Pintia, 100% tempranillo, il Macan (in collaborazione con i Rothschild) o l’Alion 85% tempranillo, 8% merlot e 7% malbec, ma ormai si è fatto tardi al bancone del bar del Grand Hotel Reina Victoria. È tempo di tornare al ristorante per un filetto Chateaubriand e la Unica 1970, el corazon de Castilla.

Autore: Roberto Mostini aka Il Guardiano Del Faro

 

Vega Sicilia

INCA VEGA SICILIA

47359 Valbuena de Duero – Valladolid – España

Mail vegasicilia@vega-sicilia.com

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2 pensieri riguardo “Ribera del Duero Vega Sicilia Unico. Il vino dei Re di Spagna”

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