Ornellaia: come il figlio ribelle degli Antinori ha segnato un’epoca del vino

Gli Antinori, che hanno solcato il secolo scorso con la grande figura di Niccolò, che amava definirsi vinattiere più che marchese, sono coloro che hanno contribuito alla rinascita del Chianti e contribuito a quella di Bolgheri dando loro dignità e nobiltà a livello mondiale.

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La Storia

In ogni famiglia che si rispetti ci sono sempre aneddoti e piccoli conflitti, specie tra fratelli che seppur cresciuti insieme, intraprendono percorsi individuali nettamente diversi. La grande famiglia Antinori, il cui nome è indissolubilmente legato alla storia del vino in Italia sin dal Medioevo, come testimoniano tanti documenti sia di interesse storico che letterario e persino agronomico, è la protagonista indiscussa del Novecento, contribuendo alla genesi e alla prosperità di zone che da vocate sono diventate mitiche. Così, se la zona di Bolgheri, nell’alta Maremma, è stata cantata in poesia dal Carducci, oggi decantata nei migliori angoli del mondo sotto forma di prezioso nettare che è sintesi di storie e aneddoti di personaggi e famiglie che hanno cambiato le sorti di questo luogo.

Gli Antinori, che hanno solcato il secolo scorso con la grande figura di Niccolò, che più che marchese amava definirsi vinattiere, sono coloro che hanno contribuito alla rinascita del Chianti e contribuendo a quella di Bolgheri dando loro dignità e nobiltà a livello mondiale. E se la vicenda del Sassicaia si ammanta di tinte romanzate con l’eterna diatriba tra gli Incisa della Rocchetta – legati ai Della Gherardesca – e gli Antinori, trovando la consacrazione nei primi anni 80, la vicenda dell’Ornellaia non è da meno. E le storie che orbitano attorno a questo vino certamente contribuiscono al suo fascino.

Se Piero è associato a Sassicaia, Lodovico è da considerarsi il deus ex machina di Ornellaia, una tenuta che in origine contava 45 ettari, posta sulla via Bolgherese, poco distante dalla Sassicaia ma sul versante opposto, che prende il nome da un boschetto di ornelli, una sorta di frassini da cui si estraeva la manna.

Per tratteggiare un conciso ritratto di Lodovico Antinori, citiamo volentieri le parole del giornalista Aldo Santini, tra le tante voci autorevoli che hanno dedicato tanta indagine e tanto inchiostro a questa epopea: “Il marchese Lodovico Antinori è assai diverso dal fratello Piero. Non tanto fisicamente, ma per temperamento, per carattere, per ossatura culturale. Non solo perché dice di essere un sangue misto, vecchia Toscana e giovane linfa americana. Non solo perché ha corso l’avventura più del padre Niccolò, e questo spiega già molto, vivendo nel Laos la realtà della guerra, da fotogiornalista (è esatto, marchese?) con un lasciapassare del re, l’ingegnere Suvanna Phouma. Non solo perché ha girato gli Stati Uniti da costa a costa, imparando i segreti del commercio vinicolo alla dura scuola di Richard Blumenthal. Il direttore della Julius Wile Sons & Company, l’onnipotente società che importa negli USA vini e liquori europei. Non solo perché, come racconta Veronelli che lo ha conosciuto a New York, sedeva ai tavoli del ristorante Le Cirque di Sirio Maccioni, ogni sera con la donna più bella, da autentico tombeur de femmes. Non solo perché, mentre Piero s’imponeva nel Chianti meritandosi, con l’inedito uvaggio Sangiovese-Cabernet del Tignanello, il titolo di rinnovatore del vino toscano e diventava il personaggio numero uno della viticultura nazionale, lui incantava gli americani riuscendo a trasformare l’immagine della casa Antinori e, di conseguenza, rivalutava le sue etichette nel tariffario statunitense.

In questo, almeno, l’attività dei due fratelli coincideva pienamente. Ma è stata proprio la lunga esperienza accumulata negli Stati Uniti, la sua conoscenza approfondita del mercato americano, a spingere Lodovico nella direzione opposta a quella mantenuta nei secoli dalla casa madre, e a scegliere la qualità assoluta realizzando pochi vini da sballo (o di “nicchia” come dicono gli esperti) invece della buona qualità mediata producendo molti vini. […] Lodovico, al contrario, finito di correre l’avventura, e superata la tentazione di piantare le radici in California, nella Napa Valley, decideva di tornare nella terra dov’era cresciuto, a Bolgheri, mettendo a frutto il suo eccezionale bagaglio e di operare in proprio da artigiano di lusso. Usciva dalla casa Antinori, conservando una carica onorifica e un piccolo pacchetto azionario, e creava un’azienda con la partecipazione paterna, da condurre seguendo esclusivamente le proprie idee, cercando i collaboratori fuori dagli ambienti tradizionali” (A. Santini, “Il Sassicaia e i suoi compagni”, Maria Pacini Fazzi editore, 1998).

Per questo motivo Lodovico ingaggia l’enologo russo André Tchelistcheff, oggi considerato il padre della Napa Valley, e realizza una cantina futuristica con grandi vetrate e uno spazio molto ampio per accogliere i visitatori – che all’inizio viene giudicata come degna di un colossal hollywoodiano, decisamente pretenziosa – ma soprattutto inizia a impiantare vitigni di Cabernet, sulla scorta dello zio Mario Incisa della Rocchetta, in una zona come l’alta Maremma tradizionalmente vocata al Sangiovese e Trebbiano. Nel 1984 viene messa in commercio – solo per il mercato giapponese – la prima annata di Ornellaia, un blend di 90% Cabernet e 10% Merlot, mentre in Italia il primo Ornellaia arriva nel 1989 con l’annata 1985, ma la critica lo stronca perché troppo spigoloso e selvatico. In parallelo Lodovico sviluppa il progetto di un merlot in purezza che nel 1988 esordisce con il nome di Masseto, sul modello del Pomerol bordolese. Un trionfo immediato che fa decollare anche il primogenito Ornellaia che nel frattempo cresce grazie all’irrobustirsi delle vigne di Cabernet, seguito anche dal Poggio alle Gazze (blend di Sauvignon blanc e Viogner). Il Masseto entra subito nell’Olimpo, anche perché per due anni il merlot va a rafforzare l’Ornellaia e non viene pertanto imbottigliato, e certo l’opera dell’enologo è decisiva nella svolta. Il metodo è quello della vinificazione singola di ogni uvaggio che dà un mosto che sosta per 12 mesi in barrique di rovere compiendo la fermentazione malolattica, che poi viene assemblato con gli altri per realizzare blend con ulteriore riposo in barrique per un anno. Dopo altri 12 mesi di affinamento in bottiglia il vino viene posto in commercio.

Negli anni 90, alla consulenza enologica di André Tchelistcheff e del figlio Dimitri, si affianca quella del giovane talentuoso Federico Staderini, e quindi dell’ungherese Tibor G’Al, a dare l’assetto definitivo: stile bordolese negli impianti, vigneti e varietà di uve (cabernet franc, cabernet sauvignon, merlot), estesi su 91 ettari di cui oggi 76 produttivi, divisi tra Ornellaia e Bellaria; modello californiano nella struttura della cantina.

Ornellaia e Masseto diventano pertanto rockstar acclamate specie dal grande mercato internazionale – Ornellaia 1998 viene nominato vino dell’anno nel 2001 da Wine Spectator, mentre nel 2004 il Masseto 2001 ottiene i 100/100, grazie ai propri nettari opulenti, sontuosi, ricchi di speziature e balsamicità che sono l’emblema di questa zona ricca di argille saline, calcare, e l’influsso del mare vicinissimo.

Sul finire degli anni 90 l’azienda viene in parte ceduta alla Mondavi che a sua volta coinvolge la famiglia Frescobaldi, storica rivale di Antinori, che nel 2005 la acquisisce in toto.

I Frescobaldi, anch’essi protagonisti della storia italiana del vino, dell’arte e della cultura fin dal XIV secolo, hanno legato a doppio filo la propria qualità a etichette quali Castello di Pomino, Castello di Nipozzano, Castel Giocondo e Castiglioni, oltre alla riscoperta della zona del Morellino di Scansano con la tenuta Santa Maria, ed è ancora oggi grande bandiera del made in Italy.

Il grande pentimento di Lodovico cerca redenzione nella Tenuta di Campo Sasso e la Tenuta di Biserno con ottimi risultati, ma nel frattempo Ornellaia e Masseto sono già nel mito, mantenuto vivo grazie all’intervento dell’enologo Axel Heinz e Michel Rolland, supportato dalla figura di Leonardo Raspini che nel tempo ha mantenuto la produzione di Ornellaia sulle 150.000 circa bottiglie annue, e quella del Masseto sulle 30.000 bottiglie circa.