Tignanello: come un vino da tavola è divenuto leggenda

Sostiene Calvino che “d’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”. Ed è per questo forse che non ci sti stanca mai di leggere e indagare fenomeni che il tempo ha sancito come determinanti ed epocali.

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La Storia

Ci sono ad esempio grandi vini che sono veri contenitori di storie liquide, spesso condite da un’aura di leggenda e che si legano a doppio filo a figure emblematiche in grado di svoltare e rivoluzionare persino le sorti di un luogo. Se molti di noi ancora non sono riusciti ad assaporare un calice di Tignanello, non possiamo comunque prescindere dal conoscerne la storia, che oltre a essere molto bella è un passaggio esemplare nella definizione storica del nostro Made in Italy.

Basta tornare indietro di una cinquantina d’anni, in un momento poco felice per il Chianti in cui lo spopolamento della campagna provoca una sorta di abbandono sprofondando in letargo la cultura contadina; ma, si sa, è proprio nei momenti di crisi – che in greco antico significa “scelta” – in cui si può aguzzare l’ingegno. E spesso sovvertire l’ordine precostituito aiuta a dare una scossa e rimettere in moto un sistema. In quegli anni la famiglia Antinori, percependo la fase di stallo, deve aver pensato alla necessità di darsi una svolta, e il trentenne Piero se ne fa artefice, complice l’esperienza secolare di famiglia, e una certa audacia. Senza dapprima inventare nulla, intuisce che è giunto il momento di uscire dagli schemi di una ricetta che allora prevedeva che nel Chianti Classico confluisse anche un piccolo quantitativo di uve bianche, come stabilito dal Barone Bettino Ricasoli.

Già il padre di Piero, Niccolò, negli anni 30 aveva prodotto il Villa Antinori Chianti Classico inserendovi un 5-10% di Cabernet, vitigno internazionale – ohibò – le cui barbatelle erano state acquistate a niente meno che Giulio Ferrari, che prima di essere padre di uno dei più famosi vini trentini, era un vivaista. Sul finire degli anni 60 c’era un podere di 57 ettari nei pressi di San Casciano Val di Pesa, posto in collina, con delle condizioni pedoclimatiche e un terreno di galestro ideali per ottenere ottime uve, specie da sangiovese e Cabernet Sauvignon. Proprio in quello stesso periodo Niccolò era entrato in contatto con un giovane piemontese che aveva studiato Enologia ad Alba, e aveva deciso di portarlo con sé in Francia a incontrare l’enologia d’oltralpe. Giacomo Tachis, coetaneo di Piero, insieme a Émile Peynaud – il maggiore enologo francese – con il placet degli Antinori, iniziano quindi a impiantare vitigni di sangiovese e cabernet, con varie prove in cantina. L’influenza francese è stata sicuramente determinante anche nella scelta del tutto insolita di affinare le uve in barrique di rovere. A coronare il sogno interviene pure Veronelli che suggerisce: “Niente nomi altisonanti, paroloni medievali, neologismi strani, per queste bottiglie il nome più ovvio è il più giusto”. Era il 1971, era nato il Tignanello, padre di una grande epopea ancora inconsapevole, e progenitore di una stirpe di vini che incontrerà larga fortuna specie all’estero con l’epiteto di “Super Tuscans” coniato dal critico Robert Parker negli anni 80, in particolare della zona di Bolgheri.

Naturalmente le reticenze iniziali non permisero al Tignanello di imporsi, ed era semplicemente etichettato come “vino da tavola”, esorbitando dal disciplinare, certo, ma il progetto era solidissimo nel suo essere visionario, studiato e curato in ogni dettaglio. Non c’era casualità, senso di scoperta, solo osservazione, esperienza, comunicazione e ovviamente l’audacia di chi sa planare sull’ordinarietà, senza tema d’errore. Come sostiene Piero Antinori nel prologo del bel libro “Tignanello, una storia toscana” (Cinquesensi ed.): “Ricordo che ne discutemmo a lungo, riunione dopo riunione. Io, con mio padre, con collaboratori ed amici, a Palazzo Antinori, alla fine degli anni Sessanta. Avevamo un vino che, nelle speranze e nelle intenzioni, doveva cambiare le regole, iniziare una nuova stagione per l’azienda, la mia famiglia e la Toscana. E tutto stava per essere etichettato con questo nome poco evocativo, un nome sconosciuto per chi non fosse del Chianti Classico e non sapesse sul serio di vigneti e terroir.

Un nome agli antipodi di tutte le leggi del marketing. Speravamo, pensavamo, sapevamo di avere un’eccellenza nelle nostre barrique di legno nuovo, ma la presentavamo ai mercati con un nome quasi impronunciabile per gli stranieri. Eppure, io ero ben convinto nella scelta di quel nome.”

Un vino che nel corso dei decenni ha saputo marcare una svolta in un’Italia in cui il vino era ancora un alimento quotidiano, e in cui i vari casi di eccellenza erano isolati e non considerati una risorsa di riconoscibilità, come invece accadeva già da molto oltre il confine. Il Tignanello ha segnato uno spartiacque, ha conferito al vino un’idea di eleganza e profumi, oltre a una longevità che oggi è appannaggio di collezionisti appassionati. Un nome che per contrappasso – nel sovvertire una regola l’ha confermata – ha ridato nuova verve nella riscoperta del taglio sangiovese e nella rivalutazione specie a livello internazionale di una zona intera. Un’operazione di successo che ancora oggi resta esemplare nel ricordarci la necessità di menti illuminate per poter scovare bellezza, valorizzandola e facendone bandiera per una ripartenza economica e culturale.

Indirizzo

Marchesi Antinori S.p.A

Via Cassia per Siena, 133 – Loc. Bargino, 50026, San Casciano val di Pesa, Firenze

Tel. +39 055 23595

Mail antinori@antinori.it

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