Palazzo Velabro si trova tra il Palatino, il Tevere, il Foro Boario e il Campidoglio. A pochi passi ci sono l’Arco di Giano e San Giorgio in Velabro, meravigliosa piccola chiesa di antichissima fondazione, con le sue colonne di spoglio recuperate da edifici antichi. È un luogo quieto, sebbene prossimo ad alcuni dei monumenti più visitati al mondo. «Secondo me questo è il posto più magico di Roma», racconta Cristina Paini, fondatrice e CEO di LHM, la società che gestisce l’hotel.
«Di Roma ha forse la sacralità, perché è silenzioso rispetto a una città molto rumorosa», ci spiega sempre Cristina. «Qui sei in un silenzio pazzesco e, per me che non sono romana, è tutto quello che da Roma mi aspetto. Vedi il Palatino, vedi i Fori. È il luogo dove la città è nata: la leggenda dice che proprio qui Romolo e Remo siano stati trovati nella cesta. È un posto sacro, per i romani».
L'hotel
L’edificio che ospita l’hotel fu costruito nella prima metà del Settecento e negli anni Sessanta venne trasformato in residenza da Luigi Moretti, una delle figure più riconoscibili dell’architettura italiana del Novecento. Del palazzo originario sono state conservate la struttura, le facciate e la suddivisione interna: «Negli anni Sessanta si decise di farne una residenza e venne chiamato Moretti, che ne rivide gli interni. Da qui arrivano tutte queste forme tonde: non esistono quasi angoli. Con l’architetto abbiamo cercato di rispettare questi elementi e di riprendere alcuni tratti morettiani, compreso il suo amore per il Giappone».



Il progetto ha lavorato su più presenze: il Settecento, la lezione razionalista, il design contemporaneo e le suggestioni orientali. Affidato allo studio milanese Garibaldi Architects, l’intervento sugli interni ha come elementi principali il colore, il legno, il marmo e la terra cruda. I colori sono verde salvia, blu cobalto e rosa mattone; il noce cannettato e curvato è boiserie e arredo; l’arabescato e la breccia viola portano la presenza del marmo romano; la terra cruda, al piano terra, dona una superficie in movimento e niente è troppo levigato. Le contaminazioni orientali sono rappresentate da dettagli come le moquette dei corridoi e della palestra che riprendono il disegno dei rami di pesco in fiore; le testiere a paravento sono divise in pannelli e listelli; i grandi specchi tondi rimandano al sole nascente.



Palazzo Velabro, membro di Design Hotels e presente nel circuito Marriott Bonvoy, conserva comunque una natura di progetto indipendente. È un mixed-use hotel: oltre alle camere ci sono le home suite con cucina. «Era nato come residenza e noi ne abbiamo rispettato la natura», racconta la manager. Il claim dell’albergo è «a room is not enough»: il soggiorno si allarga agli spazi comuni, all’arte, alla musica, ai libri, alla ristorazione. Bellissimo il «petit cinema», con boiserie in noce, pareti bordeaux, poltrone di design, un telo cinematografico autentico e una programmazione che alterna film e altri appuntamenti: «Io l’ho voluto perché Roma è la città del cinema». Le serate dedicate al Festival di Sanremo, accompagnate dal cibo, hanno registrato il pienone. «Alla fine questi sono spazi che tu immagini in un modo e che la gente riempie. Ed è giusto che sia così».


Cristina Paini sottolinea un aspetto che aiuta a comprendere meglio il progetto: «Roma è ancora lontana rispetto a Parigi dal fenomeno della disneyficazione, perché è vissuta. Non è un ecosistema preparato per il turista. Anche se sei in via dei Condotti, poi attraversi via del Corso e via del Corso è fatta dai romani». Palazzo Velabro in questo ecosistema si inserisce. La vocazione artistica dell’hotel nasce dall’incontro tra Paini e Alessia Garibaldi: «È una cosa nata un po’ da un’amicizia. Abbiamo affrontato il progetto insieme a una mia amica che fa l’architetto d’interni e ci univa la passione per l’arte. Siamo partiti con un numero limitato di opere facendo mostre; adesso continuiamo e ne abbiamo molte». Per esempio, all’ingresso si trova «Histoire d’eau #1», affresco site-specific di Edoardo Piermattei che ritrae Roma attraverso due elementi fondativi, l’acqua e il tempo. «Era un po’ dire al romano o al turista che Roma non è finita con il barocco; in realtà ha avuto tutta un’epoca che va esplorata, perché altrimenti le città diventano davvero musei e non luoghi che si evolvono».

Nelle camere si trovano arredi su misura, boiserie, carte da parati e pezzi di design. Alle sei camere si affiancano le home suite con cucina; le metrature variano indicativamente dai 30 agli 80 metri quadrati e gli ambienti sono distribuiti dal primo al quinto piano. Le diverse tipologie declinano tre palette: verde e frassino chiaro; blu cobalto, noce e carte da parati effetto guscio di tartaruga; toni neutri dal rosa al mattone, accompagnati da un disegno più essenziale. Continua Paini: «Questo posto è nato sicuramente con un’identità che avevamo disegnato a tavolino, pensato e sognato, ma la vera bellezza per me sono anche le persone che siamo riusciti a trovare e che ci lavorano dentro. Siamo tutti un po’ innamorati del progetto. Vorrei dire che siamo stati noi a formarli, ma in realtà è stato uno scambio: se una cosa ti piace, la interpreti».

La ristorazione
Apicio 16, il ristorante di Palazzo Velabro, punta a un’immediatezza di alta qualità. Il nome stesso è comunque un programma di romanità, essendo dedicato a Marco Gavio Apicio, gastronomo, figura tra storia, leggenda e immaginario, cui è tradizionalmente attribuito il nucleo originario del «De re coquinaria». Cristina Paini racconta di avere cercato per Apicio 16 una cucina di territorio e di casa, senza inseguire un modello da alta ristorazione: «Il nostro chef Tiziano Tanteri è metà romano e metà veneto e ha interpretato perfettamente il mio desiderio».

Racconta lo chef: «Qui siamo accanto alla Bocca della Verità, davanti all’Arco di Giano. Facciamo una cucina tipicamente romana, puntiamo su quello e, in più, proponiamo alcune rivisitazioni sempre sulla base della cucina tradizionale italiana». Sul rapporto con l’antico gastronomo sorride: «Riconoscermi in Apicio? Direi di sì, anche se non al suo livello. Però ci proviamo: questo lavoro fa parte della mia vita, sono sempre stato un cuoco e sono cresciuto così». Non c’è sicuramente l’ambizione di attualizzare ricette di duemila anni fa, ma l’idea di dar vita a una cucina comprensibile, con sapori riconoscibili.

Tanteri arriva a Palazzo Velabro dopo una lunga gavetta: «Sono stato abbastanza fortunato perché da giovanissimo sono partito praticamente subito con Filippo La Mantia. Sono cresciuto per dieci anni con lui: si lavorava tanto e bene, abbiamo fatto belle cose insieme e mi sono divertito molto». Nel suo percorso ci sono anche l’area reatina e Amatrice: Roma ha sempre assorbito ingredienti, tecniche e piatti dai territori circostanti, con campagna, pascoli, transumanze, quinto quarto, orti, paste e formaggi. «Alcuni piatti appartengono anche ad altre regioni, perché a me piace molto la tradizione italiana, però rivisitata e un po’ alleggerita: non i piatti pesanti che si facevano una volta, ma qualcosa di più adatto al palato di oggi. Piatti più leggeri, che credo possano essere buoni allo stesso modo».

Nella sala si conserva il mood dell’hotel, con il progetto di Garibaldi Architects in cui si ritrovano dettagli di gusto orientale, carta da parati effetto rafia, curve morettiane, il bel bancone disegnato su misura e le panche in velluto blu. È un ambiente elegante ma non ingessato, direttamente collegato al bar. Tra i piatti, la carbonara è emblematica, realizzata con tutti i crismi della romanità, con il giusto dente e quella cremosità che non può mancare: «Può capitare che il cliente orientale la giudichi la un po’ troppo sapida, ma credo sia normale. La carbonara è così, è saporita già di suo; tra guanciale, Parmigiano e Pecorino, è quella». E poi ancora l’amatriciana: «Per le basi che ho avuto e per dove ho studiato, tra Amatrice e Rieti, per me è fondamentale».



Tra gli altri piatti che abbiamo assaggiato ci sono la guancia di vitello e una sorprendente pernice: «Abbiamo provato a fare questo piatto con una selvaggina che non si vede molto spesso in giro. Credo sia venuto abbastanza bene». Molto apprezzato anche il polpo cotto con verdure dell’orto saltate e crema di patate, le fettuccine fatte in casa con sugo di coda alla vaccinara e cioccolato e il croccante medaglione di carré di vitello panato e fritto, accompagnato da maionese alla paprika e ratatouille di verdure. Tra i dolci spicca la profumata crème brûlée alla lavanda. Una cucina solida, golosa e ben eseguita.



Palazzo Velabro
Palazzo Velabro, Via del Velabro, 16, 00186 Roma RM
Telefono: 06 9761 9197