Carmignano, un orgoglio silente

Il Carmignano e’ uno dei territori piu’ storici e nobili dell’intero patrimonio viticolo nazionale; in attesa di una nuova scossa, i suoi vini sono al momento purtroppo espressione di poche voci soliste.

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La Storia

Carmignano, un orgoglio silente

Come appagato da una storia illustre quanto antica, il Carmignano, inteso come comprensorio produttivo, sembra avvolto da un fascinoso immobilismo, che rischia di non rendere merito a un territorio il cui valore venne sancito già nel 1716 da Cosimo III de’ Medici, che lo incoronò come uno dei quattro luoghi a vocazione viticola del Granducato di Toscana (insieme al cuore del Chianti, divenuto poi una parte del Chianti Classico, Pomino e Val d’Arno di Sopra). Una proclamazione rimarcata dalla costruzione di un protettivo muro di cinta, le cui vestigia, in questo periodo storico, è come se ne stessero attutendo la voce.

Un momento d’ “impasse” nonostante il ruolo ancora trainante della famiglia Contini Bonacossi, che nel 1920 acquista la storica Tenuta di Capezzana, legata al mondo dell’agricoltura dal lontano 804 d.C., elevandola a punto di riferimento del territorio. Un connubio, quello tra i Contini Bonacossi e il Carmignano, destinato al successo e inaugurato dalla prima bottiglia prodotta nel 1925. Il potere politico e commerciale di questa famiglia permise al comprensorio, nel 1975, di giungere alla denominazione di origine controllata, con retroattività dal 1969, rivendicando una propria autonomia territoriale e produttiva rispetto al calderone chiantigiano, a cui il Carmignano era stato inglobato a metà degli anni Trenta. Un percorso di valorizzazione che si concretizzò con il conseguimento della docg nel 1990 (retroattiva dal 1988) e che ora è in attesa di nuova linfa vitale da un tessuto produttivo affidato a poche voci soliste.

Il territorio

L’area di produzione del vino Carmignano si estende sui territori collinari dei comuni di Carmignano e Poggio a Caiano, in provincia di Prato, il cui centro abitato dista appena tredici chilometri in direzione nord-est. Siamo nel settore centro settentrionale della regione Toscana, a metà strada tra le città di Firenze e Pistoia, distanti dal cuore della denominazione una ventina di chilometri, rispettivamente in direzione sud est e nord ovest.

L’area di competenza del comprensorio coincide con i confini stabiliti dal bando mediceo del 1716: un’area vasta quarantaquattro chilometri quadrati, all’interno dei quali si sviluppano circa 320 ettari complessivamente vitati, di cui 150 rivendicati negli ultimi anni per la produzione di vino Carmignano. Numeri decisamente contenuti anche nel tessuto produttivo che non raggiunge le venti unità, quattordici delle quali iscritte al consorzio di tutela. Il comprensorio carmignanese si sviluppa prevalentemente sul versante nord est del crinale che si stacca dalla catena appenninica di Montalbano.

Un crinale costituito dal cosiddetto “macigno”, ossia un’arenaria di origine oligocenica ricca in potassio ma scarsa in fosforo e calcio. A questa formazione si sovrappongono, prevalendo, aree dominate dal “Galestro”, argilloscisti ricchi in calcare, e lembi di “Alberese”, cioè marne calcaree di colore biancastro. Proprio queste ultime due formazioni, unitamente a altitudini medie contenute, comprese tra i 50 e i 250 metri sul livello del mare, sembrano riflettere le migliori condizioni per la produzione di vini di maggiore struttura e profondità. Con il recente innalzamento delle temperature, infatti, i suoli che derivano dalle arenarie, sciolti e drenanti, rischiano di riflettere alle viti maggiore calore e stress idrico, con conseguenze critiche sulla sana maturazione delle uve. Un elemento, quello del calore, che causa un anticipo nelle fasi di vendemmia di circa 15-20 giorni rispetto alle zone più alte del vicino Chianti Classico e che aleggia come uno spettro sull’intero comprensorio. Fortunatamente a contrastare questo possibile limite intervengono le esposizioni sovente a nord, una ventilazione costante e un tramonto anticipato dalla vicina catena montuosa, che regola la piovosità sui 750-800 mm annui, equamente distribuiti nelle diverse stagioni.

 

Nel bicchiere

La base ampelografica del Carmignano riflette ancora oggi una ricetta antica, quella che già sul finire del ‘700 voleva al fianco del sangiovese, il protagonista principale che concorre con un minimo del 50%, l’obbligo di utilizzo di una percentuale compresa tra il 10 e il 20% di cabernet sauvignon o franc, chiamata in loco “uva Francesca” per sottolinearne la provenienza transalpina. A queste due varietà possono aggiungersi il canaiolo nero (fino ad un massimo del 20%), uve autoctone a bacca bianca (fino ad un massimo del 10%) e uve a bacca rossa idonee alla coltivazione nell’ambito della regione Toscana (anch’esse fino ad un massimo del 10%).

Questa composizione, antesignana dei blasonati “supertuscan”, tanto in voga negli anni Novanta, non deve trarre in inganno il degustatore, perché la personalità di questo comprensorio è riuscita, nella maggior parte dei casi, a “toscanizzare” anche le due varietà internazionali incluse nella ricetta dal legislatore. Un vino territoriale, quindi, che unisce la briosità del sangiovese alla nobiltà e alla longevità del cabernet, in un contesto dal calore controllato. Non senza qualche forzatura, potrebbe apparire come una sorta di punto d’incontro tra un Chianti Classico dalle altitudini contenute e un Brunello di Montalcino del versante nord est. Il tutto per un comprensorio che non sembra ancora avere espresso pienamente il proprio potenziale.

I Vini

 

 

Alcune etichette degustate

Carmignano villa di capezzana 2009

Tenuta capezzana

Il Villa di Capezzana è il vino che incarna maggiormente la storia del Carmignano. Prodotto per la prima volta nel 1925, continua ancora oggi a tenere alto l’onore della famiglia Contini Bonacossi. La versione nel bicchiere rivela un’impostazione stilistica che concilia modernità e tradizione, sangiovese e cabernet, con un naso che si apre sul fiore e sul frutto, con chiari riconoscimenti di ciliegia, grafite e una parte tostata dolce che si integra a una parte spiccatamente minerale. Un naso di discreta profondità che si muove con una notevole piacevolezza immediata. Con l’aria rivela una decisa nota di violetta mammola dal valore didattico. La bocca si presenta disinvolta e scorrevole, con struttura che si distende in verticale senza trascurare una parte glicerica accomodante. C’è sapore e succo che rimangono avvinghiati a una vena sapida che si allunga sul finale dove la componente tannica mostra una certa esuberanza alimentata da un ritorno calorico. Un vino che regge molto bene al prolungato contatto con l’aria e che mantiene sotto controllo il proprio lato bordolese. Doveroso citare anche il Carmignano Riserva Trefiano 2008, che nel bicchiere si presenta più ricco e profondo, più scura e selvatico. Nel complesso un vino che mi ha “strappato” un centesimo abbondante in più rispetto al Villa di Capezzana.

Sangiovese 70% Cabernet 20% e Canaiolo 10%.

(88/100) prezzo medio in enoteca € 19

 

Carmignano riserva montalbiolo 2009

Fattoria ambra

Giuseppe Rigoli è uno dei protagonisti più preparati dell’intero comprensorio. Laureato in agronomia, nel 1983 è subentrato al padre nella conduzione dell’azienda di famiglia. Lo scrupoloso lavoro di zonazione svolto all’interno del proprio patrimonio viticolo (22 ettari vitati di cui 12 di proprietà), lo ha portato a individuare diversi suoli che Giuseppe valorizza con quattro versioni differenti di Carmignano (Montefortini, Santa Cristina in Pilli, Elzana e Montalbiolo). Tra le versioni degustate ho preferito, nel millesimo in questione, il “riserva” Montalbiolo, prodotto dal 1985 da un ettaro nell’omonima località, da un suolo di galestro e arenaria. Si tratta di un vino che rispecchia lo stile classicheggiante perseguito dal produttore e che dopo una prima fase lievemente riduttiva rivela la parte più elegante e cadenzata della denominazione. Frutto rosso chiaro e sfumature piacevolmente agrumate si intrecciano a note di spezie orientali (leggi legno in fase di digestione) e a una florealità intensa quanto piacevole. La bocca è coerente e scorrevole, priva di muscolarità ma dal nerbo acido-sapido di buon sapore. Tannino definito e puntuale, che chiude con note piacevolmente amarognole. Un elogio del sangiovese. Segnalazione anche per il Carmignano Santa Cristina in Pilli, delicatamente più scuro e muscolare ma sempre in un contesto di classicità ed eleganza.

Sangiovese 70% Canaiolo 20% Cabernet 10%

(89/100) prezzo medio in enoteca € 20

 

Carmignano riserva 2010

Azienda agricola piaggia

L’incontro con l’esuberante Mauro Vannucci dell’azienda agricola Piaggia potrebbe lasciare disorientati; la sicurezza con cui protegge e sostiene il proprio lavoro nasconde una determinazione che spero contagi anche altri produttori del comprensorio. Amante del vino e ispirato dalle memorabili versioni storiche della tenuta di Capezzana, Mauro, con l’aiuto della figlia Silvia (attualmente presidentessa del consorzio di tutela) ha intrapreso la sua carriera produttiva nel 1987, producendo il suo primo Carmignano riserva nel 1991. Un percorso svolto a grandi falcate e con il merito indiscutibile di avere apportato nuova linfa vitale a un comparto produttivo assopito. I vini dell’azienda Piaggia sono l’opposto di quelli della Fattoria Ambra, cioè vini fatti di concentrazione e muscolarità, che non nascondono un generoso apporto di uve internazionali. Eppure si tratta di vini ugualmente legati alla tradizione di Carmignano, una tradizione che Mauro ha voluto reinterpretare in chiave puramente moderna e con una tecnica sopraffina. La versione nel bicchiere mostra frutto scuro, con prugna e marasca in confettura, note di spezia e tostatura dolce del rovere, senza alcuna concessione alla rusticità. La bocca è ricca, avvolgente, con un apporto glicerico notevole. C’è succo e buon allungo. Chiude tra sapore e dolcezza. Quando Carmignano è l’antesignano dei “supertuscan”.

Sangiovese 70% Cabernet 20% Merlot 10%

(89/100) prezzo medio in enoteca € 32

 

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