Michael Franzese: da boss mafioso a viticoltore di fama mondiale

Figlio d’arte, l’ex boss mafioso di New York Michael Franzese è oggi un viticoltore affermato. «Alcuni di quei miei vecchi soci mi hanno chiamato e vogliono campioni gratuiti del mio vino».

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La storia

Micheal Franzese negli anni ’80 era conosciuto come lo “yuppie don“, dopo essere diventato caporegime della famiglia criminale Colombo. La rivista Fortune lo aveva inserito al numero 18 nella lista dei 50 boss più influenti della mafia americana, con il primato di avere accumulato con le attività delinquenziali una delle più grandi ricchezze dai tempi di Al Capone.

Crediti Penn State

In Quei bravi ragazzi di Scorsese, film uscito nel 1990, è stato interpretato da Joseph Bono; ma a quella data la sua parabola mafiosa si era già interrotta, incorrendo nelle maglie della giustizia statunitense per racket. Nel corso della lunga pena detentiva, Franzese è diventato un cristiano rinato ed è riuscito ad allontanarsi dalla mafia senza chiedere la custodia protettiva, cosa che gli ha permesso di muoversi liberamente e soprattutto avviare (si spera legalmente) nuove attività imprenditoriali. Ora è uno che vive in California con sua moglie e i sette figli. Gestisce un sito di coatching chiamato The Inner Circle e uno dei suoi allievi di recente lo ha avvicinato con il progetto di creare una linea di vini con il suo nome: Micheal Franzese; che comunque per i trascorsi mafiosi un certo timore reverenziale ancora lo incute, ma soprattutto incuriosisce.

È così che è nato il Vino Franzese. Attualmente la gamma presenta tre etichette: un Malbec, un bianco ottenuto uve autoctone Kangoun e un vino fortificato in stile porto; ma presto saranno rilasciate altre cinque varietà. La società si è già assicurata un accordo di distribuzione negli Stati Uniti con Sysco Foods, che da sola copre 41 stati. Di recente l’ex boss Franzese si è recato a Londra per lanciare il prodotto a livello internazionale. Ed è lì che la rivista Decanter, una delle più autorevoli e importanti al mondo, ha incontrato l’ex “principe della mafia newyorkese” per saperne di più sul suo passaggio dal mondo del racket alla vinificazione, scoprendo che il vino ha sempre giocato un ruolo chiave all’interno della famiglia. Il nonno, infatti, emigrò da Napoli a New York nel 1902 e già all’epoca produceva i vini che sarebbero stati protagonisti nelle occasioni familiari. Il padre Sonny era un underboss della famiglia criminale Colombo, condannato a 50 anni di carcere per rapina in banca nel 1967.

Franzese, figlio d’arte, ha così abbandonato il college, per aiutare la sua famiglia, dimostrando di avere un notevole talento nelle attività illegali. Pare che al culmine della sua carriera criminale di caporegime fosse in grado di generare fino a 8 milioni di dollari a settimana. «C’era sempre vino a ogni cena, a ogni banchettosostiene Micheal Franzese -. Ogni volta che uscivamo c’erano sempre una o due bottiglie di vino. Non sapevo apprezzarlo come adesso che sono in età avanzata, ma da giovani ci siamo divertiti e non abbiamo mai cenato senza una bottiglia di vino. Era la consuetudine. Ogni riunione o incontro avrebbe potuto essere critico e quindi c’era sempre una bottiglia di vino per calmare le cose nel caso in cui gli animi iniziassero a divampare e le cose a sfuggire di controllo. Dicevamo spesso: “bevi un bicchiere di vino, calmiamo un po’ le cose, va tutto bene”.

Ma il vino svolgeva anche dei ruoli più sottili nelle sedute della famiglia Colombo. Se da una parte consentiva di non perdere il controllo e di mantenere la conversazione a livelli “civili” tra i membri di uno stesso gruppo, specialmente quando si parlava di affari, dall’altra, negli incontri con persone sconosciute, di cui non si era certi o non ci si fidava, il vino veniva versato in un modo convenzionale tra tutti i sodali, mentre si versava in modo diverso per quella specifica persona. Diventava in pratica un segnale per gli altri che così sapevano che dovevano prestare attenzione e smettere di parlare di fronte a quella persona, cambiando conversazione. Il vino quindi nella vita precedente di Micheal Franzese ha avuto un ruolo significativo, forse in alcuni casi anche decisivo, in situazioni potenzialmente critiche se non pericolose. Di origine campana, l’Italia poteva essere la scelta più ovvia per Franzese, quando ha deciso di entrare nel mondo del vino; eppure, è stato ispirato dalla storia dell’Armenia. «Sono un cristiano e oggi mi ritengo forte nella fede. Adoro inoltre la storia che c’è dietro il vino. Secondo l’Antico Testamento, l’Arca di Noè atterrò ai piedi del monte Ararat e quando l’alluvione si placò, lì furono piantati i primi vigneti della nuova civiltà, in Turchia e in Armenia».

L’Armenia è una delle regioni vinicole più antiche del mondo. Gli archeologi hanno scoperto un torchio e vasi di fermentazione risalenti a 6000 anni fa in alcune grotte dell’Armenia centrale. Il partner di Micheal Franzese produce vino in questa regione da oltre 25 anni, quindi c’è una storia e un’organizzazione ben rodata e strutturata dietro il marchio Micheal Franzese. È stato un giovane membro della famiglia di produttori armeni, che Franzese ha incontrato da giovane, a convincerlo ad entrare in affari con loro e a dare il suo nome al marchio. «Questo ragazzo mi conosce da quando aveva 10 anni, ora ne ha 23. Quando mi ha contattato per questa iniziativa, sono stato attratto dalla sua etica del lavoro. Ho conosciuto la storia della sua famiglia e quindi ho autorizzato le etichette con il mio nome. La moglie di Franzese, Camille Garcia, è un’appassionata di vino ed è quasi sommelier. Lascio principalmente a mia moglie, e alle mie figlie, che hanno un gusto migliore di me, portare avanti le degustazioni di vino. Coloro che hanno assaggiato i prodotti che abbiamo lanciato sul mercato sono rimasti intrigati dai nostri vini. Ho stretto contatti con distributori, parlato con vari ristoranti e messo in contatto con loro i miei partner. Questa è un’operazione importante e in Armenia sono molto entusiasti di ciò che stiamo facendo negli Stati Uniti e in tutto il mondo».

Crediti Sterling Global

Alla domanda del giornalista di Decanter su come il commercio del vino sia accostabile all’avere a che fare con i mafiosi, un sorriso ironico scoppia sul suo viso. «È molto più facile parlare con le persone nell’industria del vino che con i ragazzi per strada – aggiunge Franzese -. Negli ultimi 25 anni ho condiviso la mia storia personalmente in tutto il mondo. Sono stato a Singapore, nel Regno Unito, in Bulgaria, in Australia, ovunque, e ho un canale YouTube molto seguito. Le persone sono catturate dalla mia storia, amano il genere e il fatto che per me fosse la realtà. Ero a un livello piuttosto alto in quelle attività. Le persone ne sono incuriosite ed è facile parlare con loro. Uno dei miei punti di forza era la capacità di relazionarmi con gli altri, che fossero nella sala del consiglio o in prigione, non aveva importanza per me. Quindi mi diverto a stare tra la gente e tutti si divertono a conversare con me». Alla domanda se qualcuno degli ex soci, quelli raccontati da Scorsese nel film del 1990, vorrà bere i vini con il suo nome, Micheal Franzese ha risposto sardonico: «Alcuni di quei ragazzi mi hanno chiamato e ovviamente vogliono campioni gratuiti. Sì, lo berranno».

Fonte: Decanter

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Foto: Crediti Franzese Wine