Il primo vino invecchiato in fondo all’Oceano arriva dall’Argentina: sott’acqua 1500 bottiglie di Malbec del 2017

L’azienda la Wapisa di Patricia Ortiz, ha immerso 1.500 bottiglie di Malbec del 2017 nell’Oceano, ottenendo un vino più rotondo, più elegante e con maggiori sentori di frutta fresca.

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La Notizia

Per le cronache argentine, la prima azienda vinicola a sperimentare l’invecchiamento del vino nell’Oceano sarebbe stata la Wapisa, in Patagonia, di Patricia Ortiz, che è anche la fondatrice di Bodega Tapiz, splendido resort e wine farm nella valle dell’Uco, in Argentina. La Wapisa, che è invece situata a Rio Negro, nel febbraio dello scorso anno ha deciso di collocare casse di vini a diverse profondità nell’Atlantico, come parte di un progetto denominato, in modo fascinoso, “terroir costiero”. L’assunto di base sarebbe che secondo quanto ritiene la “scienza popolare, un anno di invecchiamento in acqua equivale a tre anni di invecchiamento in cantina”. Questo almeno è quello che si legge sul sito dell’azienda; anche se non si capisce cosa sia la “scienza popolare”.  

 

In pratica sarebbe un modo per abbreviare i tempi di invecchiamento, abbattendo i costi di attesa per l’invecchiamento. Sia come sia, aiutata da un biologo e subacqueo, l’azienda ha deciso di immergere 1.500 bottiglie di magnum di Malbec del 2017 in casse a profondità comprese tra i sei e quindici metri, al largo della costa di Las Grutas, che si trova a circa 25 km dai vigneti. I vini sono rimasti in questa speciale cantina sottomarina per nove mesi prima di essere degustati, insieme a dei lotti di bottiglie dello stesso tipo che all’opposto erano state vinificate in modo tradizionale. 

«Cerchiamo l’eleganza nei nostri vini – ha sottolineato la Ortiz –. Eravamo curiosi di esplorare se l’invecchiamento sott’acqua potesse effettivamente permetterci di avere vini giovani con il vantaggio della maturità. Abbiamo assaggiato alla cieca il vino invecchiato sott’acqua insieme con le controparti di cantina e la differenza era sbalorditiva: il primo era più rotondo, più elegante e con maggiori sentori di frutta fresca». Vista l’ottima riuscita della sperimentazione, un secondo lotto sarà immerso, alla fine di questo mese di febbraio 2021, in gabbie recentemente migliorate che consentiranno all’acqua di mare di circolare attraverso le bottiglie, che poi saranno commercializzate. 

 

Ma l’Argentina sembrerebbe essere il paese più avanzato per la sperimentazione di vini ad altitudine zero, se così si può dire. Un progetto avviato nel 2018 Chubut, regione più a sud del Rio Negro, ha sperimentato i “risultati meravigliosi” che offre l’invecchiamento oceanico del vino. E non soltanto l’invecchiamento. Avviato dall’enologo Matías Michelini, con i proprietari dell’eco-resort Bahia Bustamante Lodge e il bartender di fama mondiale Tato Giovannoni, il progetto ha realizzato poco meno di un ettaro di Semillon e Pinot Nero sulla spiaggia, a soli tre metri dal Oceano. Sempre l’anno scorso è avvenuta la prima vendemmia, seguita dalla prima micro vinificazione, con l’uva lasciata riposare in due contenitori da 100 litri, seppelliti nella sabbia. «Il risultato è stato meraviglioso – ha detto Michelini -. I vini hanno un carattere di mare limpido di sale, iodio e alghe con un’ottima acidità che bilancia piacevolmente il frutto maturo grazie al clima soleggiato e secco». Per la vendemmia 2021 saranno usati contenitori in cemento da 1.000 litri, sepolti nei pressi dell’Oceano ed entro il 2022 si farà un ulteriore passo avanti immergendoli a metà dell’oceano.  

 

Il settore dell’invecchiamento del vino sott’acqua è in crescita. Le tecniche vengono esplorate da un numero sempre crescente di produttori e chissà che presto non diano luogo ad una nuova tipologia di vini, accanto a quelli convenzionali, biodinamici, biologici, naturali e agli Orange Wine. La prima conferenza sul vino sott’acqua si è svolta nel 2019 e ha affrontato i processi e le sfide dell’immersione del vino in mare, comprese le preoccupazioni sulle “cantine imitatrici”, che danno a questo settore in crescita una cattiva reputazione. Così come avviene per ogni tipo di prodotto alimentare. In Italia già qualche anno fa si era parlato di questa sperimentazione, portata avanti da alcune aziende. Nel 2018 erano ben quattro le cantine che presentavano queste tipologie di vini a costi importanti, nonostante la “scienza popolare” dica che con questo metodo i tempi di invecchiamento, e quindi di ferma del capitale, siano inferiori. Mentre nel 2019, il viticoltore elbano Antonio Arrighi, in collaborazione con l’Università di Pisa, ha provato a imitare il metodo delle uve immerse per alcuni giorni in acqua di mare, alla maniera dei vini greci di Chio, cogliendo uno spunto offerto dal professore ordinario di viticoltura dell’università di Milano Attilio Scienza. Insomma, l’eterno ritorno dell’uguale che ci dice ancora una volta come nel nostro Paese non manchi la voglia di sperimentare nuove soluzioni. 

Fonte: Decanter.