Puntare ad essere delle celebrità toscane del vino: la Val D’Orcia secondo Melo e Anfiteatro di Podere Forte

La premessa che contraddistingue entrambi i vini di punta di Podere Forte, annata 2016, è la loro giovinezza, o meglio l’adolescenza.

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Podere Forte
La Storia

Di Podere Forte avevamo già parlato qualche mese fa. Siamo in Val D’Orcia, una zona che non è mai stata vocata al vino, forse perché nessuno ci hai mai creduto abbastanza, sicuramente per la sudditanza verso la zona di Montalcino, lì dietro l’angolo. La denominazione Orcia Doc è relativamente giovane, ma ora esiste. Sarà anche vero che una doc non fa il vino, altrettanto vero che un po’ di rilevanza e di attenzione la porta.

Pasquale Forte, quando nel 1997 ha deciso di intraprendere la sua riscoperta della terra non l’ha voluta toccare piano. Il suo intento era quello di creare il più grande vino italiano.

Al suo fianco tre pesi massimi: il professor Attilio Scienza, Luigi Veronelli e Donato Lanati, celebrità enologica, consulente ricercato speciale, già patrigno dei vini di Col d’Orcia, Mascarello, Jermann, Palari e parecchi altri.

Negli anni gli ettari del podere sono stati riconvertiti a biologico e poi a biodinamico. La lavorazione dell’uva avviene per gravità, sfruttando i dislivelli della collina, il vino infatti passa dalla pigiatura all’affinamento per caduta. Una scelta radicale.

Eppure, i suoi vini puntano ad essere delle celebrità toscane. Perché usare termini come Premier Cru e Grand Cru è sintomo di ambizione un poco scoscesa.

La premessa che contraddistingue entrambi i vini di punta di Podere Forte, annata 2016, è la loro giovinezza, o meglio l’adolescenza. Di una cosa non matura ne godi sempre a metà, perché innanzitutto la devi aspettare.

Petrucci Melo 2016 100% Sangiovese

All’apertura, alla prima apertura, è esplosione di frutta. Prugna e ciliegia risvegliano l’olfatto come una tempesta. L’assaggio porta con sé sentori più erbacei, di cardi e di resina. Il tannino non crea aridità in bocca, piuttosto è rivelatore della solida spalla acida. Melo è un vino che punta alla profondità, non è un vino da “beviamo, pronti via”.

Se lo assaggiate il secondo giorno, la complessità di questo vino, che affina in barrique di rovere francese da 228 lt e tonneau da 600lt, di primo e secondo passaggio per 18 – 20 mesi, richiama il mon cherì, il cacao e il rabarbaro. Una bevuta sfaccettata, che inganna se non ci si fida di lei.

Petrucci Anfiteatro 2016 100% Sangiovese

Tabacco, viola, cacao sono il biglietto da visita per l’olfatto. Elegante in bocca, con tannino lieve e setoso. Un vino ancora introverso, anche se con spigoli rotondi.

Il frutto è rosso, ma caduto su un terriccio bagnato. L’evoluzione porta a una dimensione mentolata e balsamica, un po’ volatile e medicinale. Va in fading abbastanza velocemente. Gli manca verticalità. Anche l’Anfiteatro affina per 18-20 mesi in barrique di rovere francese da 228 lt e tonneau da 600lt, in più in un’unica botte da 1500 lt. Tra i due il meno pronto, l’incompleto tra i due Grand Cru aziendali. Aspettiamo, pronti ri-conoscerlo fra qualche anno.