Chateau Grillet, solo tre ettari e mezzo nella Valle del Rodano per uno dei vini bianchi più esclusivi del mondo

Più unico che raro. Poco più di tre ettari attorniati da altro, dove tentare di riconoscere l'essenza travolgente del vitigno Viognier declinato nella sua più pura e originale espressione.

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La Storia

Ineguagliabile Chateau Grillet. Scopriamo perché. Risale agli anni ’30 del secolo scorso l’inizio di una storia moderna che in realtà era già partita da molto più lontano, ma come è ancora vero oggi, un po’ di informazione e di sana comunicazione aiuta a farsi conoscere per quello che si è, per quello che si pensa, per quello che si produce.

È stato in questo periodo che Maurice Edmond Saillant, detto non si sa bene perché Curnonsky – famoso gastronomo francese e critico gastronomico dell’epoca – (esistevano già), decise che questo vino andasse inserito nella sua cinquina di vini bianchi francesi di questa vita, che poi desiderava trovare al tavolo nei bi-tristellati Michelin francesi di quel felice periodo, poi distrutto dalla Seconda guerra mondiale.

Curnonsky ci capiva di cibo e di vini, fatto raro paragonato ai critici di questa epoca controversa, che raramente si cimentano in entrambi gli sport, come se cibo e vino siano due discipline incompatibili. Ma torniamo al suo quintetto base di denominazioni: Montrachet, Coulée de Serrant, Chateau d’Yquem, Chateau Chalon e, appunto Chateau Grillet, sicuramente il più sconosciuto della mano. I migliori bianchi di Francia stavano stretti sulle dita di una delle sue mani.

Guarda che anche oggi, a distanza di quasi un secolo le cose non sono molto cambiate. Oggi ci metterei Haut Brion blanc o Corton Charlemagne, al posto de La Coulée de Serrant ma sono sofismi da crapulone bevitore bianchista.

Attraverso il gioco di varie proprietà la tenuta rimane alla famiglia Neyret Gachet dal 1827 al 2011: da quelle parti non si va di fretta. La data storica che resta impressa sui documenti sacri della viticoltura francese resta però l’11 dicembre 1936, quando arriva il riconoscimento di una delle prime Denominazioni d’Origine Controllata, assegnata -fatto raro- ad una proprietà in Monopolio e di una piccolissima entità.

Ora, oltre al nostro buon Curnonsky, già da prima, anche Tomas Jefferson rimase sbalordito allorché lo bevve in epoca precedente la Rivoluzione Francese.

Ora, questi assolutismi lasciano oggi il tempo che trovano, quindi poco, mentre trovare in degustazione una bottiglia di una decina di anni di Chateau Grillet sarà certamente un’esperienza da ricordare. Però sarebbe meglio che questo vino venisse assaggiato a sorpresa, senza le famose alte aspettative, perché non si tratta di un vino opulento o dal bouquet ostentativo. Lo definirei un vino snob, uno che ci tiene al proprio blasone, alla sua gran classe nascosta nell’enclave, consapevole del suo status ma senza l’ansia di farlo sapere a tutti. Come me, uno che se arriva leggero in un grande ristorante e gli chiedono di indossare una cravatta, si toglie un calzino e si aggiusta così.

Un po’ come il terreno da cui deriva, nascosto in un’enclave all’interno dell’appellation Condrieu e con cui condivide unicamente il vitigno: il Viognier. A mio avviso le parentele con Condrieu finiscono li. Diversamente le denominazioni non sarebbero state separate e questo non sarebbe diventato l’originale Appellation Monopole di un unico proprietario e monovitigno. Un’altra storia tutta francese, che pesca le sue origini nel profondo del solco della viticultura paziente e colta, poi evolutasi all’alba del 2011, dopo che la famiglia lasciò lo scettro ad una società composita, che si è infilata nel taschino della giacca come fosse una pochette anche Chateau Grillet, insieme a Chateau Latour e Clos de Tart, Pas mal.

Questa piccolissima denominazione di circa 3 ettari e mezzo e le cui vigne sono piazzate tra i 160 e 250 metri di altitudine differisce genericamente da parecchi terroir di Condrieu innanzitutto dall’esposizione sud allorquando quelli di Condrieu godono di esposizione est. Oltre a ciò, Grillet è anche discretamente protetto dai venti provenienti da nord. Naturalmente, anche il sottosuolo è diverso, essendo qui composto da granito ridotto ad uno stadio pressoché sabbioso.

Ma poi è nel bicchiere che va ricercata (senza nessuna fatica) la differenza con i migliori Condrieu che (generalizzando) spesso si rivelano da subito – e non invecchiano benissimo – con la caratteristica nota di violetta e albicocca sorretta da sentori mandorlati che tirano verso l’ossidato essendo carenti di acidità, mentre qui i sentori non sono così sfacciati e si presentano in maniera più riservata, più sotterranea, continuando a cambiare nel bicchiere, allargandosi e distendendosi con l’aerazione e con il variare della temperatura di degustazione fino a donare aromi vicini ad alcuni frutti bianchi come la pesca della Valle del Rodano. Si sa, questi sono vini bianchi da bere a temperature che normalmente riserveremmo ai rossi, ma sarà comunque interessante partire da una temperatura fresca e lasciare andare su il termometro di qualche grado per non perdersi nulla del bouquet in movimento.

Raramente Grillet si rivela in gioventù, salvo eccezioni come il “recente” 2007 che già pare in condizioni darsi più di altri millesimi meno recenti. Anche in questo caso, una bottiglia sugli 8/10 anni sarebbe una buona cosa da bere e nelle migliori condizioni. Quindi, trovare oggi una di quelle 12-13000 bottiglie prodotte mediamente in annate classiche o eccellenti sarebbe una gran bella esperienza. I prezzi anche qui sono volati a quote andine, passando dai 60/ 80 euro di dieci anni fa ai 300/500 di oggi, a trovarle.

Quanto agli abbinamenti, è ovvio che stiamo parlando di un vino che non teme qualsiasi piatto del suo colore, che per me rimane la prima regola grossolana sugli accostamenti e quindi ogni pesce o crostaceo in preparazione complessa e con salse: primi piatti di riso, carni bianche e qualche formaggio non troppo possente, ma questo vino si beve gradevolmente anche con niente, leggendo un libro o guardando un buon film. Si può terminare fino all’ultima goccia senza pensieri, per una volta, anche se ti giri e di là e non c’è più nessuna sul divano.