Bolgheri e la rivoluzione del vino. Genesi di un mito

Com’era Bolgheri prima di Bolgheri? Ce lo racconta oggi uno dei pochi produttori di vino che qui è nato, o almeno, si sente completamente bolgherese e ha vissuto questa realtà prima e dopo la rivoluzione del vino.

0
552
La Storia

Com’era Bolgheri prima di Bolgheri? Prima che questo toponimo diventasse sinonimo di vini di lusso noti in tutto il mondo, e unica doc italiana riservata esclusivamente a una proprietà, quella di San Guido, Bolgheri era un paesino dell’alta Maremma toscana. E chi ce lo racconta oggi è uno dei pochi produttori di vino che qui è nato, o almeno, si sente completamente bolgherese e ha vissuto questa realtà prima e dopo la rivoluzione del vino.

È ancora bello lasciare che l’auto salga sul lento pendio con l’iconico viale di cipressi, in cui il profumo della terra si mescola a quello del mare, in un ecosistema fortunato e florido. E accanto a Ornellaia si trova il cancello dell’azienda agricola Chiappini: curioso l’apparente contrasto tra il gigante Antinori e la dicitura agricola, ché in questi decenni il vino di Bolgheri si è configurato come un vino di un lusso distante da un’idea di terra e contadini.

Ma varcato il cancello, ai bordi del vialetto di cipressi si delinea un orto composito, in cui si alternano olivi, vigneti, alberi da frutto e piante fiorite, la casa padronale sullo sfondo e trattori al lavoro. È un pullulare di vita operosa che trasmette bellezza e serenità. Qui il vino si fa davvero, verrebbe da pensare. Ci vengono incontro delle ragazze giovani e gentili, forte accento toscano, locale, sono le figlie del capofamiglia che fa capolino in tenuta da lavoro, con stivali e camicia a quadri, il volto segnato dal sole. Giovanni Chiappini e le figlie ci accolgono nella bella sala degustazione che è l’acme della struttura finita di costruire nel 2014, e nel cui interrato si cela la cantina, scavata nella collina che fa mostra di sé tra i muri, ché qui la terra è un elemento imprescindibile insieme alla mano dell’uomo. Un bicchiere di Guado de’ Gemoli – punta di diamante dell’azienda che nel 2009 ha ottenuto i 100/100 proiettandola con un balzo nell’olimpo mondiale – con i suoi sentori speziati e la complessità dei frutti, è quello che ci vuole per inebriarci e immergerci in un racconto antico. Giovanni ha sguardo acuto, mani vissute, eppure, con i suoi 68 anni parla ancora come un ragazzino e ci mostra subito una vecchia bici da corsa, sua passione giovanile, oltre alla moglie Naide.

“Quello che è successo qui dalla fine degli anni 70 non è stata una rivoluzione culturale, perché il vino fa parte della cultura contadina, e si è sempre fatto. Direi piuttosto si sia trattata di un’evoluzione rispetto al passato. Quando i miei genitori sono arrivati qui alla fine degli anni 50 insieme ad altre famiglie, mio padre notò subito dei filari di vigneto lungo la via Aurelia, in mezzo ai campi, infestati da cinghiali e caprioli, che nonostante ciò vendemmiavano e da cui ottenevano vini con dei profumi mai sentiti prima.

Vale la pena soffermarsi per poche righe sulla diaspora dei marchigiani che nel dopoguerra si sono disseminati in varie regioni italiane e all’estero. Curioso il caso toscano, con la concentrazione dei marchigiani pescatori con la loro flotta di San Benedetto a rimpolpare quelle tirreniche, specie nella zona della Versilia e di Livorno, in cui la fusione di due culture ha portato benefici anche a livello culinario (tipo il cacciucco come evoluzione del brodetto alla sanbenedettese o la trabaccolara viareggina) e nelle usanze marinare. Ma i marchigiani erano ottimi lavoratori della terra, pur non possedendola, ed erano attratti da queste zone in vendita, come nel caso di Bolgheri in cui i Della Gherardesca, signori del luogo fin dal medioevo, fiutando l’imminente fine della mezzadria e la riforma agraria volta all’eliminazione del latifondismo, avevano messo in vendita appezzamenti agricoli a due milioni all’ettaro con mutui accessibili. Ecco quindi che tante famiglie marchigiane si consorziarono in una cooperativa e acquistarono parti di questi terreni, trasferendosi nel 1952, quando Giovanni aveva poco più di un anno.

“Il Marchese Incisa della Rocchetta ha saputo proteggere e incentivare questa zona che se negli anni 50 ha accolto i marchigiani, negli anni 60 ha saputo accogliere emiliani e settentrionali, e negli anni 70 persino i vietnamiti e i cambogiani fuggiti dalla guerra contro gli USA. Un meltin’ pot che ha trovato punto di incontro e convivenza serena nella scuola di San Guido, istituita nei primi anni 50 dal marchese per istruire i figli dei contadini. Era una scuola elementare dove andavano tutti, dai nobili ai lavoratori più umili, la prima tempo pieno, di impronta cattolica. Il mercoledì era il giorno più bello perché noi bambini potevamo addirittura farci la doccia nei bagni, poiché in casa ci si poteva lavare solo nelle vasche dove si abbeveravano le bestie e durante l’inverno ci si poteva lavare solo una volta a settimana con l’acqua riscaldata sul fuoco.

Però, nonostante fossero anni duri, mio padre amava bere bene, non vini alti, ma vini buoni, e fu grazie a questa passione che iniziò a fare vino con questi filari misti a base di sangiovese, colorino, malvasia nera, giacomino, trebbiano. Erano gli anni del blend in vigna, l’uva veniva raccolta tutta insieme, non in momenti separati a seconda della maturazione delle singole specie. Le cantine erano nei garage di casa, non c’era assolutamente un’ottica di commercializzazione, il vino ottenuto era esclusivamente destinato all’uso domestico, quello che veniva venduto in realtà erano gli ortaggi, i carciofi, i pomodori, il grano, l’olivo, le patate, e la frutta (albicocche, pesche, susine).  Naturalmente poi il marchese Incisa ha avuto la sua geniale intuizione che ha dato una svolta epocale negli anni 70 – pur avendo iniziato a metà degli anni 40 a impiantare vigne e a vinificare vini che si rivelavano progressivamente sempre più longevi e unici – con le insegne pubblicitarie affisse lungo l’Aurelia scritte in inglese che richiamavano gli stranieri a fermarsi e comprare il suo vino. Poi nei primi anni 80 è stato un crescendo fulmineo, sono arrivati enologi e agronomi, è iniziata una ricerca spasmodica sulla qualità, l’innesto di nuovi vigneti monovarietali, le vendemmie mirate, gli affinamenti, i tini in acciaio, le botti di rovere, e dopo Sassicaia sono arrivati tutti, Ornellaia, Grattamacco, Le Macchiole, Satta.

Io ho seguito tutta questa evoluzione, avevo capito che questa era una zona particolarmente vocata per il vino, e lentamente nei primi anni 90 ho deciso di destinare parte dei miei terreni alla coltivazione della vita, in particolare nel podere Le Grottine, posto più in alto, acquistato nel 78 e inizialmente destinato agli alberi da frutto e agli olivi, che non ho tolto del tutto, a ricordare da dove provengo. È stato così che lentamente, coi pochi risparmi che la vita contadina ci permetteva, ho iniziato a investire sulla vigna, con la piccola cantina di cui disponevamo. Ho impiegato 15 anni costruire la cantina attuale, ho voluto muovermi lentamente ma in maniera accorta e appassionata, e oggi l’azienda si poggia su 23 ettari di vigneti, dislocati tra il Podere Le Grottine (1978), il podere Guado de’ Gemoli (1983), il podere Fondi (1984), il podere Felciaino (1986 con successivo ampliamento del 2001), e il podere Le Ferruggini (2012), tutti coltivati a cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot, petit verdot, sangiovese e vermentino, in regime biologico dal 2010, secondo tradizione bolgherese.

Al suo fianco le due figlie ascoltano e a tratti sii emozionano nel riascoltare la storia del padre e nel sentirsi oggi eredi di tanto sudore e passione. “La nostra è sempre stata una famiglia contadina ma con la mente aperta. Io e mia sorella abbiamo avuto la possibilità di studiare e viaggiare anche all’estero, e io dopo la laurea in Lingue all’università di Perugia ho capito che il mio futuro sarebbe stato qui in azienda, a occuparmi della parte commerciale e della gestione dell’ospitalità che oggi si divide tra il nostro agriturismo con camere e appartamenti all’interno della tenuta, e un b&b appena aperto nel centro storico di Castagneto Carducci, con poche camere in uno storico palazzo medievale completamente ristrutturato” racconta Martina, la maggiore, cui fa eco Lisa, più giovane e neolaureata in Architettura a Zurigo: “L’aver vissuto all’estero, la mia passione per l’arte e l’architettura mi permettono di fare ricerca in azienda proiettandola in una compagine più moderna e accattivante dal punto di vista dell’immagine e dell’accoglienza, ma puntiamo moltissimo anche sul fattore umano, dedicandoci ogni giorno alle decine di persone che vengono a visitarci e a conoscere la nostra storia. Abbiamo una bella squadra di persone giovani e legate a noi con stima e professionalità, ognuno con ruoli ben determinati, dal cantiniere, al trattorista, al potatore, fino al nostro enologo, come in una famiglia allargata”.

Fotografie di Lido Vannucchi