I migliori dieci vini francesi del Guardiano del Faro da provare almeno una volta nella vita

Non sempre il prezzo può definire un gusto, una predilezione. Ecco secondo Roberto Mostini alias il Guardiano del Faro, quali sono i dieci vini d'Oltralpe da provare almeno una volta nella vita.

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I Vini

Tra i primi dieci vini più costosi del mondo, sorprendentemente, almeno tre sono tedeschi, e tutti a base riesling. Vitigno eclettico che in Mosella, da Egon Muller, Prum e Fritz Haag trovano una espressione straordinaria ricompensata con valori medi a bottiglia che varia dai 3000 ai 6000 euro. Ma come al solito la vetta la spuntano i grandi di Borgogna, sempre più gettonati e premiati dal mercato, anche in virtù della rarità e della territorialità che incide come un graffio sulla lavagna.

Volendo indicare la mia decina perfetta si va però -ovviamente- sul gusto personale. Quindi solo Francia, quindi solo tre vitigni. Anche qui ci sarà un riesling, ma per il resto solo chardonnay e pinot noir, i miei vitigni del cuore. Spargete le mie ceneri tra due comuni in Borgogna: Meursault e Gevrey Chambertin.

1. Krug

Krug

 

Nella mia decina perfetta inizierei con una bollicina assoluta, con distinzione di annata a seconda della reperibilità -così come per gli altri- quindi non forzatamente indicata in questo delirio enologico. Krug per cominciare, un Collection, quello che ti graffia la gola come un Cognac con scarsa consistenza di carbonica ad alleviare la sofferenza.

2. Clos S.te Hune

Lo so, sembra un testamento, ma non ci voglio pensare adesso, intanto sento il bisogno anch’io di un riesling, che non potrà essere altro che un Clos St.e Hune di Trimbach, quello che per persistenza ti ricorderà la sua mineralità fino al giorno dopo, ma anche tutti gli altri faticheranno ad andarsene, proprio perché è nella persistenza che si gioca questa partita definitiva.

3. Chabils

Tornando da Parigi verso sud solo una tappa prima della Borgogna decisiva. Chablis, dedicato alla mia cara chablisienne in versione haute couture. Da chi? Solo da Raveneau ça va sans dire. Le Clos è il cru più nobile, quello che al naso sembra un Montrachet, ma che in bocca non ce la può fare, però ti ripaga nel tempo con sicurezza. Note di miele di acacia e cristalli oceanici sono certezze, assolute.

4. Criots Batard Montrachet

Scendo ancora verso sud, verso la Divina Collina, dall’amata Madame Leroy, per un bianco che massacra ogni rosso. Criots Batard Montrachet chez D’Auvenay sembrerebbe laterale, molto borderline, invece centrale. I legni di François Frères ( è la tonnellerie di fiducia ) sul principio si avvertono chiari, ma con il tempo esce il vino bianco più potente che io conosca.

5. Meursault Le Gouttes d’Or

Bianchista? Si, quando non si tratta di pinot noir, ma prima ci sarà un passaggio su una delle mie terre d’elezione, quelle dove il vino sa di un luogo e non di un vitigno. Meursault Le Gouttes d’Or rappresenta la sintesi, la massima espressione se messo nelle mani della Principessa dello Chardonnay con delega al Pinot Noir. Quindi di nuovo D’Auvenay. Di più non si può, per finezza e definizione di cru in questo caso.

6. Un Corton Charlemagne

Un Corton Charlemagne ce lo vuoi mettere Guardiano? Si, perché spesso supera i Montrachet. Si, ma quale? Sono in tanti lassù sul panettone a fare cose grandiose. Coche Dury? Bouchard? Leroy? Difficile scegliere stavolta. Non mi piace dare giudizi, preferisco le indicazioni, e quelle tre qui sopra non vi porteranno fuori strada.

7. Montrachet

Montrachet. Qui si va a battere un sentiero pericoloso. Si rischia di sbattere contro un muretto a secco mentre invece vorrei bere adesso. Ramonet direi, sollevando un polveroso percorso estivo, ma anche Sauzet, volendo andare contro corrente. Ma storicamente e presentemente sarà il Domaine della compianta Madame Leflaive e dire l’ultima parola.

8. Auxey Duresses di Coche Dury

Neanche un rosso fino ad ora. E qui mi sbilancio parecchio, ricordando mirabili creazioni in filigrana di pinot nero di Coche Dury, fosse pure un diligente Auxey Duresses, comune alternativo dove non maturano neppure le fragole in agosto ma le fragoline di bosco del Maestro escono prepotenti dal bicchiere.

9. Musigny

10. Chambertin

Musigny. Esotismo ed erotismo dentro un bicchiere. Sarà Roumier stavolta, senza ombra di dubbio. Senza una riga in più aggiunta, senza sprechi di aggettivi. Prima di approcciarsi ad uno Chambertin. Leroy, il definitivo. La pienezza folle. Tesi più antitesi uguale sintesi. “Più divento dissipato, malato, vaso rotto, più io divento artista e creatore. Con quanta minor fatica si sarebbe potuto vivere la vita invece di fare dell’arte.” Senza tormento non esisterebbe nessuna arte, nessuna eccellenza, nessuna sana follia.