Attualità enogastronomica

Spagna, lo chef che ha lasciato i ristoranti per reinventarsi: “Basta lavorare 14 ore in cucina"

di:
La Redazione
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copertina pedro venteo

Tra le geometrie rigorose e i riflessi d'acciaio delle grandi cucine si consuma spesso un paradosso silenzioso. La gastronomia, per sua stessa natura legata a doppio filo all'espressione artistica e all'estro estemporaneo, rischia di trasformarsi nel più dorato — ma non per questo meno rigido — dei confini. «La nostra professione è la nostra prigione personale», riflette Pedro Venteo, noto al pubblico internazionale con lo pseudonimo di El Mono Chef.

Un’evidenza che si palesa quando le luci della sala si accendono e la pressione del servizio impone turni d'azione serrati, capaci di estendersi dalle dodici alle quattordici ore consecutive. Un moto perpetuo tra quattro mura dove l'errore non è contemplato e l’identica esecuzione del gesto diventa un mantra totalizzante.

La scelta dello chef

È proprio da questa alienazione, da questo sentirsi automi confinati in ritmi che sottraggono spazio agli affetti e alla vita fuori dal pass, che è germogliata la rivoluzione di Venteo. Il suo percorso, racconta a La Vanguardia, non è iniziato tra le pagine di rigidi manuali scolastici — verso cui mostrava un'indole insofferente, preferendo il disegno e la fluidità delle arti visive — bensì nell’universo empirico della manipolazione degli alimenti. Lì, formule e tecniche hanno trovato un senso immediato, traducendosi in una folgorante serie di successi accademici e in un debutto precoce, a soli diciotto anni, nelle arene della ristorazione professionale. Ma l’impatto con il quotidiano si è rivelato un contrasto stridente: l’entusiasmo degli esordi si è dovuto misurare con salari irrisori e una sottomissione psicologica ereditata da una vecchia concezione di brigata, dove il comando somigliava più a un autoritarismo cieco che a una guida illuminata.

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Oggi, lo chef ha scelto di evadere da quella reclusione strutturale per fondare Monochef, un'accademia culinaria online concepita come un laboratorio di liberazione intellettuale ed estetica. Non si tratta soltanto di trasmettere le complessità della cucina molecolare o di decodificare l’uso delle consistenze contemporanee; l'obiettivo di Venteo è scardinare l'isolamento del cuoco moderno, offrendo uno spazio di condivisione in cui l'ansia e lo stress da prestazione vengano sublimati attraverso il confronto.

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 In questo nuovo ecosistema, il fallimento cambia di segno: non è più una colpa da punire, ma il fulcro stesso dell’avanguardia. «Se non si commettono errori, non si impara — sostiene Venteo, interpellato dalla nota testata spagnola— e i ristoranti che ambiscono all'innovazione autentica devono fare dell'errore il proprio alleato principale, pena la ripetizione sterile del già visto». Nelle sue creazioni, l'estetica minimalista sposa la purezza: piatti dai colori vibranti in cui la tecnica molecolare non distorce l'anima della materia prima locale, ma ne esalta la forma e la consistenza secondo il principio del less is more. Il piatto perfetto, per lo chef, è quello capace di veicolare la personalità di chi lo ha pensato.

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Il futuro della cucina, tuttavia, muove verso un moto circolare. Pur celebrando il primato e la straordinaria creatività della gastronomia iberica contemporanea, costellata di riconoscimenti e stelle mondiali, Venteo avverte una latente perdita dei valori ancestrali. Se l'avanguardia ha saputo conquistare il proprio palcoscenico, secono lui lo sguardo del domani tornerà a cercare l'emozione pura di un soffritto magistrale o la densità rassicurante di uno stufato d’altri tempi. La vera sfida della cucina contemporanea risiede proprio qui: saper governare la tecnica e la libertà espressiva senza mai dimenticare il profumo della memoria.

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