Debora Massari colpita dal body shaming sui social: ecco cosa risponde

La principessa della pasticceria italiana torna a parlare di magrezza e gastronomia, scagliandosi contro luoghi comuni e body shaming, per un piacere consapevole. Intervista a Debora Massari.

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L'intervista

Debora Massari è bellissima, su questo c’è poco da dire: mora, slanciata, occhi scuri da cerbiatta. Eppure, mentre infuria la polemica sulla foto di una nota soubrette spagnola, che ha deciso di non combattere i cambiamenti fisici del tempo, i social si accaniscono su di lei e perfino il primo quotidiano italiano ne prende atto. Perché se ormai è tabù dire che qualcuno è in sovrappeso, nonostante sia una condizione contraria alla salute, si può liberamente evocare il fantasma dell’anoressia insieme alle ossa da dare ai cani e tante altre amenità.

Debora e Iginio Massari

Qualche anno fa ci aveva scherzato sopra Massimo Bottura, intitolando il suo libro “Never trust a skinny chef”. Il cliché vuole infatti che chiunque si occupi di gastronomia sia ben tornito e generosamente pasciuto, stile Auguste Gusteau in Ratatouille. Sarebbe quello, il cosiddetto “physique du rôle”. Chi invece il settore lo vive quotidianamente, sa che amare la tavola significa essere selettivi e spesso avere un approccio cerebrale, che si pone agli antipodi della gola irriflessa. Assioma confermato in poca carne e ossa da fuoriclasse come Michel Bras, Alain Passard, Thomas Keller, Grant Achatz, Enrico Crippa, Massimiliano Alajmo e Riccardo Camanini, fra i tanti altri. Eppure a nessuno verrebbe in mente di denigrarli: la dimostrazione delle pressioni che gravano ogni giorno sul corpo martoriato delle donne. Comprese le più belle.

Il post su Instagram, dove Debora raccoglie quasi 80mila follower, è datato 12 giugno: “Un argomento su cui le persone sembrano sentire il diritto di esprimersi ancor più che su un corpo in sovrappeso, dimenticando le buone lezioni date dalla Body Positivity. Perché un corpo magro, magari tonico, rappresenta troppo facilmente ‘un privilegio’ per non essere preso di mira da commenti maligni. Essere bersagliati da insulti vari non fa piacere a nessuno. Essere magri implica per forza avere problemi di salute o addirittura soffrire di disturbi alimentari? Il mio fisico è frutto della genetica e del duro lavoro in palestra. Così viene meno, ancora, la libertà di piacersi senza dover rendere conto ad altri del proprio aspetto e affrontare accuse ben più pesanti, legate ai disturbi alimentari e alla necessità di curarsi”. Debora ha quindi chiarito il segreto della sua forma: lo sport praticato fin da giovanissima, prima la danza, poi il tennis e la palestra. E la denigrazione, precisa, arriva in gran parte dalle donne: foemina foeminae lupior, niente di nuovo sotto il sole.

Il cliché non risparmia neanche i giornalisti, a dispetto di contrappesi piuma come Luigi Cremona e Anton Ego, sempre in Ratatouille. Chi scrive ne sa qualcosa: “Sei magra, come puoi fare questo lavoro?”, è la domanda ricorrente. La diffusione di modelli estetici favorita dai mass media e dai social non aiuta, per quanto la preponderante maggioranza degli uomini e delle donne non risponda ai canoni imposti”, esordisce Debora. “Nuove forme di violenza quindi si sono create: body shaming, bullismo e cyberbullismo. Soprattutto le donne sono destinatarie del rifiuto sociale e, in particolare nelle fasi dell’adolescenza, si aggravano rischi potenzialmente gravissimi di inaccettazione. Ovviamente più si è pubblicamente esposti, maggiore è il rischio della denigrazione perché l’invidia si attenziona ancora di più in capo al soggetto noto, soprattutto verso le donne e da parte delle donne”.

Debora, contrariamente al luogo comune, sono convinta che la costituzione magra che ci accomuna favorisca un rapporto rilassato con il cibo: personalmente non ho mai avuto paura di ingrassare e questo mi rende la tavola meno minacciosa.

È l’ennesima manifestazione di frustrata ignoranza, perché un corpo magro e tonico appartiene, molto spesso, proprio a coloro i quali hanno un rapporto sereno e consapevole con l’alimentazione. Nutrirsi con equilibrio e praticare attività sportiva sono sintomatici del volersi bene. Il cibo costituisce un’opportunità, non certo una minaccia. L’equilibrio nutrizionale offre una moltitudine di vantaggi, sostiene la gestione della quotidianità e, nel corredo dello sport, aumenta esponenzialmente gli ormoni “positivi” della serenità.

Probabilmente si tende a sottovalutare il fatto che un professionista abbia per natura un approccio più mentale e meno “di pancia” al cibo. Naturalmente tende a svilupparsi una qualche forma di distacco. La pasticceria è tra l’altro disciplina nel suo modus operandi.

L’approccio necessariamente scientifico della pasticceria sicuramente favorisce la consapevolezza. Un dolce equilibrato, nelle proprie componenti organolettico-sensoriali e nutrizionali, sostiene la neutralità emotiva. Il pasticciere/creatore tende, per quanto possibile, alla perfezione: ne è talmente pervaso da non abbandonarsi all’eccesso, perché quella ricerca quasi maniacale lo fa tendere alla qualità e mai alla quantità. Tutto ciò, evidentemente, al netto di una forza caratteriale personale e personalistica che non può divenire né generalizzazione né assoluto.

Quanti dolci sei abituata a mangiare in media? Non ti poni alcun paletto, neppure sugli alcolici?

Non mi pongo alcun limite sui dolci perché non mi serve un limite. Preciso: come insegna l’etimologia latina, il limite è un confine, la delimitazione della zona di conforto e l’estromissione del minaccioso esterno. Ma se quanto è oltre non rappresenta fonte di timore, non è necessario chiudersi in un confine. Ciò non significa trascendere o esagerare: più semplicemente, non contare o far medie. Il dolce è trasgressione: una scintilla di piacere, mi abbandono a esso quando ne avverto la necessità fisica o emotiva. Gli alcolici non vanno trattati alla stessa stregua, esigono moderazione: mi concedo comunque isolatamente qualche buon bicchiere di vino, soprattutto nelle serate invernali che trascorro in montagna con la famiglia.

Quale educazione alimentare trasmetti ai tuoi figli?

Credo che l’educazione ai figli non si trasmetta né, men che meno, si impartisca. I figli crescono nell’imitazione. La mia famiglia è saldissima e stretta nell’amore. Anche mio marito è equilibrato e appassionato di sport: cerchiamo di offrire loro un modello di varietà, di salute e di eterogeneità, l’alimentazione è varia e sicuramente leggera, priva di grassi soprattutto di cottura, ricca di frutta, verdura, pesce e necessariamente carboidrati, per affrontare le ore di studio e di sport.

Alcuni dicono che i disturbi alimentari siano molto presenti nel settore, in tutte le sue articolazioni. Ti risulta?

I disturbi alimentari sono diffusi in ogni ambito, spesso subdoli, nascosti e reietti. Forse nella gastronomia si ritrova di più la bulimia, mentre l’anoressia è più tipica del sesso femminile in età adolescenziale e a volte anche drammaticamente prepuberale. Ripeto: i mass media, i social, la televisione e l’editoria hanno responsabilità non indifferenti, sta al primo presidio di tutela (cioè alla famiglia) offrire un sostegno partecipato e sensibile al primo approccio di vita. Non ho la pretesa di cambiare il mondo, però so quello che posso e devo fare per diffondere valori positivi, sani e di rispetto.

Foto per gentile concessione di Debora Massari