“Prosecco al femminile”: Valdobbiadene Superiore Clara C’, le bollicine di un’azienda in continua evoluzione

Bollicina fine, profumo di frutta matura e persistenza invidiabile. Il “prosecco al femminile” di Marta Pasquon e Clara Carpenè mette d’accordo proprio tutti. Ancor più se accompagnato da un bel pezzo di focaccia veneta.

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L'Azienda

Clara C’ è un continuo divenire, il testimone che ho raccolto da Clara per realizzare la sua idea di Prosecco Superiore. È un viaggio di scoperta, studio e rielaborazione di un universo ancora molto maschile da arricchire con un tocco femminile.” Quel tocco – e le parole – sono di Marta Pasquon, innamorata di queste colline incredibilmente belle che al di là del recente riconoscimento da parte dell’Unesco riescono a sbalordire ogni volta anche chi è abituato a frequentarle.

È un percorso di crescita personale e professionale diventato ormai parte di me, al quale spero di poter dare ancora molto perché il seme piantato da Clara metta radici sempre più profonde in questa meravigliosa valle ricamata dalle viti.” La C’ di Clara è invece quella di Carpenè e le due donne sono rispettivamente presidente e general manager di un’azienda fondata quindici anni fa con l’idea di creare una cantina che guardasse all’estero con una base solida in Italia.

Ma chi è Clara Carpenè? Non porta un cognome qualunque, innanzitutto. Perché il suo bisnonno Antonio, chimico ed enologo che se ne va in Piemonte durante i moti di metà Ottocento, fa politica e intanto viene a contatto con colleghi italiani e internazionali – tra cui Louis Pasteur – prima di tornarsene a Conegliano e contribuire a fondare la famosa scuola enologica.

Grande sperimentatore, mette in moto (quando esisteva soltanto il metodo classico) quella che sarebbe stata la tecnologia per produrre spumante in autoclave su base industriale, sviluppata successivamente dal nipote Antonio Secondo e concepita per garantire alla Glera di non perdere le sue caratteristiche di freschezza e frutto.

Così dal metodo Carpenè si arriva al Martinotti e negli anni Cinquanta del ventesimo secolo è il padre di Clara a interagire con i coltivatori locali e a formarli nella direzione dell’attualità enologica.

Il marchio della cantina è l’uroboro che si morde la coda mentre viene trafitto da una spada, formando un cerchio che non ha inizio né fine, tratto da un affresco originale del XIII secolo nella casa di famiglia, simbolo alchemico e di rinnovamento, trasformazione e rinascita che per Clara C’ indica tanto il cambiamento del vino che diventa Prosecco quanto lo spirito imprenditoriale femminile che sa rinnovare una storica tradizione familiare.

Circa quattrocentomila sono le bottiglie prodotte: tra le etichette ci sono i Fiori (di Valdobbiadene per la linea DOCG e di Prosecco per la DOC) e il nome nasce dal mosto fiore della prima spremitura che si ottiene con la pressatura delle uve raccolte a mano dai conferitori: per scelta, infatti, non ci sono vigneti e terreni di proprietà ma rapporti di grande fiducia e una selezione attenta di coloro i quali sanno coltivarli al meglio.

Valdobbiadene Superiore di Cartizze Dry

Dalle colline più vocate arriva un vino di nicchia dal grande fascino e paradossalmente più noto per il suo nome che realmente bevuto. Un prodotto non facile con i suoi 28 grammi/litro in un mondo che va verso dosaggi sempre meno accentuati ma di una grande piacevolezza, mai stucchevole.

È il Valdobbiadene Superiore di Cartizze Dry, bollicina fine e di notevole armonia, con un bel naso di frutta matura da cui spiccano le note di mela golden, pera e quella chiusura floreale con un leggero finale di mandorla.

Intenso e persistente in bocca, si può godere a fine pasto con dolci semplici come una crostata alla frutta, una focaccia della tradizione veneta oppure abbinato un pâté di fegato non troppo intenso. Da (ri)scoprire.