Una delle cantine più antiche e storiche d’Italia: San Leonardo 1724, eccellenza nei secoli

Uno di quei casi felici in cui non occorre inventarsi nulla, anzi ciò che si dipana lungo la matassa della Tenuta San Leonardo, trecento ettari con trenta di vigneti, è un dedalo di storie che si intrecciano fino a formare una realtà tra le più longeve nel mondo vinicolo.

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La Storia

Si tratta spesso di uno schema precostituito, in un mondo in cui servono un racconto o una storia per qualunque prodotto, anche se non in fondo non ci sono. Questo è uno di quei casi felici in cui non occorre inventarsi nulla, anzi ciò che si dipana lungo la matassa della Tenuta San Leonardo, trecento ettari con trenta di vigneti, è un dedalo di storie che si intrecciano fino a formare una realtà tra le più longeve nel mondo vinicolo, con il particolare non indifferente di una piccola comunità in cui si ritrovano famiglie da generazioni impegnate su questi terreni, tanto che molte persone che lavorano qui ci sono anche nate. Racconta Anselmo Guerrieri Gonzaga: “Si risale a più di mille anni fa, quando i Franchi rientrando verso le loro terre avevano rapito un sacco di persone bruciando tutti i castelli locali.

Tornati in Francia, l’allora Gallia, prendono contatto con il Principe Vescovo di Trento per ottenere un riscatto che avrebbe consentito la liberazione dei rapiti, i quali di nuovo liberi erigeranno un capitello in onore di San Leonardo di Noblac, protettore dei prigionieri. Intorno al 1100 viene fatto insediare qui l’ordine dei frati Crociferi, che in Trentino governavano accessi e aree strategiche. Dall’attuale proprietà della tenuta passa la Claudia Augusta, l’unica strada consolare romana del Trentino che andava da Ravenna verso Ora e si inerpicava sul Passo Resia, attraverso Merano e la Val Venosta per arrivare prima in Austria e poi a Monaco di Baviera. San Leonardo era una cosiddetta “ischia”, un’isoletta sul fiume di cui si nota ancora l’ansa, dove i monaci avevano trovato un posto per stare al riparo. L’ordine dei Crociferi aveva come missione quella dell’accoglienza, così stiamo andando in cerca delle loro storie, perché questo è sempre stato un luogo vocato all’ospitalità.” Passato di mano diverse volte, San Leonardo è stato un monastero per circa 480 anni fino al 1600 prima di diventare priorato. “Nel 1724, data che indichiamo nel nostro logo, si attestano i primi documenti che parlano del vigneto, anche se già nel 927 il vescovo di Verona, all’epoca proprietario, lascia in eredità questo luogo nominando già la presenza di vigne.”

Ma, racconta ancora Anselmo, è nel 1740 circa che la famiglia inizia a lavorare sui vigneti di San Leonardo, grazie alla sua parte trentina di signori diventati abbienti con il commercio del grano e della seta, la famiglia de Gresti: “Ala è chiamata la città dei velluti: fuggiaschi da Genova conoscevano infatti la tecnologia del telaio per fare il velluto in seta. Nascosti dal prete di Ala in cambio del loro lavoro, fecero diventare Ala ricchissima, tanto che Napoleone le assegnò il titolo di città per lo sfarzo dei palazzi.” Trascorso ancora qualche decennio in affitto dalla Chiesa, il quadrisnonno di Anselmo Guerrieri Gonzaga riesce finalmente ad acquistare la proprietà: “intorno all’ottocento cominciano a viverci e costruiscono una villa in stile Liberty, molto in voga allora, che riesce a sopravvivere alla seconda guerra mondiale”.

San Leonardo si trova proprio sotto il Monte Baldo, dalla parte opposta rispetto a Malcesine sul lago di Garda: e qui sta una delle caratteristiche che rendono il luogo unico: “Il Baldo è chiamato ‘giardino d’Europa’ e già nel 1500 i botanici inglesi venivano a studiarlo. Non è mai ghiacciato completamente nell’ultima microera glaciale e vi si trova tra il sessanta e il settanta per cento di tutta la flora alpina europea. Le fioriture di fine maggio sono da perderci la testa. Così la cosa bella è che qui abbiamo l’Ora del Garda che riscalda ma anche l’influsso di tutti i venti freddi che scendono di notte. Se non si può definire il luogo ideale per fare vino, perché è quasi un canyon e abbiamo quattro ore e mezza di sole in meno rispetto a quindici chilometri a sud, in questa fase epocale di riscaldamento per noi è diventato un grande pregio, perché ci permette di realizzare vini che riescono a non eccedere nel grado alcolico. E questa è una terra fatata, dove cresce di tutto. Noi siamo a regime biologico certificato e la tenuta stessa è amica della biodiversità riconosciuta da BWA Friends of Biodiversity.

Si può dire che abbiamo un regime quasi biodinamico perché ne seguiamo molte pratiche e in cantina siamo semplicissimi, le fermentazioni sono spontanee e usiamo vasche di cemento. Si tratta di non più di 15/18 giorni nel corso dei quali si eseguono rimontaggi e délestage, fino a quando, a fermentazione conclusa le vasche vengono svinate e le vinacce pressate dolcemente prima di far maturare per almeno ventiquattro mesi il vino nelle barrique (conservate in una splendida barricaia, n.d.r.).

I vini più pregiati della tenuta arrivano da uve che crescono su un blocco unico di sabbia finissima. Il Carmenère, in particolare, che connota con il suo carattere il San Leonardo, riscoperto a fine anni ottanta grazie a un confronto con quello si pensava fosse Cabernet Franc. “Mio padre ordina del Cabernet Franc a un vivaista in Francia e quando arrivano le piante vede che sono differenti: in questo modo con Attilio Scienza e il francese si rendono conto che Cabernet proprio non era.” Fino al 2010 nella retroetichetta del San Leonardo il Carmenère non compariva, ma “già era difficile all’epoca raccontare un bordolese trentino, figuriamoci se avessimo nominato questo vitigno così poco noto”. La sua acidità vivace è però perfetta e dà carattere e identità al blend con il Cabernet che contribuisce alla struttura, con il Merlot che smussa un po’ gli angoli a uno dei veri grandi rossi italiani. Vale la pena visitarne l’archivio, uno spazio di fascino suggestivo che custodisce tutte le annate nei vari formati a partire dalla prima, il 1982.

È al marchese Carlo Guerrieri Gonzaga, padre di Anselmo, che va ascritto il grande salto dei vini della Tenuta, le cui prime etichette risalgono all’Ottocento. “Già mio nonno diede grande slancio all’azienda. Poi ebbe la lungimiranza di far studiare enologia a mio padre, il quale si appassionò tantissimo”. Studi a Losanna, quindi, e poi approfondimenti in Francia e Toscana: a San Guido inizia la collaborazione con Mario Incisa della Rocchetta che ne divenne un vero e proprio “padrino” enologico introducendo Carlo alla conoscenza profonda del blend bordolese.

Sono diverse le etichette presenti oltre al San Leonardo, inclusi il Carmenère in purezza, i blend rossi Terre e Villa Gresti e poi i bianchi come l’ottimo Sauvignon Blanc Vette, un affascinante Riesling e infine il metodo classico Trento Doc Riserva spumante millesimato. Storie, aneddoti e particolari sarebbero ancora molti, a partire dal museo con strumenti e attrezzature di campagna perfettamente restaurati e dai documenti antichi che raccontano una parte di storia che torneremo certamente a raccontare.