Cosa succede al whisky giapponese? Non tutto viene dal Giappone, non sempre è whisky

Poche regole, tanta importazione: le ricercate bottiglie di whisky giapponese, sovente vendute a cifre esorbitanti, spesso nascondono sorprese poco gradite.

0
175
La Notizia

Vendite in forte crescita, grandi apprezzamenti, ma anche una incombente nube: il whisky giapponese registra da tempo numeri di tutto rispetto per quel che concerne vendite e quotazioni ma di recente Mamoru Tsuchiya, direttore di un’organizzazione chiamata Japan Whiskey Research Center, ha proposto una serie di regole relative alla produzione di whisky giapponese, incluso l’obbligo di distillazione in Giappone. Questo per combattere un preoccupante fenomeno descritto in maniera esaustiva dalle parole di Tsuchiya: “Capita sempre più spesso di etichettare come whisky giapponesi distillati che in realtà sono importati dalla Scozia o dal Canada”.

L’incremento della domanda di whisky giapponese è letteralmente esplosa nell’ultimo decennio, portando bottiglie come la Yamazaki 18 anni a vedere quintuplicato il proprio prezzo di vendita. Il valore, in dollari, delle esportazioni negli Stati Uniti è cresciuto del 50% nel 2019 rispetto all’anno precedente, secondi i dati raccolti dal Distilled Spirits Council. La quasi completa assenza di regole a tutela della produzione consente però alle aziende giapponesi di acquistare alcolici dall’estero e di imbottigliarli e etichettarli “Made in Japan”. Una sorta di selvaggio west che se da una parte consente a molte start-up di sfruttare il trend, dall’altro sta portando ad inondare il web di articoli diffamatori nei confronti di tutto il comparto produttivo nipponico.

Le regole proposte da Tsuchiya hanno quindi l’obiettivo di eliminare le truffe, e l’iniziativa ha già ricevuto il supporto dalla maggior parte dell’industria della distillazione, nonché dalla Japan Spirits and Liqueurs Makers Association, un’agenzia finanziata dal governo che aiuta a stabilire normative nazionali. La pandemia ha però sospeso l’iter di approvazione delle nuove regole, e in attesa di vedere quali sviluppi potranno esserci, l’industria del whisky si è posta una fondamentale domanda: cos’è il whisky giapponese?

È necessario partire dalle origini della sua introduzione in terra nipponica: è grazie al commodoro Matthew Perry infatti che i giapponesi scoprirono il whisky, in particolar modo quello scozzese e americano portato nel 1853 presso la corte imperiale, e che divenne rapidamente icona di un fondamentale incontro interculturale. Da quel momento partì una sorta di sperimentazione, con i primi distillatori giapponesi che iniziarono a lavorare con le patate dolci, producendo però un distillato molto diverso da quelli realizzati con l’orzo, la segale e il mais.

“Fin dall’inizio, il whisky giapponese non era il distillato conosciuto nel resto del mondo”, ha affermato Liam McNulty, esperto di whisky residente a Tokyo, “Nessuno si è preoccupato di dargli una definizione specifica, poiché in un primo momento era interamente destinato al consumo domestico”. Le prime moderne distillerie, tra cui Yamazaki, nacquero negli anni ’20, continuando però a produrre un distillato idoneo per chi, soprattutto nel secondo dopoguerra, era alla ricerca di un drink veloce a basso costo per il dopo lavoro. La volontà del governo giapponese di introdurre una prima regolamentazione nel 1989, venne a scontrarsi con uno scenario caratterizzato da una moltitudine di distillerie che volevano continuare a operare in totale libertà. Una delle prime regole prevedeva la presenza di almeno il 10% di whisky di malto, invecchiato, a fronte del restante 90% costituito da un distillato non invecchiato.

“La mancanza di regolamentazione avvantaggia i principali produttori”, ha dichiarato Stefan Van Eycken, autore di “Whisky Rising: The Definitive Guide to the Best Whisky and Distillers of Japan”. A livello nazionale e internazionale l’interesse nei confronti del whisky giapponese ha iniziato a crescere nei primi anni 2000, aumentando a dismisura nei 15 anni successivi, grazie ai consensi raccolti da marchi come Hibiki e Yamazaki. A fronte di una crescente domanda si registrava però una carenza di distillato invecchiato, e ciò ha portato molti brand affermati ad acquistare all’ingrosso all’estero. Non è facile individuare chi opera in malafede, ma il dato crescente relativo alle importazioni di whisky scozzese e canadese, a fronte di un consumo al dettaglio praticamente inalterato, porta a pensare che la maggior parte del whisky venduto come giapponese non sia tale.

Emiko Kaji, responsabile dello sviluppo commerciale internazionale di Nikka, che produce whisky in Giappone e possiede la distilleria Ben Nevis in Scozia, ha affermato che “la carenza di approvvigionamento domestico costringe l’azienda a utilizzare una piccola quantità di whisky dall’estero per soddisfare la domanda”. Ha inoltre aggiunto che “lo scotch importato è un ingrediente fondamentale per caratterizzare i prodotti di Nikka, allo stesso modo in cui un fornaio americano potrebbe ricorrere al burro francese per preparare una torta di mele”.

Tale posizione non ha però convinto i fan americani del whisky giapponese: i tanti elogi degli ultimi anni relativi all’artigianalità dei prodotti nipponici risultato ora fuori luogo alla luce delle recenti considerazioni. Alcune distillerie stanno cercando di risolvere il problema comunicando che i loro prodotti sono ottenuti dalla miscela di elementi di provenienza da diverse parti del mondo: “Credo che sia un primo importante passo“, ha dichiarato Flavien Desoblin, che acquista molti prodotti che propone nei suoi due whisky bar di Manhattan, la Brandy Library e Copper e Oak, “Dal momento che dobbiamo pagare un prezzo alto per qualsiasi whisky proveniente dal Giappone, dobbiamo sapere la verità”.

Le regole proposte da Tsuchiya prevedono ben altro scenario, con la richiesta alle distillerie di utilizzare solo grano, di fermentarlo con il lievito, di distillarlo interamente in Giappone e poi di farlo invecchiare per almeno due anni in una botte di legno. “Bastano due anni, anziché tre come in Scozia, perché in Giappone abbiamo un clima più temperato e il whisky potrebbe invecchiare più velocemente”, ha detto. Fino ad ora le grandi compagnie di whisky del Giappone si sono dette pronte a recepire tali disposizioni, ma alcuni grandi esperti si chiedono se l’industria le metterà realmente in pratica. Il mercato del whisky giapponese ha infatti conquistato consensi a livello globale, ma la gran parte del suo fatturato è ancora oggi costituita dai consumatori domestici, che non prestano molta attenzione ai dettagli tecnici di produzione.

Fonte: nytimes.com