Francis Ford Coppola: uno dei più grandi registi al mondo è tra i primi 10 produttori di vino americani

Il regista americano conosciuto in tutto il mondo per i suoi capolavori è anche un grande produttore di vino, tra i primi dieci del paese.

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La Notizia

Far convivere uno straordinario talento da cineasta e la grande passione per il vino: è quanto riesce a fare da tempo Francis Ford Coppola, il regista che ha dato vita a capolavori d’ogni epoca come Apocalypse Now e Il Padrino, che tra una sceneggiatura e un ciack si occupa con la stessa meticolosità e passione di vino. La produzione di famiglia risale infatti agli anni ’20, quando il nonno Agostino produceva vino nel seminterrato del suo condominio di New York utilizzando vasche di cemento da lui stesso costruite.

Francis e sua moglie Eleanor hanno invece approcciato questo mondo circa 35 anni fa, acquistando il Niebaum Mansion a Rutherford in California e nel 2006 lo Château Souverain. Una realtà cresciuta al punto da far entrare l’azienda di Coppola tra le prime dieci del paese in quanto a produzione di vini sopra i 10 dollari e la quinta in qualità di fornitrice. Il regista ha in questi giorni rilasciato una interessante intervista nel corso della quale ha toccato vari argomenti, partendo naturalmente dalla pandemia per poi discorrere in maniera approfondita del suo rapporto con il vino.

 

Quali sono i tuoi primi ricordi legati al vino?

Da buon italo-americano sono stato abituato da sempre ad avere il vino in tavola: ricordo con affetto i racconti dei miei zii relativi al periodo del proibizionismo e di come il governo consentisse alle famiglie di poter produrre il vino in casa. Mio nonno aveva sette figli che attendevano con ansia il momento in cui potevano procurarsi dell’uva, prodotto che loro preferivano al vino perché la frutta fresca era davvero un lusso in quegli anni. Noi bambini ascoltavamo quelle storie sorseggiando un po’ di vino mescolato con la gassosa.

 

Quando hai capito d’avere un forte legame con il vino e il suo mondo?

Quei racconti facevano immaginare la lavorazione del vino come una attività estremamente divertente, e quando da adulto ho iniziato a guadagnare ho suggerito a mia moglie di acquistare un cottage estivo nella Napa Valley, con qualche vite annessa. Mentre l’agente immobiliare ci mostrava alcune proprietà mi parlò della tenuta Niebaum e del fatto che fosse stata messa all’asta. Dopo il successo de Il Padrino ho avuto la possibilità dal punto di vista economico di poter fare quel passo, e ho detto a mia moglie “perché non ci occupiamo noi delle vigne presenti nella proprietà per produrre vino?”. Lei mi chiese quanto ne sapessi della produzione del vino e le risposi che non ne sapevo nulla, come d’altronde non sapevo nulla su come girare un film, e poiché nonostante questo ero diventato un regista, decisi che sarei diventato anche un produttore di vino.

Perché hai dato a molti vini i nomi delle donne della tua vita?

Con l’uscita dei primi vini, tutti chiamati Coppola, mia madre mi fece notare che ero anche un “Pennino” (la sua famiglia), e decisi quindi di omaggiare di volta in volta i vari membri della famiglia, come ad esempio con lo spumante dedicato a mia figlia Sofia o con un’altra etichetta dedicata a mia moglie Eleanor. Stavo piano piano trasformando i parenti in vini, ma era un modo per esprimere il mio legame con la famiglia e l’ammirazione che provo per alcune persone.

 

Puoi parlarci di Archimede?

È un vino premium, il cui nome deriva da quello di mio zio, a cui fu dato da mio nonno il nome del matematico greco perché ammirava la sua filosofia di pensiero. Mio nonno venne a mancare per una epidemia di epatite negli anni ’20, e ho scelto di associare al suo ricordo uno dei nostri migliori vini.

 

Ti sei reso spesso protagonista di alcune scelte “anarchiche” per quel che concerne il modo di produrre il vino, a cosa attribuisci questo tuo modo d’agire?

Quando vivevo a Parigi con Eleanor per motivi di lavoro, ci recavamo spesso in un ristorante del quartiere e non avendo molti soldi ci capitava di ordinare un blanc des blancs, alternativa molto più economica dello champagne. Il ricordo di quei momenti mi ha fatto decidere di provare a realizzarne uno a Napa, dedicandolo a Sofia, prestando poca attenzione agli “esperti” del settore che mi sconsigliavano di farlo. Molto spesso nelle decisioni mi lascio consigliare dalle emozioni e non dalla ragione.

 

C’è stato un periodo in cui ti sei occupato più di vino che di cinema?

Buona parte del cinema è costituita dalla scrittura e dalle varie fasi editoriali e di produzione, quindi posso dire d’essere sempre riuscito a far coesistere le due cose.

 

Hai dato vita all’azienda grazie ai profitti derivanti dal cinema, con il tempo si sono invertiti i ruoli? Sei riuscito a finanziare un film grazie ai guadagni dell’azienda vinicola?

Quando ero povero ero ossessionato dalla ricerca dell’indipendenza economica, per poter essere in grado nella vita di poter finanziare autonomamente ogni mio progetto. Ma con il tempo mi sono accorto che quasi tutti gli investimenti portavano a perdite di denaro, e ho quindi deciso di lasciare perdere questo tipo di strada per dedicarmi solo a ciò che amavo. Ho iniziato ad occuparmi esclusivamente di narrazione, scrittura e editoria, avventura e viaggi, e ciò mi ha portato a trovarmi coinvolto nel cinema, nelle riviste di settore, nel mondo degli hotel e dei resort ed infine in quello enogastronomico. Tutti ambiti legati all’autenticità, il valore che oggi contraddistingue ogni mia scelta.

 

Cosa contraddistingue la tua produzione di vino?

La naturale evoluzione della mia azienda ne ha caratterizzato i prodotti: lavoro seguendo il mio istinto senza preoccuparmi troppo di alcune regole. In generale amo alcune etichette italiane e cerco di realizzare vini che possano richiamare determinate caratteristiche, ma è fondamentale rispettare il terroir e la qualità delle uve, ed in quel caso emerge l’anima californiana delle mie vigne.

Come è nato il tuo interesse per i resort?

Ai registi capita spesso di innamorarsi dei luoghi nei quali girano i film. A me ad esempio è accaduto con la giungla, quando realizzai Apocalypse Now. Avevo nostalgia di quel fascino ed ero alla ricerca di qualcosa che potesse ricordarmelo, e così quando ho trovato una proprietà in un posto simile, l’ho acquistata, per poterci costruire il luogo ideale nel quale dedicarmi alla scrittura. Ma una volta terminati i lavori ho capito che qualcuno si sarebbe dovuto prender cura della struttura tutto l’anno, ed a quel punto da cosa nasce cosa e ho pensato che il mondo dell’accoglienza potesse essere un altro mio forte interesse.

 

Che tipo di evoluzione pensi avrà la vendita del vino?

Questo periodo ha spinto tante persone, me compreso, a comprare importanti bottiglie di vino da poter assaggiare in casa. Con la temporanea impossibilità di recarsi al ristorante credo che questa abitudine continuerà a crescere, e che si acquisteranno bottiglie sempre più costose, in sostituzione dell’esperienza gastronomica.

 

Ti sei ritirato dal cinema?

Sto vivendo un momento di pausa che sono felice di trascorrere con la mia famiglia. Ogni giorno ammiro la bellezza di questa valle e immagino i film che vi si potrebbero girare. In questo periodo mi capita di guardare spesso il film di Vittorio De Sica “Miracolo a Milano”, perché mi ricorda questa fase legata alla pandemia: una Milano nella quale le persone povere sono oppresse dai ricchi, ma miracolosamente riescono a volar via su una scopa. La sera ceniamo assieme, guardiamo questo film e ammiriamo le stelle nel cielo. Questo è tutto ciò che voglio in questo momento.