Non chiamatelo enologo ma assistente della natura: Nicolas Joly e la biodinamica in Loira de La Coulèe de Serrant

Vino mito della cultura Steineriana, che è molto cambiato negli anni ma che resta il punto di riferimento storico sull'argomento "biodinamica"

0
593
La Storia

Chissà quanto tempo rimane a Nicolas Joly per accudire le sue splendide vigne. Ora forse meno, avendo compiuto i 75 ed essendosi meritato -immagino- una buona pensione.

All’epoca in cui subentrò nella tenuta di famiglia, Joly era scettico sugli effetti dell’agricoltura tradizionale e sull’effetto che aveva sulla natura. Lesse poi un libro che parlava di biodinamica e si interessò attivamente alle idee trovate lì, e dal 1980 iniziò a sperimentarle nella sua azienda vinicola.

Dal 1981, il vino ricavato dal Clos de la Couleè de Serrant è stato prodotto biodinamicamente e dal 1984 l’intera gamma è stata prodotta seguendo i medesimi criteri.  Coulée de Serrant è tra i pochissimi vigneti “monopole” a cui è stato assegnato il proprio COOC; altri includono Romanèe Conti, La Tache e Chateau Grillet.

Joly ha successivamente scritto ampiamente sulla produzione di vini seguendo la via della biodinamica più integralista e ha ispirato molti altri produttori di vino che si sono convertiti a pratiche biodinamiche.

Le sue convinzioni biodinamiche significano anche che Joly disapprova l’etichetta enologo nella misura in cui si dice che il suo biglietto da visita reciti “Nicolas Joly, Gérant de la Société, assistente della natura e non enologo”

Il globe trotter più bio-dinamico del pianeta, impegnatissimo a portare per il mondo il metodo e il pensiero di maggior tendenza degli ultimi venticinque anni ha fatto proseliti ovunque grazie a fascino e carisma, ma soprattutto dimostrando che i risultati della ricetta Steineriana applicata sull’appellation Savennières ha pochi eguali al mondo.

I terreni della denominazione Savennières tracciano una linea lunga una decina di chilometri lungo il corso della Loira in corrispondenza di due località (La Possonière e Bouchemaine) che devono la loro notorietà mondiale e il conseguente inserimento nell’agenda dei conoscitori dei grandi vini di questo pianeta grazie proprio alle etichette di Nicolas Joly.

Dei circa 350 ettari che delimitano la possibilità di coltivazione di chenin nell’appelation solo un terzo sono produttivi e la resa per ettaro è considerata tra le più scarse tra i vini bianchi francesi.

Le caratteristiche uniche della conformazione territoriale costituita essenzialmente da scisti prendono localmente diversi nomi a seconda della prevalenza di elemento acido o basico e la scarsa profondità di terreno che copre le rocce rendono particolarmente favorevoli le condizioni per la produzione di vini bianchi di alta qualità.

La cultura è la storia hanno indicato come unico cèpage compatibile con le condizioni terreno/clima della zona il vitigno chenin, in grado di produrre vini che genericamente si esprimono nel bicchiere su toni mielosi e floreali. La struttura, l’acidità, il frutto e un leggero ritorno amarognolo si combinano armoniosamente e sottolineano una classe e una complessità originalissima per un vino bianco della Loira.

Le due appelations di grande rilievo sono denominate Roche aux Moines e Coulèe (vallone) de Serrant e si evidenziano nel panorama della zona come speroni rocciosi protesi verso il fiume.

Su questi terreni la biodinamica è stata applicata già dall’inizio degli anni Ottanta e i risultati straordinari hanno contribuito alla diffusione della filosofia applicata un po’ ovunque nel panorama vinicolo.

Oltre ai sette ettari della denominazione più nota, essendo considerato il vino de le Coulée de Serrant tra i più grandi di Francia, anche i tre ettari di Clos de la Bergerie, situati all’interno della denominazione Roche aux Moines hanno contribuito alla diffusione mondiale dei vini di Nicolas Joli, anche in funzione di un prezzo più che accettabile.

Ancora più economico l’altro Savennières tout court, che è commercializzato sotto l’etichetta Les Vieux Clos. Si tratta nel complesso di una quindicina di ettari da cui si ricavano mediamente 45-50.000 bottiglie annue discretamente rintracciabili in prestigiose enoteche o ristoranti di fascia medio alta. Tuttavia, non ritengo opportuno bere le Coulèe de Serrant al ristorante.

Ciò perché questo è un vino non si apre agevolmente neanche a provocarlo con una frettolosa caraffatura.  Ormai le esperienze plurime ci dicono e ci confermano che questo vino non ti consente di apprezzarlo a breve distanza dall’apertura. Genericamente moltissimi vini appena vengono stappati già fanno intuire quale sarà l’esito della bevuta. In questo caso il lungo periodo da dedicare all’ossigenazione sarà quanto mai opportuno e significativo, anzi direi indispensabile.

Leggendo sui sacri testi che questo è un vino da aprire e caraffare 24 ore prima del suo consumo potremmo pensare ad una forzatura, ad una enfatizzazione spropositata, invece qui non si scherza, qui veramente il vino continua ad evolversi, a sgranchirsi, a stiracchiarsi come un gatto pigro e per nulla voglioso di fare le fusa.

Ma un vero amante dei grandi vini, invece di abbandonare a sé stessa la caraffa per una notte, dovrebbe attingere alla caraffa periodicamente, diciamo ogni ora, prelevando qualche centilitro di liquido e cercare di individuarne le diverse sfumature, le diverse sensazioni che si avvertono in progress. Alla fine della giornata si avrà un bloc notes pieno di appunti che sembrerà un diario di viaggio. Ed un vero viaggio sarà stato, attraversando giardini di fiori e frutti, cogliendo le profonde mineralità della roccia.

Un vino lento, paziente, che ti chiede considerazione, calma e attenzione, da bere da solo, senza condizionamenti, senza premura, seduto per ore a fissare l’orizzonte dell’oceano dalle coste bretoni, un bicchiere ogni tanto,  con il ritmo della luce del faro che gira, che torna, con uno sguardo periodico da rivolgere alle spalle, non per mancanza di fiducia, ma solo per ricordarsi da dove scende la Loira. Tanti pensieri, tante cose in mente che scivolano via, dalla bottiglia al bicchiere, che a volte sembra mezzo vuoto, e a volte mezzo pieno, specialmente sulle ultime annate, assai cariche di colore e di alcol, forse vittime del riscaldamento del clima o di una presa di posizione sempre vicina all’estrema biodinamica.