Investire 10.000 euro per bere i 10 vini più costosi del Piemonte

Ovviamente tutti rossi e tutti provenienti da Langhe e dintorni, con prezzi che oscillano parecchio a seconda dell'annata.

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1910
barolo e barbaresco
La Storia

Il Piemonte è terra di vini rossi, lo è sempre stato e sempre lo sarà. Molti i tentativi di inserimento di viti a bacca bianca, con esiti alterni e comunque mai premiati dal mercato come lo è sempre stato per i rossi.

La stagione in arrivo, l’inverno, è quella più propizia alla degustazione di questi vini che si fanno sentire bene quando scendono nello stomaco, accompagnati al tavolo dai classici della cucina piemontese, che in inverno esterna i piatti di maggior carattere. Non che l’alcol si avverta in particolar modo “ a secco ” perché se un vino è equilibrato la sensazione alcolica viene comunque alleggerita dal complesso dei fattori che si integrano in un grande vino già ben affinato nel momento in viene rilasciato dalle cantine di provenienza, diversi anni dopo la vendemmia, anche nove o dieci.

Sostanzialmente si tratta di Nebbiolo, da Barbaresco o da Barolo, con l’eccezione dei tre cru di Gaja che contengono anche altro, mentre il vino più pregiato della regione non ha mai fatto compromessi con nulla e con nessuno.

L’Azienda Agricola Giacomo Conterno, iniziò a imbottigliare Barolo già dagli anni ’20 del secolo scorso, quando gli altri vendevano ancora in damigiana un liquido giovane e tannico dalla difficile bevibilità. In un tempo così relativamente lungo possono accadere molte cose, anche in fase di discendenza di famiglia, ma i Piemontesi sono conservatori e tradizionalisti di principio, e mai come in questo caso hanno dimostrato che la loro storia gli avrebbe dato ragione. Il Barolo Monfortino è infatti uno dei top wines italiani in assoluto, spuntando spesso valutazioni che si aggirano oltre i 1000 euro, valutazione media di mercato che risente anche della scelta di affinarlo in botte per quasi 10 anni. Da queste parti si diceva che un Barolo giovane dovesse essere pressoché imbevibile in gioventù, per esibire il meglio dopo molti anni.

Se non è Barolo sarà Barbaresco, e anche il prezzo sarà più o meno il medesimo, però in questo caso non si tratta di bottiglia da 0,75 ma di magnum da un litro e mezzo. I circa 1500/1800 preziosi flaconi attendono una decina d’anni prima di essere messi a disposizione del pubblico dall’Azienda Agricola Roagna. Del resto, dal mezzo ettaro di vecchie vigne (almeno ’60 anni), non si può pretendere chissà quale resa, e quindi, in questo caso, il prezzo è anche frutto della rarità del prodotto, comunque straordinario per qualità intrinseca. Prima annata disponibile sul mercato – a  trovarla – la 1978. Molto ricercati anche i formati più grandi. Prezzi di conseguenza. Per il resto, buono tutto da Roagna.

Barolo o Barbaresco che sia, difficile trovare qualche cosa che non sia meno di eccellente etichettato Bruno Giacosa, i cui prezzi sono parecchio saliti dopo la scomparsa di uno dei più grandi produttori di vino italiano di ogni epoca. Vini fini, leggeri ma intensi, profumati e vellutati, che si rivelano attraverso un colore (rubino acceso), che sembrerebbe voler prendere in giro i vini grandi e grossi di altri produttori che puntano sul colore e sulle concentrazioni per colpire di spada l’immaginazione del bevitore esperto. Qui si va invece di fioretto per tutti i Barolo e Barbaresco imbottigliati in diversi formati, che si distinguono sostanzialmente per il colore dell’etichetta, bianca per i cru “base” e rosso per le Riserve, le più ricercate e le più pagate, anche oltre i 500 euro. I più ricercati? La Riserva Falletto e Villero per il Barolo e la Riserva Asili per il Barbaresco.

Il Barolo Bussia Riserva Granbussia dei Poderi Aldo Conterno ostenta sobria nobiltà già dalla complessa descrizione in etichetta, che poi si arricchisce di dettagli ulteriormente, approfondendo l’origine di questo splendido vino che dorme in cantina per almeno nove anni prima di essere rilasciato al pubblico. Vigna Romirasco, Vigna Colonnello e Vigna Cicala gli appezzamenti prescelti, con prevalenza del primo, e privilegiando le viti più vecchie. Raccolta manuale in vigna, macerazione sulla bucce in vasche d’acciaio per almeno 30 giorni con temperature di fermentazione che possono superare i 30 gradi. Poi si passa alle botti di rovere dove il vino si affina al meglio, prima di passare all’agognata bottiglia.

Dalla famiglia Mascarello Giuseppe e Figlio (da non confondere con Mascarello Bartolo) arriva questo cru figlio di un appezzamento collocato a Castiglione Falletto quasi totalmente vinificato dalla medesima azienda a partire dal 1970, prima annata etichettata Mascarello. Uno stile che gli esperti definiscono borgognone classico, per via del colore scarico e della finezza dei profumi che trascinano prima al naso e poi in bocca la “gourmandise” tipica di alcuni grandi Borgogna di Vosne Romanée. Non troppo regolare lungo le annate, ma anche questo è il bello di un grande vino, che quando lo stappi può regalarti sensazioni sempre diverse, essendo un vino vivo, e a volte piacevolmente capriccioso. Monprivato Ca d’Morisso, altra grande etichetta di Langa.

Un tempo definiti “Barbaresco“, Sorì Tildin, Sorì San Lorenzo e Costa Russi sono stati una sorta di ambasciatori dei vini piemontesi modernisti in giro per il mondo. Poi, usciti dalla restrittiva denominazione per domiciliarsi sotto la terminologia più libera da restrizioni (Langhe), restano comunque le etichetta forse più evocative e riconoscibili del grande vino italiano da esportazione. Grandi annate (1989-1990) spuntano prezzi vicino ai 1000 euro, o anche oltre, mentre annate più recenti si fermano attorno ai 250/350 euro, che è comunque un prezzo impegnativo per un bene effimero e edonistico quale è una bottiglia di vino. Nota a parte per Gaja & Rei, probabilmente il vino bianco piemontese che spunta i prezzi più alti di mercato, facilmente sui 200 euro.