Con la degustazione delle venticinque vendemmie di Taurasi Riserva DOCG, il tempo non è più una variabile esterna, ma una componente agricola reale che entra nella costruzione del vino fin dall’origine.
Nel vino il tempo viene evocato continuamente, quasi fosse una qualità intrinseca e inevitabile, ma in realtà va inteso soprattutto come attesa, come scelta concreta di lasciare che il vino faccia il proprio percorso senza essere forzato nei tempi del mercato. Aspettare significa semplicemente dare modo al vino di trovare il suo equilibrio, la sua forma, la sua misura, senza anticiparlo e senza accelerarlo, accettando che ogni vino abbia un ritmo diverso di evoluzione. Nel caso del Taurasi DOCG, questa attesa dovrebbe essere una condizione naturale. È una denominazione che nasce per la lunga maturazione, per vini che hanno bisogno di tempo per distendersi e completarsi, eppure negli ultimi anni anche il Taurasi ha spesso dovuto confrontarsi con una richiesta di immediatezza, che porta a ridurre i tempi di uscita e a cercare una lettura più rapida del vino. È una pressione che non riguarda la vigna ma il mercato, e che inevitabilmente incide sul modo in cui una denominazione viene raccontata e percepita.

Le venticinque vendemmie del Taurasi Riserva di Michele Perillo mostrano invece cosa accade quando questa logica viene sospesa. La verticale non racconta soltanto l’evoluzione di un produttore, ma diventa una dimostrazione concreta di come il Taurasi Riserva ritrovi profondità proprio nel momento in cui smette di inseguire l’urgenza contemporanea e torna a riconoscere nel tempo la propria materia prima invisibile. A Castelfranci tutto questo prende forma in modo quasi naturale, senza un disegno iniziale, quando Michele Perillo inizia a produrre vino nel 1999 senza l’intenzione di costruire un modello replicabile e senza la necessità di aderire a un linguaggio già codificato. La sua scelta è quella di lasciare un lavoro stabile per entrare in una dimensione agricola che richiede prima di tutto ascolto e pazienza, con l’idea che l’Aglianico non possa essere governato, ma accompagnato nel tempo. Questa impostazione emerge con chiarezza durante l’incontro ospitato al Ristorante Megaron di Paternopoli, luogo che in questa occasione ha restituito alla degustazione una dimensione concreta e al contempo domestica, sostenuta da una cucina territoriale e confortevole, che ha accompagnato i vini senza mai sovrastarli.

Le vigne raccontano la stessa impostazione, con alcune piante ultracentenarie in parte a piede franco, radicate su suoli arenacei d’altura dove la maturazione non concede scorciatoie. Vendemmiare significa attendere il momento giusto senza forzature e senza compromessi, anche quando questo porta a raccolte tardive. Il tempo non è più una variabile esterna ma una componente agricola reale che entra nella costruzione del vino fin dall’origine. La degustazione delle venticinque vendemmie di Taurasi Riserva DOCG, che ha attraversato le annate 1999, 2002, 2003, 2005, 2006, 2007, 2009, 2010, 2013 e 2015, non ha mai assunto i toni della celebrazione, quanto piuttosto quelli di un vero percorso di lettura, in cui il tempo si è trasformato in strumento interpretativo più che in semplice sequenza cronologica, facendo emergere annate capaci di imporsi con decisione e altre rimaste più in controluce.

Il 1999 sorprende ancora oggi per la sua energia viva e non addomesticata, quasi istintiva, come se appartenesse a una fase in cui il vino non era ancora pienamente codificato nel linguaggio aziendale. Il 2003 è una delle espressioni più riuscite e convincenti, capace di trasformare una vendemmia calda in un vino di sorprendente equilibrio e profondità. Il 2006, presentato in bottiglia celebrativa per le venticinque vendemmie, rappresenta comunque un nodo centrale del percorso, un calice che racconta cosa accade quando il vino viene lasciato evolvere a lungo in massa prima dell’imbottigliamento senza una destinazione immediata. Non un vino costruito ma un vino lasciato accadere, che resta una delle annate più intriganti dell’intero percorso per la sua capacità di tenere insieme densità e movimento interno, come se il vino avesse trovato da subito una sua forma naturale.

Il 2007 segna uno dei punti più solidi della verticale, con una lettura più definita e continua, mentre il 2009 si impone senza esitazioni come l’annata più compiuta, quella in cui tutto sembra trovare una sintesi perfetta tra struttura, dinamica e profondità aromatica. Il 2010 invece rappresenta uno dei momenti meno convincenti, più statico e meno incisivo rispetto ad altre annate, quasi trattenuto in una fase intermedia non completamente risolta. Il 2013 si sviluppa su un registro più austero e profondo, con una componente balsamica che sostiene una trama tannica perfettamente integrata. La 2015 introduce invece il cambio di passo più evidente dell’intera verticale, non tanto per rottura stilistica quanto per una nuova sensibilità estrattiva e gestionale che rende il vino più integrato fin dalle prime fasi, con una lettura meno materica e più precisa, segno di una maturità tecnica ormai consolidata.


Nel corso della degustazione emerge una considerazione che attraversa tutte le annate senza mai diventare teoria, cioè che il Taurasi non possiede un momento ideale ma una serie di stati evolutivi diversi, ognuno dei quali può rappresentare una forma di verità. Non esiste un punto di arrivo, ma una continuità di interpretazioni nel tempo. La presenza dei figli di Michele, Felice e Nicola, rafforza questa continuità senza modificarne l’impostazione. L’azienda resta volutamente contenuta, poco più di ventimila bottiglie, distante da qualsiasi logica di espansione e coerente con un approccio agricolo che precede ogni strategia commerciale. Oggi il Taurasi vive una fase complessa, rimane una delle denominazioni più importanti del Sud Italia ma occupa uno spazio meno centrale nel racconto contemporaneo del vino, anche perché richiede una disponibilità all’attesa che il presente tende sempre più a ridurre. L’esperienza della Cantina Perillo suggerisce che non si tratti di adattare il vino alla velocità del mercato ma di riportarlo alla propria natura originaria, quella di un vino che non nasce per essere immediatamente decifrato. In questo contesto il Taurasi di Perillo appare come un esercizio di resistenza silenziosa, un vino che non cerca di spiegarsi ma che chiede tempo per essere attraversato.

Dopo venticinque vendemmie ciò che rimane non è un punto d’arrivo ma la sensazione di un processo ancora aperto, che continua a muoversi con una lentezza coerente, senza necessità di accelerazioni esterne. Più che misurare il tempo, questo Taurasi sembra aver scelto di abitarlo.
Cantina Perillo
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