Dagli esordi in conceria alla scelta di rilevare una proprietà complessa, passata attraverso una banca di Bolzano dopo il fallimento del precedente proprietario: Giampaolo Motta ha saputo trasformare un antico podere in azienda di successo, che oggi produce vini da scoprire.
Fotografie: Studio CLOU
Giampaolo Motta nasce a Napoli all’interno di una famiglia che da generazioni lavora nel mondo della concia. Il percorso, almeno sulla carta, è già tracciato: fabbrica, direzione, continuità. A diciotto anni parte per la Francia, a Lione, perché parla francese e perché in famiglia c’è una regola semplice: prima si lavora, poi – forse – si studia. Arriva da ragazzo che beve birra e cocktail, il vino non è nei suoi pensieri. L’incontro decisivo è personale prima che professionale: segue una studentessa di enologia fino a Bordeaux e lì, quasi senza accorgersene, entra in un sistema dove il vino è metodo, disciplina, osservazione quotidiana. Quel primo contatto, tutto francese, resta la matrice del suo modo di pensare anche quando, anni dopo, tornerà in Italia.

IL RITORNO E LA SCELTA DI CAMBIARE STRADA
Dopo la Francia rientra a Napoli e lavora ancora in conceria per cinque anni. Poi l’equilibrio familiare si rompe e Giampaolo decide di cambiare vita. Parte senza rete, con un amico, e va in Chianti a fare l’operaio. Non cerca un’azienda di prestigio, cerca terra, pietre, un luogo possibile. Lavora a Dievole, Pian d’Albola, poi a Castello di Rampolla, dove chiude il suo percorso da cantiniere. In quegli anni conosce Carlo Ferrini, allora enologo del Consorzio del Chianti Classico, che lo accompagna nella ricerca di un’azienda: molte visite, molti no, finché compare La Massa, una proprietà complessa, passata attraverso una banca di Bolzano dopo il fallimento del precedente proprietario.



LA MASSA, PER CASO E PER OSTINAZIONE
La Massa viene inizialmente considerata un’opportunità per altri. Giampaolo la prende in comodato mentre lavora ancora come operaio e comincia a conoscerla dal basso. Quando l’operazione di acquisto salta per cause esterne, si ritrova solo davanti alla banca, senza garanzie, con un progetto difficile da spiegare. L’accordo arriva nel febbraio del 1992, a condizioni tutt’altro che favorevoli. Torna in azienda da proprietario, ma nessuno lo tratta ancora come tale. La Massa nasce così: senza enfasi, con un mutuo pesante, molto lavoro e l’idea iniziale di fare un Chianti Classico di profilo alto, non convenzionale ma interno alle regole.


CAPIRE LA TERRA PRIMA DI DECIDERE
Col tempo il progetto si chiarisce. La Massa non viene pensata come un blocco unico ma come un insieme di parti diverse. Nei primi anni Duemila parte uno studio approfondito dei suoli e dei microclimi, realizzato con l’Università di Bologna: trivellazioni, mappe, profili distinti. Ne emerge un territorio frammentato, complesso, che richiede decisioni puntuali su impianti, varietà, esposizioni. Ogni scelta agricola nasce da lì. Anche la cantina segue lo stesso principio: uno spazio progettato per lavorare meglio, con soluzioni tecniche precise e un’idea funzionale forte, affidata all’architetto Bernard Mazières. Nulla è decorativo, tutto risponde a un’esigenza operativa.

ANDARE OLTRE LE REGOLE, RESTARE FEDELI A SE STESSI
Nel 2002 Giampaolo Motta decide di uscire dal disciplinare del Chianti Classico. Non è un gesto polemico, ma un passaggio naturale: sente l’esigenza di lavorare senza vincoli che non gli appartengono più. Da quel momento La Massa intraprende una strada indipendente, costruita attraverso vinificazioni separate, osservazione costante e correzioni progressive, vendemmia dopo vendemmia. Il Sangiovese rimane un interlocutore esigente, interpretato con approcci differenti e affiancato a varietà di origine bordolese, parte integrante della sua formazione.


I primi riconoscimenti arrivano in questo clima di ricerca e definizione. Giorgio Primo e La Massa — allora ancora Chianti Classico — attirano l’attenzione per nitidezza espressiva ed equilibrio. Bordeaux continua a essere un riferimento culturale e tecnico, non come modello da replicare ma come grammatica da tradurre nel paesaggio toscano. La scelta di lasciare la denominazione consolida questa direzione e trova forma concreta nelle etichette che seguono. Il Giorgio Primo IGT, dedicato al nonno e poi al primogenito, diventa uno dei cardini dell’identità aziendale.


La Massa e Carla 6 esplorano il Sangiovese da prospettive diverse: il primo in dialogo con Merlot e Cabernet Sauvignon, il secondo in purezza da una singola parcella, la numero 6, che porta il nome della figlia. Si aggiunge poi Asiram — Marisa letto al contrario — un Merlot proveniente da un appezzamento di argilla blu, suolo che conferisce particolare densità e tensione.


Ogni vino nasce così da un intreccio tra esperienza, memoria familiare e osservazione del luogo. Il percorso non segue una linea retta. Si affina nel tempo, attraverso tentativi, rinunce e decisioni meditate. Le bottiglie portano nomi intimi perché raccontano prima di tutto una storia personale. La Massa è il risultato di questa coerenza silenziosa: un lavoro che procede per aggiustamenti successivi, fedele a un principio semplice — imparare, correggere, andare avanti.
Tenuta La Massa
Via Case Sparse n. 9
Panzano in Chianti
50022 Firenze (Italia)
Tel./Fax 0039 (0) 55 852722