Nel quadro delle celebrazioni per il trentennale della famiglia Chignola, La Casa degli Spiriti introduce una carta enologica affidata all’intervento di Teo KayKay, artista e creative designer. Più che un semplice aggiornamento, si tratta di un’operazione che ridefinisce il ruolo stesso di questo strumento, restituendo centralità a una cantina di oltre 1.500 etichette attraverso un supporto tangibile, concepito per essere esperito nella sua fisicità.
La carta enologica firmata da Teo KayKay
In un’epoca in cui la ristorazione internazionale sembra progressivamente smaterializzare i propri codici, la scelta del cartaceo si configura come presa di posizione, quasi un atto controcorrente. Il volume nasce da un confronto tra committenza e artista: da un lato organizza e rilancia una selezione stratificata nel tempo, dall’altro si inserisce come primo capitolo di un programma celebrativo più ampio.
Carte dei vini: un’assenza storiografica
Se si tenta di inscrivere la carta enologica in una genealogia precisa, l’esito è sorprendentemente lacunoso. A differenza del menu — oggetto di indagini che ne hanno chiarito la genesi all’interno delle trasformazioni socio-antropologiche della ristorazione europea — questo dispositivo sfugge a una ricostruzione filologica strutturata. Le fonti sono esigue, le attestazioni frammentarie, quando non del tutto assenti. Ne deriva una condizione singolare: uno strumento centrale nella definizione dell’esperienza gastronomica che, tuttavia, resta privo di una storia codificata.


Il ritorno alla materia
È proprio in questo scarto che si inserisce la carta della Casa degli Spiriti, ponendosi come oggetto che riconnette pratica e percezione. Il gesto dello sfogliare — apparentemente residuale — riacquista qui una funzione interpretativa. “La versione digitale aveva introdotto una distanza — osserva Lorenzo Chignola, maitre e sommelier — mentre il supporto fisico restituisce una dimensione più intima, quasi necessaria quando si attraversano territori e visioni produttive”. Ne deriva un volume di cento pagine che non si limita a elencare, ma organizza e rende leggibile un lavoro di ricerca protratto negli anni. L’incontro con Teo KayKay, maturato in modo informale, si traduce in un dispositivo visivo in cui convivono tensioni differenti: da un lato la codificazione dell’alta ristorazione, dall’altro la libertà espressiva della street art. Il cartaceo, in questa prospettiva, non è nostalgia, ma riaffermazione di un legame strutturale con ciò che resta fondativo: la sostanza.

Una grammatica visiva dell’identità
La carta enologica, quando costruita con consapevolezza, si configura come dispositivo critico oltre che operativo. Non si limita a orientare la scelta, ma espone — spesso in modo implicito — il sistema di valori del luogo. In questo caso, la dimensione grafica amplifica tale funzione: ogni sezione trova una traduzione iconica, ogni territorio una sintesi visiva. Le copertine in pelle, dipinte a mano con materiali propri della pratica dell’artista, introducono una variabilità controllata che trasforma ogni esemplare in pezzo unico. Ricorrono segni distintivi — cuori, diamanti — accanto a rimandi puntuali al lessico vitivinicolo, come le foglie di Pinot Noir, Chardonnay e Meunier, evocazione diretta dell’immaginario champenois. Ne emerge una forma ibrida, a metà tra archivio e opera, in cui l’identità del luogo si stratifica attraverso l’intervento autoriale. A questa costruzione contribuisce anche la presenza di una pupitre decorata a mano, dispositivo simbolico che, pur richiamando la tradizione, ne riformula i codici in chiave contemporanea. È, in fondo, la stessa logica che attraversa la Casa degli Spiriti: una continuità non statica, ma capace di rinegoziarsi nel tempo, come dimostra il dialogo generazionale tra Filippo in cucina e Lorenzo in sala.

La cantina come dispositivo narrativo
All’interno della dimora settecentesca, la cantina si configura come un archivio dinamico più che come semplice deposito. Le oltre 1.500 etichette raccontano un percorso costruito per accumulazione e selezione: piccoli produttori incontrati direttamente, tirature limitate, sperimentazioni contemporanee, accanto a verticali di rilievo che consentono di leggere il vino nella sua dimensione temporale. Non una collezione enciclopedica, ma una mappa orientata, in cui ogni scelta contribuisce a delineare un punto di vista.
Un atto inaugurale
La carta enologica si impone così come gesto inaugurale del trentennale: non tanto per la sua funzione operativa, quanto per il suo valore dichiarativo. Tiene insieme vino, arte e ospitalità in un sistema coerente, dove ogni elemento concorre alla costruzione dell’esperienza. Più che accompagnare, orienta; più che descrivere, interpreta. È, in ultima analisi, un dispositivo che rende visibile ciò che spesso resta implicito: l’idea di accoglienza che definisce La Casa degli Spiriti, sospesa tra radicamento e trasformazione.
