L’asse tra le colline teramane e i graniti del Rodano Settentrionale non è mai stato così corto. In un colpo di scena che rimescola le gerarchie dell'enologia europea, la famiglia Frey ha scosso le fondamenta di una delle colline più sacre del mondo del vino: Chiara Pepe, trentaduenne volto e anima della storica azienda abruzzese Emidio Pepe, è la nuova responsabile della viticoltura e della vinificazione del Domaine de la Chapelle.
Foto di Alberto Blasetti
La notizia, annunciata qui da Decanter, segna una svolta epocale per l’icona di Paul Jaboulet Aîné. Dopo vent'anni di conduzione, Caroline Frey lascia il testimone alla giovane enologa italiana per concentrarsi sui propri vigneti in Svizzera e per motivi di salute, chiudendo un ciclo iniziato nel 2006 e aprendo una pagina che profuma di artigianalità e "vecchia scuola".
Un'ossessione chiamata Syrah
Chiara Pepe non approda a Hermitage per caso. Dietro la sua nomina c’è una fascinazione viscerale per il vitigno principe del Rodano. «Lo stile classico del Syrah stimola la mia mente in modo diverso rispetto ad altri vini iconici», ha confessato Pepe, come riportato da Decanter. «La maggior parte delle bottiglie che hanno plasmato il mio percorso enologico erano Syrah. Ho sempre sognato di produrlo».

La sfida è monumentale: gestire le parcelle leggendarie di Le Méal, Les Bessards e Les Greffieux. Un patrimonio che, dopo l'epoca d'oro dei Jaboulet, ha vissuto decenni di turbolenze, tra passaggi di proprietà e una ricerca stilistica talvolta criticata dai puristi per un eccessivo ricorso alla barrique nuova e a un'eleganza forse troppo "borgognona".
Il ritorno alle origini: lieviti indigeni e cemento
Il piano di Chiara Pepe per La Chapelle sembra voler ricucire lo strappo con il passato, portando in Francia la filosofia radicale e rispettosa che ha reso celebre il nonno Emidio. L'approccio sarà sussurrato, non urlato:
- Fermentazioni spontanee: addio ai lieviti selezionati. «Se si possiede uno dei terroir più incredibili al mondo, è fondamentale assicurarsi che i lieviti siano presenti durante la vinificazione», spiega l'enologa.
- Tecnica "Old School": introduzione della fermentazione a bacca intera e utilizzo di una pressa verticale a cestello per un'estrazione del tannino più setosa e artigianale.
- Meno legno, più anima: una progressiva riduzione del rovere nuovo in favore di uova di cemento e grandi contenitori neutri, per preservare la rustica nobiltà del Syrah.

«Per un terroir di grande pregio genetico, bastano pochissimi interventi. Non voglio stravolgere nulla in modo drastico. Credo che saranno i vini a guidarci.» Le aspettative? Jean-Louis Chave, custode della tradizione locale, accoglie il cambio con diplomatica curiosità, come racconta ancora la testata: «Chiara è molto affascinante, estroversa e piena di passione. Spero che questo le porti fortuna. Se sarà un bene per La Chapelle, lo sarà anche per Hermitage». Più caloroso il commento di Michel Chapoutier, che vede nell'identità italiana un valore aggiunto: «È un grande vantaggio che Chiara sia italiana, perché l'Italia è tra i paesi che sanno lasciare che la terra parli».

Delphine Frey, direttrice delle tenute di famiglia, ha visto in Chiara Pepe la naturale evoluzione del lavoro iniziato da sua sorella Caroline sulla biodinamica. L'obiettivo è chiaro: restituire a La Chapelle quella "selvaggia rusticità" e quell'aura di "ferro ardente" che hanno reso immortali le annate del secolo scorso. Con un occhio all'Abruzzo e l'altro alle pendenze vertiginose del Rodano, Chiara Pepe si appresta a riscrivere il destino di un mito. Con umiltà, ma con le idee chiarissime: «A me piace il vino della vecchia scuola». E l'Hermitage, forse, non aspettava altro.
