Nuove aperture

Joe Bastianich apre col figlio un locale di pollo fritto a Milano: Wingstop, tutte le news

di:
Elisa Erriu
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copertina wingstop milano

“Siamo entusiasti di far conoscere queste iconiche alette ai fan. Inoltre, portare Wingstop in Italia ha per me un significato che va oltre al business, perché collaboro con mio figlio Ethan in questa entusiasmante opportunità”.

La notizia

Milano ha il talento di assorbire i segnali globali, ogni anno si presenta un nuovo marchio, un format o un concept gastronomico in cerca di pubblico, misura e linguaggio. Stavolta l’invito arriva dal Texas, porta la firma di Wingstop e arriva come una spinta pop e speziata che prepara la città a un arrivo pensato in due tempi: prima il racconto, poi il consolidamento. L’ingresso italiano del brand statunitense delle chicken wings comincia infatti sulle sponde dei Navigli, zona abituata a fare da antenna per ciò che sta per diventare tendenza. Il 7 febbraio prende forma la House of Flavor, un pop up che non intende semplicemente vendere cibo, ma spiegare un’identità gastronomica che nasce nel 1994 e che negli Stati Uniti ha costruito una comunità fedele basata su sapori intensi, prodotti freschi e ritualità da comfort food. A supportare questa operazione non c’è un volto improvvisato, ma un nome ben noto al pubblico italiano: Joe Bastianich, impegnato nel ruolo di partner e affiancato dal figlio Ethan Bastianich nella gestione operativa. La scelta non è casuale: Joe Bastianich possiede una sensibilità gastronomica che si muove tra Stati Uniti e Italia senza superficialità, mentre Ethan rappresenta il ponte generazionale tra la cultura fast casual internazionale e la platea milanese che negli ultimi anni ha maturato curiosità per format americani, sudcoreani, giapponesi e mediorientali.

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Bastianich padre racconta così l’operazione: «Wingstop è un brand costruito su gusto, passione e una forte connessione con i fan: valori che risuonano profondamente nella cultura gastronomica italiana. Siamo entusiasti di far conoscere queste iconiche alette ai fan. Inoltre, portare Wingstop in Italia ha per me un significato che va oltre al business, perché collaboro con mio figlio Ethan in questa entusiasmante opportunità». Il sottotesto è evidente: il debutto italiano non è un franchising anonimo, ma un progetto che si aggancia a figure che comprendono il pubblico locale e sanno come dialogare con una città che prende molto sul serio la gastronomia, anche nelle sue forme più popolari. Wingstop arriva in Italia con un messaggio chiaro, legato alle parole del suo presidente e CEO Michael Skipworth, che dichiara: «Dopo essere entrati in sei nuovi mercati internazionali nel 2025, Wingstop continua a registrare una domanda straordinaria per i nostri sapori decisi e le irresistibili chicken wings apprezzate in tutto il mondo: l’Italia rappresenta un altro entusiasmante traguardo per la nostra crescita. Grazie al contributo di partner che vantano una profonda conoscenza del panorama culinario italiano siamo pronti a espanderci in modo attento e autentico in questo mercato». Il punto non è solo l’espansione, ma come farla. La prima fase non prevede un ristorante tradizionale, ma un luogo temporaneo che racconta l’universo Wingstop senza incastrarlo subito in un format rigido. Nel frattempo si attiva il delivery, strumento tattico per iniziare a costruire affezione e gestire feedback reali del pubblico milanese.

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Parallelamente al pop up, il brand annuncia un flagship nel centro cittadino, pensato per tradurre in modo permanente una cultura gastronomica statunitense che vive di salse, croccantezze calibrate, patatine speziate e ranch dressing. Wingstop nasce in Texas nel 1994, un periodo in cui la cultura delle chicken wings vive una fase di diffusione massiva negli Stati Uniti, diventando un rituale sportivo, urbano e familiare. A differenza di molte catene del segmento, ha costruito parte della sua riconoscibilità sul metodo: alette fresche, preparate al momento e condite a mano, quindi non standardizzate attraverso processi industriali. Il marchio gioca su un menù di salse iconiche, elemento centrale del suo racconto. L’offerta italiana ne prevede dieci, scelte per attraversare livelli di piccantezza, dolcezza, acidità e affumicatura: dal Lemon Pepper al Hickory Smoked BBQ, dal Garlic Parmesan al Louisiana Rub, passando per Mango Habanero, Original Hot e infine Atomic, la variante più estrema e dedicata a chi non teme la capsaicina. Nell’architettura del menù, le alette rappresentano la base, mentre arricchiscono l’esperienza due elementi che in America sono quasi intoccabili: le patatine speziate e la ranch sauce fatta in casa, una salsa che negli Stati Uniti non si limita ad accompagnare le wings ma viene considerata un contrappunto aromatico che mitiga la piccantezza e amplifica il sapore della carne fritta. Si tratta di un lessico gastronomico distante da quello italiano, e proprio per questo Wingstop scommette sulla fase pop up: spiegare, educare, creare abitudine, capire la soglia di tolleranza al piccante, misurare il gradimento verso salse che non appartengono alla nostra cultura quotidiana.

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L’arrivo nel nostro Paese si inserisce in un piano di sviluppo internazionale a medio-lungo termine che, per l’Italia, guarda a 40 aperture distribuite sul territorio nazionale. Conferma un’idea molto americana di scalabilità controllata: prima si individua un mercato urbano pioniero, poi si consolidano i processi e infine si sviluppa una rete. Milano è chiaramente la città scelta per il primo step e non solo per il volume di domanda, ma anche per la familiarità con il delivery, per la presenza di un pubblico mobile e internazionale, per la sua capacità di metabolizzare contaminazioni gastronomiche senza pregiudizi. Ciò che rende interessante l’ingresso di Wingstop non è solo l’aspetto commerciale, ma il contesto culturale dentro cui si inserisce. La città vive un momento in cui i modelli di consumo legati al cibo stanno cambiando rapidamente: cresce la domanda di fast casual di qualità, aumentano gli operatori specializzati, si moltiplicano i concept dedicati a un singolo piatto (fried chicken, bao, ramen, smash burger, tacos, gyoza). Milano è attratta dai format verticali quando questi possiedono una grammatica chiara e una proposta autentica. Wingstop intercetta questo trend, proponendo un’esperienza che non pretende di assomigliare a qualcosa di italiano: non è un pollo all’italiana, non è una reinterpretazione locale, è un frammento coerente di cultura gastronomica americana che arriva qui nella sua forma originaria.

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Dal punto di vista del marketing, Wingstop utilizza un linguaggio molto distante dalla retorica premium del settore gourmet: parla di sapori, fun, community, fan base, esperienza. Un linguaggio che ricorda lo sport americano, le serate davanti alla TV, i college, i diner, le feste di quartiere, i locali da take away con la fila fuori nei weekend. Per un pubblico europeo, in particolare italiano, questo immaginario esiste soprattutto attraverso il cinema e le serie TV. L’arrivo di Wingstop permette di trasformarlo in un’esperienza concreta e questo è un fattore che molte catene internazionali intendono sfruttare negli anni a venire. La House of Flavor sui Navigli svolgerà un ruolo strategico: sarà uno spazio di ascolto oltre che di offerta. Qui il marchio osserverà i comportamenti del pubblico, le preferenze di piccantezza, la risposta ai sapori dolci e affumicati, il ritmo di consumo e la risposta al delivery. Non si tratta di un locale stabile, ma di un laboratorio sociale e gastronomico che prepara il terreno alla fase due: il flagship nel centro città. In questo passaggio si giocherà la vera scommessa italiana: capire se Wingstop può diventare routine, non solo curiosità. Le 40 aperture previste rappresentano una proiezione ambiziosa che richiederà un adattamento geografico e culturale diverso da quello statunitense. Milano si prepara a osservare e assaggiare. Wingstop partirà dal pop up, si racconterà in delivery, si consoliderà in un flagship e poi, se il pubblico risponderà, si allargherà. L’Italia entra così in una mappa internazionale che nel 2025 ha già accolto sei nuovi mercati e che guarda al 2026 con una domanda crescente. I prossimi mesi diranno se le alette condite a mano piaceranno ai milanesi, se la ranch diventerà un’abitudine e se la sinergia tra cultura americana e sensibilità italiana saprà funzionare, non per moda ma per adesione reale.

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