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Akoya: l’insegna giapponese che convince Torino con bresaola di wagyu e caviale sui dolci

di:
Catia Gribaudo e Stefano Gubbiolo
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Un nome evocativo accompagna questa recente apertura torinese: Akoya, come le perle più iconiche al mondo, coltivate principalmente in Giappone. Un richiamo che, già dal nome, promette esclusività, viaggio e pregio. Tutte promesse mantenute in un’esperienza raffinata e accattivante.

Il format

Il ristorante e lounge bar è situato all'interno del centro d'arte contemporanea Spazio Musa a Torino, nel cuore del Quadrilatero Romano, una location moderna e accogliente, che pone già essa stessa le basi per una serata unica. Inaugurato a settembre 2025 dallo chef Christian Mandura (già noto per il ristorante stellato Unforgettable) insieme al resident chef Alessandro Daddea, il locale introduce a Torino l'autentica esperienza del sushi omakase, un percorso gastronomico dove gli ospiti si affidano completamente agli chef, che preparano ogni piatto al bancone, proprio davanti ai commensali. Akoya non è imitazione del Giappone, ma un lavoro continuo sulla struttura profonda della cultura gastronomica giapponese, che ha come capisaldi il rispetto assoluto per la materia, la centralità del tempo e la sottrazione come atto di eleganza. Ogni gesto sprigiona il potere dell'accoglienza, quella capacità di far entrare nella propria casa, nella propria sfera, con un tipo di  ospitalità lussuosa, ma conviviale. Un’alta ristorazione che non pesa al cliente, attenzione a portata di serenità. E dalle parole dello staff emerge la pura bellezza dello scambio umano: “È più ciò che il cliente dà a noi di ciò che noi diamo a lui. Noi facciamo solo ciò che siamo bravi a fare”.

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Christian è visionario e creativo, Alessandro metodico e profondamente legato alla cultura nipponica. La direzione di questo neonato locale sembra essere di esprimere, un passo alla volta, le differenti potenzialità dei due, coniugandone le esperienze per costruire un’identità sempre più forte. Il locale si divide in diversi spazi, che vengono abitati in sequenza durante la cena. L’accoglienza inizia nel salotto centrale, dove si familiarizza con spazi e staff in un elegante aperitivo fatto di finger food dai sapori esplosivi, con ingredienti ricercati come l’ostrica con bernese allo yuzu e acetosella, l’osomaki di anguilla e caviale, la bresaola di wagyu.

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Rilassarsi in poltrona con in mano un calice di champagne, circondati dalla bellezza della galleria d’arte e solleticando il palato con gusti inediti e accostamenti intensi, porta in una dimensione parallela, dove tra una chiacchiera con lo chef e una con il sommelier, ci si prepara per la cena vera e propria. Il momento in cui si aprono le porte che affacciano sul bancone, cuore vivo del locale, è solenne e crea aspettative e emozioni: lo show a questo punto ha inizio davvero. 10 commensali seduti uno accanto all’altro, una scintilla di tensione nell’aria che caratterizza ogni inizio, ma l’atmosfera è conviviale, il servizio mai distanziante.

La cucina

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In apertura si susseguono tre piccoli piatti della tradizione asiatica, un’escalation di gusto che non lascia indifferenti. Si parte dal setoso chawanmushi, una crema salata di uova cotta al vapore, con gamberi, brodo dashi e tartare di astice, caratterizzato dall’avvolgenza del caviale Karaburun, per poi arrivare alla freschezza del tonno marinato in salsa ponzu e tsukemono, approdando alla piacevole masticabilità del calamaro, con uova di aringa, salsa somen e yuzukosho, nota vibrante che ritroveremo in molte portate.

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Poi le mani di Alessandro Daddea iniziano a muoversi, ipnotiche, e creano piccoli gioielli, nigiri perfetti nell’estetica e nel dosaggio degli ingredienti, bocconi di poesia. Alessandro di giapponese ha la compostezza, la misura, la cura del dettaglio. Ama il nigiri che è “la forma più pura di sushi. Permette di assaporare prima di tutto la tecnica, quanto è pressato il riso, la sua qualità, la sua cottura, il condimento, la temperatura (importantissima), il taglio del pesce. È un concentrato di manualità e studio”. La ricerca degli ingredienti punta sempre all’equilibrio, rispettando innanzitutto la purezza delle caratteristiche del pesce. A volte l’abbinamento di elementi è più immediato, a volte richiede più studio, ma è sempre la materia prima che comanda, e che va esaltata. 

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Durante il percorso, di nigiri ne usciranno 10, diversissimi tra loro, piccole esperienze racchiuse in un assaggio, che giocano tra texture e temperature, con una progressiva crescita dei sapori, da pesci più tenui e magri fino a quelli più intensi. E ad intervallare vengono presentatate un saporito ramen, comfort food nipponico per eccellenza, e una portata di carne, in questo caso il petto d’anatra marinato, cotto sulla brace con salsa ponzu, qumquat e cetriolini, per rompere gli equilibri del palato e mantenere sempre vive attenzione e curiosità gustativa. Una vera e propria danza, dove piatti e calici vengono serviti con ritmo, lo stesso che proviene dalla musica techno soft/deep in sottofondo. Una scelta studiata per creare un ambiente intimo, personale e totalizzante, dove ci si sente immersi un po’ in un videoclip, un po’ in un romanzo di Murakami.

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I tre atti di nigiri sono profondamente coinvolgenti e alternano ingredienti che arrivano direttamente dal Giappone, come la radice di zenzero fresca grattata sul momento, o lo yuzu, con prodotti d’eccellenza italiani come il bergamotto calabrese, profumatissimo. Spesso ci si trova a dover gestire in bocca così tanti stimoli (il caldo, il freddo, il salato, il piccante balsamico) che viene voglia di chiudere gli occhi e viaggiare attraverso le sensazioni, per godere di quel turbine, intenso e sempre armonico, elegante. Ogni singolo ingrediente viene studiato affinchè nessun elemento venga coperto, ma bensì valorizzato dall’insieme.

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Alle spalle degli chef c’è anche una piccola griglia tradizionale per lo yakitori, alimentata con il carbone Binchotan, che dona ad alcuni dei piatti un aroma unico e affumicato. Il tutto può essere accompagnato da interessanti pairing o di vini o di sakè, con proposte che sostengono la complessità gustativa. Per preparare il palato alla parte dolce del percorso arriva il tè sencha, che con la sua impronta vegetale pulisce la bocca per accogliere il marshmellow con gel alla pera e godersi in seguito un interessante financier al bergamotto, con parfait al miso e un delizioso gelato di anacardo al pepe timut. Infine arriva un mochi contemporaneo, con cioccolato 70% Vietnam e caviale, abbinamento ardito quanto riuscito, che c’entra l’obbiettivo di lasciare un’impronta incisiva sul finale.

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Per l’ultimo atto di questo coinvolgente spettacolo ci si sposta in una terza stanza, dove sorseggiamo un wasabi sour opera di Simone Tasini, insieme alla piccola pasticceria, fresca e originale, perfetta conclusione di questa serata. Il locale ha anche uno spazio lounge, dedicato alla miscelazione e al relax, dove bere bene e accompagnare con qualche piatto in alternativa alla cena vera e propria.

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Akoya è una perla rara, un organismo che respira all’unisono con i suoi ospiti, scandendo il tempo di un’esperienza che è scambio rituale. In quella tensione vitale tra rigore e slancio creativo prende forma qualcosa che supera la semplice idea di cena di qualità: un luogo con un’anima, capace di sfiorare corde profonde in chi varca la soglia con il desiderio di lasciarsi attraversare.

Contatti

Akoya

Via della Consolata, 11/E- 10122 Torino - Italy

spaziomusa.akoya@gmail.com

t. 0115538730

Sito web

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