Attualità enogastronomica

Ristorazione, l’allarme di Tom Kerridge: “Ho 5 locali, ma perdo milioni per la crisi”

di:
Elisa Erriu
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Tom Kerridge racconta il lato più fragile del successo: la perdita di 1,5 milioni di sterline in un’impresa di eventi dopo il Covid e la pressione di mandare avanti le sue attività. Una batosta che, paradossalmente, gli ha aperto la strada alla collaborazione con M&S.

La notizia

Nel mestiere della ristorazione il successo ha spesso l’aspetto lucido di una vetrina: insegne conosciute, tavoli pieni, televisione, collaborazioni importanti, prodotti sugli scaffali. Dietro quella superficie, però, scorrono numeri, stipendi, responsabilità e decisioni che possono cambiare il destino di un’intera attività. Tom Kerridge conosce entrambe le facce della medaglia e oggi sceglie di raccontare soprattutto quella meno scintillante. Lo chef britannico, protagonista della gastronomia e della televisione, ha rivelato di aver perso insieme alla moglie Beth Cullen-Kerridge 1,5 milioni di sterline a causa di una società di eventi, ceduta dopo le difficoltà arrivate con la pandemia. Una cifra enorme, soprattutto quando dietro a un'impresa non ci sono soltanto bilanci e investimenti, ma anche le persone che da quegli stessi bilanci dipendono.

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Kerridge, 53 anni, e la moglie gestiscono complessivamente cinque ristoranti, oltre a una società di produzione televisiva, una società di consulenza e una media company. Un piccolo universo professionale costruito negli anni, cresciuto insieme alla fama dello chef e diventato ormai molto più grande della singola cucina dalla quale tutto era partito. Proprio per questo la confessione assume un peso particolare: anche una carriera coronata da riconoscimenti, televisione e partnership commerciali può incontrare una curva improvvisa, e qualche volta il conto arriva quando sembra che il percorso sia già perfettamente tracciato. «Abbiamo perso 1,5 milioni di sterline in un’attività. Era una società di eventi, l’abbiamo venduta, ma abbiamo subito una perdita enorme», ha raccontato Kerridge, come si legge su Gloucestershire Live, spiegando che il problema è arrivato nel periodo successivo al Covid. «Era il post-Covid, quindi non potevamo farci nulla. L’attività funzionava piuttosto bene fino ad allora». Poche parole, quasi asciutte, per descrivere una perdita che avrebbe potuto diventare il capitolo più amaro della sua storia imprenditoriale. La pandemia, per il settore dell’ospitalità e degli eventi, aveva cambiato regole, abitudini e prospettive; nel caso di Kerridge, l’effetto si è tradotto in una voragine da sette cifre e nella scelta di vendere l’azienda.

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La curiosità, però, è che proprio quella vicenda destinata a pesare così tanto sul bilancio ha finito per produrre una conseguenza inattesa. Senza quella società di eventi, ha spiegato lo chef, probabilmente non sarebbe nata la connessione con M&S, la grande insegna britannica con cui oggi Kerridge collabora attraverso una gamma di prodotti gastronomici e una collezione di pentole e utensili da cucina. Una traiettoria professionale raramente procede in linea retta: a volte una porta si apre proprio dopo averne chiusa un’altra con un conto molto salato. La storia di Kerridge, del resto, è fatta di passaggi che hanno trasformato incidenti di percorso in occasioni decisive. La sua notorietà era arrivata soprattutto grazie a The Hand and Flowers, il gastropub di Marlow che conquistò la prima stella Michelin dello chef e attirò l’attenzione della BBC. Nel 2010 arrivò l’invito a partecipare a Great British Menu, competizione culinaria nella quale Kerridge sarebbe tornato anche come giudice. In quell’edizione vinse la manche dedicata al piatto principale; l’anno successivo tornò a competere e riuscì a imporsi nuovamente nella stessa categoria, conquistando i giudici con il suo hog roast. La televisione, a quel punto, iniziava a diventare una parte sempre più importante del suo percorso.

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Eppure, racconta oggi Kerridge, la televisione non era affatto il grande progetto che aveva immaginato all’inizio. «La televisione è stata un incidente. Un incidente felice». L’espressione dice molto del modo in cui lo chef guarda alla propria carriera: alcune delle svolte più importanti sono arrivate senza essere state programmate nei minimi dettagli. Oggi Kerridge dice di essere «finanziariamente stabile», ma racconta anche una pressione molto diversa da quella legata alla propria immagine o alla necessità di mantenere un certo livello di notorietà. È la responsabilità verso chi lavora con lui. «Se andasse tutto storto e dovessimo vendere tutto, staremmo bene», ha spiegato. «Ma niente di tutto questo è stato completamente ripagato e ho la responsabilità di oltre 200 persone che sono colleghi e amici, quindi c’è una pressione enorme nel fare in modo che l’attività funzioni e continui a operare». In queste parole emerge un lato meno raccontato della figura dello chef-imprenditore: quando un ristorante diventa un gruppo di attività, il successo smette di essere una questione esclusivamente personale. Ogni scelta può avere conseguenze su una squadra molto più ampia, e la sensazione di essere al comando porta con sé anche il timore di deludere chi ha affidato parte della propria vita professionale a quel progetto.

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