L’11 settembre il giardino del MACAM ha accolto il quinto appuntamento dell’edizione 2026 del Ladies Night Fest, il festival itinerante dedicato al talento femminile nella gastronomia. Tra le cucine di Joké Bakare, Justa Nobre, Angélica Salvador, Louise Bourrat e Lara Figueiredo, street food, arte, vino e musica, una serata vissuta dentro uno dei luoghi più affascinanti di Lisbona.
Foto dell'hotel di Fernando Guerra
Si entra nel giardino del museo e la prima cosa che viene spontaneo fare è guardarsi intorno: capire dove comincia la cucina, dove finisce il museo, da quale parte arrivano i profumi, quale sarà il primo assaggio e, soprattutto, quante storie diverse saranno necessarie per attraversare una sola sera. L’11 settembre Lisbona ha accolto così il quinto appuntamento dell’edizione 2026 del Ladies Night Fest, progetto nato per portare al centro della scena il talento femminile nella gastronomia e oggi diventato un festival itinerante che attraversa il Portogallo. Non era, dunque, la prima volta che il festival andava in scena: la prima edizione era nata nel 2025 alla Casa de Chá da Boa Nova, mentre quella del 2026 ha allargato considerevolmente il progetto, con appuntamenti in diverse città e quasi un centinaio di professioniste coinvolte tra chef, pastry chef, sommelier, barmaid, produttrici, personale di sala e artiste.

Quella di Lisbona, però, aveva qualcosa di diverso. Non una cena a più mani, ma una grande festa gastronomica aperta e fluida, costruita nel giardino del MACAM – Armando Martins Museum of Contemporary Art e capace di tenere insieme alta cucina, piatti popolari, street food, panificazione, gelateria, vino, cocktail, arte e musica. Il biglietto dava accesso all'intera offerta gastronomica e al servizio bar, senza imporre una sequenza prestabilita: si poteva attraversare la serata seguendo il proprio ritmo, fermandosi davanti a un banco, tornando indietro, scegliendo un piatto o un altro. Ed è proprio questa libertà a rendere il format interessante. Perché il Ladies Night Fest non chiede alle donne che vi partecipano di parlare la stessa lingua. Al contrario, mette vicine voci diversissime e lascia che siano i piatti a tradurle.
Da una provocazione a un festival
Per capire perché questa serata abbia un significato che va oltre la semplice celebrazione gastronomica bisogna tornare all'origine del progetto. Il nome stesso, Ladies Night, nasce come una provocazione. Nelson Marques, curatore gastronomico e fondatore del festival, lo ha spiegato fin dall'inizio con parole molto nette: «Abbiamo voluto prendere un concetto sessista, che usa le donne come esca nei bar e nelle discoteche, e trasformare queste Ladies’ Nights in serate di emancipazione delle donne dell’alta cucina internazionale e in particolare portoghese».


È una frase importante perché chiarisce che il progetto non nasce per costruire un recinto esclusivamente femminile, ma per ribaltare il significato di un'espressione e utilizzarlo per dare visibilità a chi, nella ristorazione, troppo spesso è rimasto ai margini delle posizioni più esposte. Nel 2026 il festival ha scelto di crescere anche in un'altra direzione. «Quest'anno siamo cresciuti nelle ambizioni per accompagnare l'esplosione del talento femminile nella gastronomia nazionale, ma abbiamo voluto anche rendere l'evento più democratico. Non avremo soltanto cene con proposte di cucina creativa, ma anche opzioni più casual e accessibili a più persone», ha spiegato Marques. Accanto a chef di fama internazionale si incontrano un rissol di leitão, un taco di birria, un panino al tonno, un gelato artigianale, un pane di Trás-os-Montes. La distanza fra alta cucina e cibo popolare si accorcia fino quasi a scomparire. Non perché tutto debba diventare uguale, ma perché ogni forma di cucina viene considerata degna di stare dentro la stessa festa.
Il MACAM, una casa perfetta per questa storia
Il luogo amplifica tutto. Il MACAM occupa lo storico Palácio Condes da Ribeira Grande, nel quartiere di Alcântara-Belém, e riunisce museo, ospitalità, ristorazione e spazi culturali. Il giardino e l'antica cappella del palazzo diventano così parte integrante della serata, non una semplice scenografia.



Entrare nel festival significa quindi attraversare un luogo che ha già una propria identità e vederlo trasformarsi progressivamente. Le opere d'arte e l'architettura rimangono, ma intorno cominciano a comparire i banchi del cibo, i bicchieri, le persone che si incontrano, le cucine che lavorano. Lara Figueiredo, executive chef e pastry chef del MACAM, era la padrona di casa della serata e una delle protagoniste gastronomiche. E la sua definizione dell'evento ne fotografa perfettamente lo spirito: «È un evento al femminile, ma per tutti». Una notte di comunione, aveva spiegato, nella quale il talento del MACAM si sarebbe unito a quello di molte altre donne della gastronomia e non solo, dal giardino fino alla vecchia cappella trasformata in spazio per le arti performative. È una distinzione sottile, ma fondamentale. Il pubblico non viene diviso per genere; viene invitato a entrare in uno spazio nel quale, per una sera, il talento femminile occupa il centro della scena.

Prima il mare, poi il pane, poi tutto il resto
La serata comincia dalle 18, con una serie di degustazioni che funzionano quasi come una soglia. Le ostriche Neptunpearl di Célia Rodrigues, da Setúbal, sono il primo incontro con il mare portoghese. Arrivano poi il caviale di Gourmet House Caviar, la degustazione dell'olio D.P.C. e i gelati artigianali Giola, firmati da Maria Alvarez Garcia. Poi il menu cambia ritmo. Dalle 19 alle 22.30, la sezione dei Bites costruisce un percorso molto più libero, quasi da passeggio gastronomico. Joana Barrios ed Elisabete Ferreira firmano insieme una sandes de centeio, atum e chutney de figo, un panino di segale con tonno e chutney di fico, affiancato dalla versione vegetariana. Elisabete porta poi diversi tipi di pane e la bola de Trás-os-Montes, mentre Tia Alice propone il rissol de leitão. Chiude questa parte il cannolo di Imppacto. Sono assaggi apparentemente semplici, ma proprio qui il festival comincia a raccontare la propria idea di gastronomia: non esiste una sola maniera di essere importanti in cucina. Il pane di Elisabete Ferreira, prima donna a essere riconosciuta World's Best Baker, può stare accanto al lavoro di una chef stellata senza dover cambiare natura. Il rissol può avere lo stesso spazio di un piatto contemporaneo. E poi arriva la parte più attesa.


Cinque chef, cinque lingue diverse
Il menu dei piatti principali è quasi una piccola carta geografica. Joké Bakare porta a Lisbona il suo gnocchi di moringa e yogurt caramellizzato. La chef nigeriana, alla guida di Chishuru a Londra, è diventata la prima chef donna nera a conquistare una stella Michelin nel Regno Unito; quella al MACAM era inoltre la sua prima volta ai fornelli in Portogallo. La sua cucina affonda nelle memorie e nei sapori dell'Africa occidentale, con un rapporto molto forte con ingredienti, spezie, foglie, semi e tecniche che raccontano una storia personale e culturale. Nel piatto di Lisbona la moringa diventa protagonista dello gnocco, mentre lo yogurt caramellizzato introduce una componente lattica e dolce che cambia completamente il modo di leggere l'ingrediente. Dopo l'Africa occidentale arriva il Portogallo più autorevole con Justa Nobre e la sua sopa de santola, una zuppa di granchio che riporta immediatamente il mare al centro della tavola. Angélica Salvador, prima chef brasiliana a entrare nel firmamento Michelin fuori dal Brasile, propone invece atum balfego, berenjena fumada, maçã e wasabi: tonno, melanzana affumicata, mela e wasabi. Un piatto costruito sul confronto fra dolcezza, affumicatura, acidità e piccantezza, dove il prodotto marino incontra elementi di provenienze e registri diversi.



Louise Bourrat sceglie una materia più intensa: línguas de boi, enguia fumada, molho ravigote, consommé e nasturtium. Lingue di manzo ed anguilla affumicata, unite alla freschezza della salsa ravigote e del nasturzio. Un piatto che porta il festival verso una cucina più carnale e complessa, dove la materia prima non viene addomesticata ma lasciata parlare con tutta la sua forza. E poi Lara. Sul menu compare semplicemente una parola: “Guacamole”. La semplicità del nome è quasi una provocazione, perché in realtà si tratta del dessert che Lara Figueiredo aveva annunciato prima della serata e sul quale aveva scelto di lasciare una certa dose di mistero. «Sarà un guacamole, con tutti gli elementi di un guacamole, ma in versione dessert. Sarà fresco, avrà il mais, sarà molto la despedida do verão», aveva raccontato. Ed è proprio questo uno dei passaggi più belli della serata: prendere una preparazione immediatamente riconoscibile e toglierla dal suo posto abituale, conservandone l'idea ma cambiandone la grammatica. Il percorso di Lara prosegue poi con côco e ananás, cocco e ananas, chiudendo la parte dei piatti principali con un passaggio più dichiaratamente tropicale e fresco. In questa sequenza si capisce forse meglio di qualunque dichiarazione cosa renda speciale il festival. Non c'è una cucina femminile riconoscibile come stile unico. C'è, piuttosto, una pluralità di cucine e di personalità alle quali viene concesso di occupare lo stesso spazio senza perdere la propria voce.



La parte più giocosa: Brás, birria e una cucina che diventa performance
Se i piatti delle chef rappresentano il cuore gastronomico più autoriale, la serata prende poi una direzione ancora più libera con i due food truck. Wonder Brás, progetto di Mafalda Caldas, porta il brás de caranguejo, con granchio, e il brás de pleurotus. Ao Ataco!, di Filipa Chagas, propone invece taco di birria e taco di jackfruit con salsa barbecue fatta in casa. Sono preparazioni che invitano a mangiare in piedi, a spostarsi, a scegliere senza troppe cerimonie. E il festival acquista una dimensione quasi festiva nel senso più letterale: la gastronomia non è più qualcosa a cui assistere, ma qualcosa dentro cui muoversi. Poi c'è Food Design Lab Lisbon, che porta la cucina ancora più vicino all'arte performativa. Il menu è un piccolo caleidoscopio di forme e ingredienti: gougère de presunto com veu de Cantharellus, tatin de tomate coração de boi, amêndoa e mel, foglia di shiso con lírio curado e melograno, tartelette de veiro, alperce e pato, tartelette de gamba curada em barriga de porco com gel de bergamota, tártaro de cavala, meloa e papo de porco, chiffon de sésamo negro, yuzu e jasmim, fino al gelato di fico e rooibos e alla tartelette de fava tonka, pera e lavanda. Qui la cucina smette quasi definitivamente di essere una successione di piatti e diventa materia da osservare, toccare, attraversare.

Il vino, il cocktail, la musica
Anche il bere segue la stessa filosofia. I vini arrivano da Churchill's e Adega Mayor, mentre tra i cocktail compaiono le proposte di Lillet e Churchill's. Per chi preferisce rimanere sul versante analcolico, ci sono Aquela Kombucha e Klaaark; completano l'offerta le acque Alardo e il caffè Delta Q. Il bicchiere diventa così un altro punto di incontro. Non esiste una sola esperienza possibile e non c'è bisogno di scegliere una direzione definitiva: la serata è costruita proprio per permettere di cambiare continuamente. Intanto, nel giardino, la musica accompagna il movimento. Maria Oliveira, cofondatrice di Ode Studio e Night Stories, cura il DJ set e contribuisce a spostare progressivamente il festival dalla dimensione gastronomica verso quella della festa. E forse è proprio questo il momento in cui ci si accorge che il Ladies Night Fest non è più una cena. È diventato un luogo.

Una festa per le donne, ma soprattutto una festa per il talento
La parte più interessante del progetto rimane però quella che non si può assaggiare. Nel corso della serata, infatti, le donne non sono soltanto ai fornelli. Sono produttrici, pasticcere, professioniste del bar, artiste, musiciste, imprenditrici. Nel Grand Hall del MACAM lavorano dal vivo quattro artiste: Helena Obersteiner, con il suo lavoro di arazzo; Carolina Andrade, designer della ceramica; Candace Martins, artigiana delle candele in cera d'api; Teresa Antunes, artista tessile. È questa la vera struttura del Ladies Night Fest: una piattaforma nella quale la gastronomia è il centro, ma non il limite. E Nelson Marques lo ha raccontato fin dall'inizio con una consapevolezza che resta valida anche guardando a questa serata. Il progetto è nato per cambiare il significato di un termine, ma nel tempo è diventato qualcosa di più grande: un modo per rendere visibile una filiera di professioniste che normalmente lavora separata, spesso lontano dai riflettori.

Non è un caso che l'edizione 2026 abbia scelto di coinvolgere quasi cento donne nei diversi appuntamenti. E non è un caso che al MACAM fossero presenti insieme una chef nigeriana, una chef brasiliana, una francese, una grande figura della cucina portoghese e una pastry chef portoghese che giocava anche il ruolo di anfitriona. Lara stessa, parlando del progetto, ha sottolineato che gli uomini fanno parte del pubblico e del mondo della gastronomia, ma che è importante che le donne abbiano anche un momento nel quale essere viste con naturalezza e riconosciute per il proprio lavoro. E forse il merito più grande del progetto è proprio questo: non aver cercato di costruire un'estetica femminile della cucina, ma aver creato lo spazio perché tante estetiche diverse potessero convivere. Nel giardino del MACAM, tra una moringa e una santola, un'ostrica di Setúbal e un taco di birria, un guacamole che diventava dessert e una lingua di manzo con anguilla affumicata, la gastronomia sembrava finalmente una conversazione.
Una conversazione fatta di piatti, certo. Ma anche di persone. E quando una serata riesce a lasciare quella sensazione addosso, il suo ricordo dura un po' più a lungo del gusto dell'ultimo boccone.