L’edizione appena conclusa tra Praia a Mare, San Nicola Arcella e Isola Dino ha confermato una cosa: la gastronomia, quando diventa motore di relazioni, economie e comunità, è in grado di far vivere davvero un territorio.
Fotografie nell'articolo di Niko Pagnotta
Il Bob Fest è una di quelle manifestazioni che si capiscono davvero quando finiscono. Non nel momento più spettacolare, tra fuochi, cucine, musica e grandi nomi, ma il giorno dopo, quando resta da misurare che cosa hanno spostato, chi hanno messo in relazione, quale immagine hanno consegnato al territorio.

Il festival, appena concluso in Calabria, ha portato nella Riviera dei Cedri oltre 300 professionisti tra chef, pizzaioli, bartender, pastry chef, produttori, giornalisti e protagonisti della scena gastronomica italiana e internazionale. Questo è il dato più immediato, quello che fa un po’ di rumore, la prima lettura che si potrebbe fare. Il punto vero è un altro: il Bob Fest ha dimostrato che una manifestazione gastronomica può diventare una leva economica, sociale e culturale, semplicemente perché è riuscito a far vivere nel profondo un territorio.

E mi scuso se risulterò ripetitiva dopo le considerazioni fatte a Taranto, lo scorso aprile, in occasione di Ego Food Fest. Tanti i punti in comune tra le due kermesse. Praia a Mare, San Nicola Arcella, l’Isola Dino, l’Arcomagno, il borgo, le attività commerciali, i lidi, i locali, le pizzerie, le gelaterie, le vinerie, gli hotel, le strade. Tutto, per quattro giorni, è finito sotto i riflettori. Non una scenografia calabrese sullo sfondo di un grande evento, ma una Calabria chiamata a partecipare, a esporsi, a reggere il confronto con nomi enormi senza complessi di inferiorità. Questa la prima cosa da riconoscere al Bob Fest e alla Calabria: sono stati all’altezza, andando ben oltre le aspettative.
1ª LEZIONE: IL FESTIVAL CHE HA FATTO LAVORARE IL TERRITORIO

La ricaduta economica di un evento gastronomico non si misura soltanto con le camere occupate, i coperti serviti, i biglietti venduti, i transfer organizzati, i fornitori coinvolti. Certo, tutto questo esiste ed è fondamentale. In un territorio turistico come la Riviera dei Cedri, portare per più giorni centinaia di professionisti e appassionati significa generare flussi reali: pernottamenti, consumi, acquisti, lavoro per le attività locali, visibilità per le imprese e per le destinazioni. Ma la parte più interessante è meno immediata e più profonda.
Il Bob Fest ha prodotto relazioni. Ha fatto entrare i professionisti nelle attività del territorio, ha trasformato i locali del borgo in luoghi di collaborazione, ha messo accanto imprenditori locali e nomi della ristorazione nazionale, ha creato occasioni di confronto che non si sono esauriti nel singolo servizio. Ne sono certa!
Questa è la vera ricaduta sociale: far sentire un territorio coautore. Far capire a chi lavora tutto l’anno in quei luoghi che il proprio bar, la propria trattoria, la propria gelateria, la propria pizzeria, la propria bottega possono diventare parte di un racconto più grande.
2ª LEZIONE: ROBERTO DAVANZO SPOSTA MASSE

Roberto Davanzo sposta le masse. Punto. Il punto non è soltanto che BOB Alchimia a Spicchi, insieme ad Anna Rotella e al nucleo degli Alchimisti per Amore, sia riuscito a far crescere un progetto nato come incontro tra colleghi fino a trasformarlo in uno degli appuntamenti più riconoscibili della gastronomia italiana. Il punto è che Davanzo ha qualcosa che non si compra e non si pianifica a tavolino: credibilità.
Quando chiama, la gente va. Non perché ci sia un palco da presidiare o una passerella da attraversare, ma perché dietro al Bob Fest si percepisce lo spessore umano. Una chiamata collettiva, quasi fisica, che non si fonda sull’obbligo di esserci, ma sul desiderio di esserci.
Davanzo sposta le masse perché non le tratta come masse. Le tiene insieme come comunità. Chef stellati, pizzaioli, panificatori, bartender, giornalisti, produttori, imprenditori, amici, ragazzi di brigata, famiglie gastronomiche diverse finiscono dentro lo stesso movimento perché riconoscono nel Bob Fest un luogo dove la competizione cede il passo alle relazioni. In un settore spesso affaticato dall’ego, dai ranking, dalle classifiche, dalle gerarchie, il Bob Fest cambia prospettiva. Ci sei perché vuoi far parte di qualcosa. Questa, oggi, è una forza rara.
3ª LEZIONE: LA CALABRIA HA ACCESO IL BOB FEST

Una delle cose più riuscite dell’edizione 2026 è stata la scelta dei luoghi. L’Isola Dino, l’Arcomagno, il borgo di San Nicola Arcella, Praia a Mare e la Riviera dei Cedri sono stati parte del discorso, non scenario, ma materia viva da cui tutto è partito: mare, costa, borghi, comunità, turismo, artigianato, vita notturna, ristorazione locale, paesaggio, accoglienza.
La Calabria che emerge non è quella da cartolina e nemmeno quella da riscatto retorico. È una Calabria operativa, che si organizza accoglie, cucina, collabora, serve, apre porte, regge flussi, tiene insieme pubblico e addetti ai lavori. Una Calabria che merita attenzione.
Ed è una delle sfide decisive per il Sud gastronomico contemporaneo: superare il racconto dei singoli talenti e costruire una percezione più ampia, capace di leggere territori, imprese, produttori, cucine e comunità come parte dello stesso sistema.
4ª LEZIONE: LA PROFONDITÀ TECNICA DELLA CENA ANCESTRALE

La Cena Ancestrale sull’Isola Dino poteva facilmente diventare un esercizio scenografico: il fuoco, il mare, la brace, la notte, l’isola, i grandi nomi. Invece la forza di quella cena stava proprio nella coerenza dei nomi chiamati a interpretarla.
Edoardo Tilli, con il suo lavoro su carne, campagna, pascolo, fuoco e materia viva, era un nome quasi necessario. La sua vacca vecchia con erbe di pascolo e yogurt era un boccone tecnico, profondo, in cui la maturità della carne dava struttura al gusto.
Roberta Pezzella ha riportato il pane al centro della cena, non come servizio accessorio ma come preparazione autonoma. Il pane in cassetta alla farina di cipolla con caciocavallo affumicato, cipolla fermentata e maionese rendeva giustizia all’immenso lavoro fatto su lievitazione, affumicatura, acidità e parte grassa.


Matias Perdomo ha portato l’asado: una cottura di pezzi di carne “impiccati” sulla brace, accompagnati da melanzana e tahina. Bandito ogni folclore argentino. Il lavoro era tutto sulla gestione del fuoco: carne sospesa, calore indiretto, grasso che cola, fumo, tempo e concentrazione del sapore. La melanzana aggiungeva una parte vegetale affumicata e morbida, mentre alla tahina il compito di portare grassezza, tostatura e una nota mediorientale che rendeva il boccone più contemporaneo. E poi Quique Dacosta, Richard Abou Zaki, Roy Caceres, Nino Rossi, Francesco Martucci.


Non una lista di nomi messi insieme per fare numero, ma un atlante di cucine che hanno fatto proprio il tema. Perché “ancestrale” non significa primitivo in senso folklorico. Significa tornare alle domande originarie della cucina: che cosa fa il fuoco al gusto?
La Cena Ancestrale richiedeva controllo tecnico, non virtuosismo: saper gestire il calore, calibrare l’affumicatura, preservare succulenza e struttura, costruire profondità senza sovraccaricare il piatto. La forza di quei nomi stava nella capacità di fare tutto questo.
5ª LEZIONE: LA FESTA AL BORGO È STATA LA VERA DICHIARAZIONE POLITICA

Se la Cena Ancestrale ha mostrato la forza scenica e tecnica del Bob Fest, la Festa al Borgo ha mostrato la sua ricaduta più concreta sul territorio. Per una sera, a San Nicola Arcella le attività locali sono diventate luoghi di incontro tra professionisti, operatori, giornalisti e comunità. Ogni spazio è diventato presidio temporaneo di racconto.
Stefano Guizzetti di Ciacco dentro a quel borgo ci ha insegnato che il gelato può essere gastronomia, ricerca, scienza applicata alla dolcezza, non semplice peccato di gola. Chiara Pannozzo era la voce giovane, precisa, riconoscibile, dentro una generazione che sta cambiando il modo di intendere cucina e responsabilità.
Il punto, però, non è fare l’elenco dei nomi. Il punto è che quei nomi, messi dentro il borgo, sparigliavano le carte. Non erano più soltanto chef, pizzaioli o artigiani celebrati da guide e classifiche. Diventavano un modo concreto per portare valore dentro le attività del territorio.
Non “noi arriviamo e vi mostriamo come si fa”, ma “facciamo qualcosa insieme, qui, con voi, davanti alle persone”. È una differenza enorme.
6ª LEZIONE: IL PUBBLICO HA PARTECIPATO

In molte manifestazioni gastronomiche esiste una distanza netta tra chi cucina e chi guarda, tra chi racconta e chi assaggia, tra chi appartiene al settore e chi compra un biglietto. Al Bob Fest questa distanza non esiste. Le persone si muovono, parlano, assaggiano, incontrano, fanno domande, riconoscono volti, scoprono nomi. Ed è questa dimensione popolare a rendere forte il progetto. Perché la gastronomia, se vuole incidere sui territori, non può restare un discorso tra tecnici. Deve costruirsi un pubblico. Educare. Non salire in cattedra. Rendere accessibili i linguaggi della cucina contemporanea. Provare a non essere banale. Deve far capire che dietro una pizza, un pane, un gelato, un cocktail, un piatto alla brace, un prodotto agricolo, esistono scelte, tecniche, filiere, visioni che hanno un valore. Da riconoscere.
7ª LEZIONE: LA RICADUTA SOCIALE PASSA ANCHE DALLA SOLIDARIETÀ

C’è poi un aspetto che non va trattato come nota a margine: la dimensione solidale.
Fin dalla sua nascita, il Bob Fest lega la propria attività al sostegno della ricerca oncologica attraverso AIRC. Questo elemento è importante perché dà un altro senso all’evento. La gastronomia è intrattenimento e spettacolo ma può essere anche responsabilità collettiva.
E il Bob Fest così bravo a riempire le piazze ci ricorda che intorno alla tavola possono ancora costruirsi gesti civili, soprattutto se come nel suo caso la beneficenza è parte dell’identità del festival.
8ª LEZIONE: LA CALABRIA GASTRONOMICA NON DEVE PIÙ CHIEDERE PERMESSO

La Calabria gastronomica contemporanea non deve più chiedere permesso per sedersi ai tavoli che contano. Ha chef, pizzaioli, produttori, artigiani, territori, materie prime, paesaggi, intelligenze imprenditoriali, nuove generazioni e una capacità di accoglienza che possono diventare sistema. Quello che spesso è mancato, e che eventi come il Bob Fest stanno contribuendo a costruire, è una regia. Una piattaforma capace di mettere insieme le energie, organizzarle, amplificarle.
Roberto Davanzo e gli Alchimisti per Amore hanno capito una cosa semplice e difficilissima: per raccontare un territorio non basta invitare i grandi nomi. Bisogna fare in modo che quei nomi producano relazioni. Che lascino qualcosa. Che si mischino con chi c’è. Che il giorno dopo un ristoratore, un barista, un produttore, un amministratore, un ragazzo di sala, un giovane cuoco possano dire: “Questa cosa riguarda anche me”.
Cosa resta, allora, del Bob Fest appena concluso?
Resta un’idea molto chiara: il futuro della gastronomia non sarà fatto solo da grandi piatti, grandi chef e grandi classifiche. Sarà fatto dai territori che sapranno trasformare il cibo in relazione, economia, comunità, visione. Per qualche giorno, in Calabria, questo futuro è sembrato già cominciato.