Fenomenologia del Gastrosnob: quali sono le categorie più snob del mondo enogastronomico

Snob, ovvero sine nobilitate. È questa l’etimologia di un termine che designa, fra le altre cose, una patologia cronica del mondo enogastronomico. Ecco quali sono le categorie che se la tirano di più.

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Snob, ovvero sine nobilitate. È questa l’etimologia di un termine che designa, fra le altre cose, una patologia cronica della gastronomia. Mondo certo sconfinato, la “gola”, il cui scibile è tanto interdipendente e articolato, quanto probabilmente impossibile da padroneggiare per un singolo individuo. Anche perché le abilità richieste sono tante e spesso contrastanti: sensi e sensibilità, estetica, scienza e simboli, azione e memoria, agronomia, chimica e tecnica, futurologia e storia. Il risultato è un’orda di categorie, i sine nobilitate appunto, che si affannano per distinguersi dalla presunta massa di chi mangia e beve con approssimazione ed entusiastica grossolanità.

I segni distintivi sono inconfondibili: un gergo esoterico che è un vortice di misteri; l’addensarsi come nuvole temporalesche di associazioni, congreghe, think tank e cerchi magici che officiano liturgie paramassoniche; l’affastellarsi di diplomi, corsi, viaggi studio e serate compunte in un cursus experientiarum che determina implacabili gerarchie; la rivendicazione altezzosa di un diritto al monopolio del discorso, spesso fondato sulla capacità di spesa, con annesso sprezzo di neofiti e profani. Soprattutto l’ossessione: una mania compulsiva a postare sui social calici più ieratici del sacro graal, rosolature degne dell’espressionismo astratto e alveolature olimpioniche che catturano più aria che sapore. Del resto, e lungamente, con il loro scambio elusivo sono stati loro a fare le veci di una formazione accademica inesistente.

I primi in ordine di tempo sono stati:

gli snob del vino.

Pionieri della specializzazione e della tecnicizzazione del discorso, non senza meriti per la crescita di tutto il settore, che ne ha mutuato tecniche di degustazione, atteggiamenti e lessico forbito. Il ritratto che ne ha lasciato Louis de Funès è insuperato nella satira di una capacità divinatoria, che nemmeno gli aruspici, su cui fiorisce senza posa l’aneddotica di riconoscimenti non meno mozzafiato di un’agnizione sofoclea. Già il termine è antico: originariamente, in Francia, il sommelier era il frate incaricato nei monasteri di stoviglie e biancheria, pane e vino. All’inizio dell’Ancien Régime alle dipendenze del re c’erano diversi sommelier, col compito di ricevere il vino consegnato con i sommier, le bestie da soma. E sommelier erano gli ufficiali che sorvegliavano il mobilio come i portatori di fardelli e gli addetti al trasporto dei bagagli. Ma è nel Ducato dei Savoia che nasce il “somigliere di bocca”, che effettua gli acquisti di vino per la corte. Le associazioni seguono: nel 1907 la francese UDS, nel 1965 la nostra AIS.

Per quanto la platea si sia nel tempo ampliata, il vino resta un fortino dello snobismo gourmet: un’etichetta non è mai abbastanza rara e sconosciuta, l’annata sufficientemente introvabile, l’occasione imperdibile, la sensazione imponderabile. Né bastano mai i pellegrinaggi in Borgogna, i giri di chiave alla cantina, le pance dei bicchieri in vetrina. Veramente autorevoli sono pochissimi degustatori e venerati, forti di un palato extraterrestre e di un’enciclopedia sensoriale che è una biblioteca borgesiana. Imperdibili sui social, sono i nobili veri accerchiati dagli snob, appesi a labbra e papille dei guru.

Sono seguiti i birrofili.

Per i quali una pinta non è mai abbastanza identitaria. Inseguono fantasmagoriche etichette belghe, introvabili e probabilmente inesistenti, come Stefano Benni a suo tempo decantava pittori fiamminghi registrati all’anagrafe della sua immaginazione: lambic c’est chic, meglio ancora se kriek. Si conoscono, si contano, si odiano, raramente abbassano il gomito.

Gli appassionati di barbecue.

Gli ultimi arrivati, ma non meno intransigenti. La loro religione sono i cuts of beef, un decalogo di short loin e sirloin, brisket, t bone e rib eye. Temperature al cuore, chimica e fisica sono il loro pane quotidiano. Fassona piemontese? Vade retro. Chianina e grigio alpina? Manco a li cani. Il loro regno si chiama BBQ4all di Gianfranco Locascio.

Ma c’è un’altra immagine che intasa le timeline dei foodies, sono

le geometrie psichedeliche dei lievitati.

Il pane tutto l’anno, la pizza pure, il panettone e il pandoro, ma con irruenza sfrenata, alle prime lucine del Natale. Oblunghe o circolari, uniformi o capricciose, le alveolature sono il virtuosismo dei signori della lievitazione: incutono rispetto, zittiscono l’interlocutore, suscitano meraviglia, preannunciano sfracelli. Saranno ancora in grado, si chiede qualcuno, di catturare l’intingolo di una scarpetta o siamo destinati a mangiare il brodo con la forchetta?

I Gourmet.

Nel frattempo, ça va sans dire, il pallottoliere dei gourmet non smette di girare, come la ruota dei criceti: sono quelli che non saltano un appuntamento al ristorante nel calendario dell’avvento gastronomico. Di estrazione assai varia, ma invariabilmente benestanti, lasciano sul campo i cadaveri di una strage alcolica che nemmeno i bolscevichi con la famiglia dello zar. Il loro sogno è salire sul palco di qualche prestigiosa guida gastronomica quali gourmet dell’anno, e per questo lavorano (e spendono) come se non ci fosse un domani. Proliferano fra i blogger e gli influencer ma si sentono di più. I professionisti? Ciao povery, sghignazzano fra sé e sé.

Le categorie sono però innumerevoli,

si direbbe una per ogni frazione della dispensa e della tavola: gli intransigenti del formaggio, per cui il latte non è mai abbastanza crudo; i pasdaran del salume, con il pedigree della scrofa fino alla quarta generazione e occhio agli adulteri; gli apostoli del cioccolato e del caffè, ingurgitato, digerito e defecato dalla civetta delle palme al ritmo di una danza balinese; gli evangelisti del gelato, perché anche un cono da 3 euro può essere benzina per l’ego; gli apprendisti stregoni delle fermentazioni esotiche, nei cui alambicchi ribollono kombucha, mentre le muffe colonizzano i tomi di Sandor Katz; i parchi cultori del tè con i loro maliconici crisantemi e quelli del sakè (sapranno decifrare l’etichetta?).

Senza dimenticare loro, i vecchi adepti di Torpedo alla Andrea Grignaffini: leggono il sigaro come un romanzo consumato dalla cenere insieme al giusto distillato, gli occhi chiusi di un innamorato nel bacio…