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Vecchie Terre di Montefili, la cantina che “ascolta i vigneti”: il Chianti Classico contemporaneo

di:
Emanuele Gobbi
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copertina montefili

Arroccata sulle colline soleggiate tra Greve in Chianti e Panzano, Vecchie Terre di Montefili rappresenta una delle espressioni più articolate e consapevoli del Chianti Classico contemporaneo.

La storia

Fondata nel 1975 e rilevata nell’estate del 2015 da Nicola Marzovilla, Frank Bynum e Tom Peck Jr., la tenuta nasce dall’incontro tra una visione imprenditoriale internazionale e una profonda attenzione al territorio. I due soci americani, legati all’Italia da una passione autentica e non ideologica, hanno scelto fin dall’inizio di affidare piena libertà interpretativa alla guida tecnica dell’azienda, riconoscendo nella competenza e nella sensibilità il vero valore aggiunto di un progetto vitivinicolo di lungo periodo.

Vecchie terre di Montefili paesaggio
 

Quella guida tecnica è Serena Gusmeri, enologa e agronoma di formazione franciacortina, con un percorso professionale che attraversa l’Italia da nord a sud prima di approdare a Panzano in Chianti. «Il mio accento non perdona, da quello non si scappa», racconta con ironia, ricordando gli anni trascorsi tra Benevento e Ischia, un’esperienza che definisce decisiva e che le ha lasciato “mezzo cuore in Campania”. Il suo arrivo a Montefili, nell’estate del 2015, coincide con l’inizio di una fase nuova per l’azienda: una fase fatta di responsabilità, ma anche di possibilità. «Era una realtà già nota nel territorio del Chianti Classico, ma doveva intraprendere una strada diversa, una strada che parlasse della nostra personalità: la mia e quella dei soci». Tom Peck e Frank Bynum, sottolinea, le hanno garantito sin dall’inizio una libertà rara: «Dopo dieci anni dico ancora grazie, perché mi hanno permesso di interpretare Montefili secondo le mie attitudini e le mie sensibilità».

Serena Gusmeri direttore enologa Vecchie Terre di Montefili  2026 03 24 00 34 53 2026 03 24 00 34 53
 

Il territorio e il metodo

La tenuta si estende per 12,5 ettari nel comune di Greve in Chianti, tra le UGA di Panzano e Montefioralle. Undici ettari sono coltivati a Sangiovese, con vigne di età, esposizioni e altitudini differenti; il restante ettaro e mezzo è dedicato al Cabernet Sauvignon. I suoli, complessi e stratificati, nascono dall’incontro di tre matrici geologiche — Pietraforte, Alberese e Argilliti Scistose — che convergono su una collina unica, creando una varietà di condizioni rara in uno spazio così concentrato. A circa 540 metri sul livello del mare, il microclima ventilato e le forti escursioni termiche incidono in modo determinante sulla maturazione delle uve, preservandone freschezza, tensione e capacità di evoluzione. «In dieci minuti di macchina ci si sposta su coste completamente diverse», spiega Gusmeri, «ed è da lì che abbiamo capito quanto fosse necessario ascoltare ogni vigneto singolarmente».

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Da questa consapevolezza nasce la scelta, fin dal primo anno, di vinificare tutto per parcella. «Quando sono arrivata non conoscevo ancora il contesto. Ho preso le mappe, le date di impianto, le esposizioni, e ho deciso di vinificare così, separando tutto. Era l’unico modo per capire davvero le attitudini di ogni vigna». Un approccio che nel tempo si è trasformato in metodo, e poi in progetto di ricerca strutturato. Dal lavoro empirico si è passati alla zonazione, allo studio della traslocazione dei microelementi e a un monitoraggio costante dei suoli, delle piante e dell’ecosistema. Ogni anno vengono campionati terreni, foglie, pedicelli e uve su più appezzamenti, con rotazioni precise, per costruire una lettura dinamica e non statica del vigneto. «Se conosciamo quello che accade nelle nostre vigne, abbiamo più strumenti per aiutarle, soprattutto in tempi sempre più sfidanti».

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Questo percorso ha trovato una dimensione scientifica nel progetto sviluppato con Vitenova, un team di agronomi attivo lungo tutta la penisola. Due volte l’anno, in primavera e in autunno, botanici ed entomologi mappano la presenza di fiori spontanei e insetti attraverso rilievi sul campo e sistemi di monitoraggio semplici ma efficaci. «Mettiamo delle trappole elementari, bicchieri con aceto e sale, lasciati nel vigneto per un mese. Poi i campioni vengono analizzati a San Michele all’Adige». I risultati hanno restituito un quadro di straordinaria biodiversità, con oltre sessanta specie floreali censite e una presenza articolata di insetti e aracnidi, indicatori fondamentali della salute del suolo. Alcune fioriture, tipicamente mediterranee e inusuali per il Chianti Classico, sono state ricondotte all’effetto mitigante del bosco che circonda la tenuta e ai cambiamenti climatici in atto. «Tutto questo incide sulle nostre scelte: quando e come sfalciare, se intervenire o lasciare fare allo spontaneo. Un vigneto che può sembrare disordinato, per me è un vigneto che funziona».

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Lo sfalcio ritardato, l’erba alta fino a ottanta centimetri, la pacciamatura naturale che mantiene umidità e protegge il suolo sono parte integrante di una gestione agronomica che guarda alla fertilità come a un patrimonio da costruire nel tempo. «Se metti la mano sotto l’erba a luglio e senti il terreno ancora umido, capisci che sei sulla strada giusta». È da qui che nasce la resilienza delle vigne, messa alla prova nelle ultime annate, segnate da condizioni climatiche complesse e spesso “anticlassiche”. I risultati, osservati vendemmia dopo vendemmia, hanno portato anche al riconoscimento della certificazione europea Diversity Ark nel 2023, che attesta la biodiversità aziendale e l’adozione di pratiche agricole pienamente sostenibili.

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La cantina

In cantina, la filosofia resta la stessa: interventi misurati, rispetto della materia prima, tempi lunghi. Tutti i vini fermentano spontaneamente in acciaio, in vasche di piccola capacità, necessarie per mantenere separate le singole parcelle. L’evoluzione stilistica più significativa riguarda l’affinamento: progressivo abbandono dei piccoli legni a favore di botti più grandi, da 30, 20 e 10 ettolitri, rigenerate e pensate per accompagnare, non marcare, il Sangiovese. «Non amo l’impatto del legno su questo vitigno. Ha già una sua struttura, una sua voce». Le macerazioni sono contenute, intorno ai quindici giorni, e l’affinamento, tra cantina e bottiglia, è volutamente lungo, assecondando un’acidità naturale che è cifra identitaria di Montefili.

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Dopo dieci anni, Vecchie Terre di Montefili è un progetto maturo, costruito con costanza e coerenza, capace di restituire un’interpretazione nitida e profonda del proprio territorio. Un luogo in cui la ricerca scientifica dialoga con l’esperienza quotidiana, e dove ogni scelta — dalla gestione del suolo al profilo dei vini — nasce da una conoscenza diretta e paziente. «I frutti arrivano nel tempo», conclude Gusmeri, «quando concedi un’identità a un luogo e la rispetti, anno dopo anno».

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