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Kumiko, a Chigaco il locale campione di ospitalità: “Iniziate rispettando lavapiatti e camerieri”

di:
Elisa Erriu
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copertina kumiko

A Chicago, da Kumiko, l’ospitalità si muove proprio su una linea sottile: quella che separa il gesto tecnico dall’attenzione reale, il servizio dalla cura.

Foto di copertina: Sammy Faze

Il locale e la filosofia

Alla guida c’è Julia Momosé, nata a Nara e cresciuta con un concetto preciso di ospitalità: l’omotenashi, un termine giapponese che difficilmente trova una traduzione completa. Non è semplice gentilezza, non è nemmeno servizio impeccabile. È una forma di attenzione intenzionale, disinteressata, che si manifesta nei dettagli più invisibili. “È qualcosa che si assorbe prima ancora di avere le parole per definirlo”, racconta Momosé al network 50Best, sottolineando come questo approccio faccia parte di un comportamento quotidiano, di un modo di abitare gli spazi condivisi. Arrivata negli Stati Uniti nel 2007, ha portato con sé questa visione, trasformandola nel cuore pulsante di Kumiko. Il locale si muove in equilibrio tra Giappone e America, riflettendo un’identità doppia che non cerca compromessi ma integrazione. Ogni sera, nella sala, il servizio segue una coreografia precisa: il ritmo dei piatti, la frequenza con cui vengono riempiti i bicchieri, il modo in cui i tavoli vengono sistemati. Elementi misurabili, concreti, che costruiscono una base solida.

kumiko
 

Eppure, la vera differenza emerge altrove. Momosé la descrive come una dimensione più silenziosa. Accorgersi che qualcuno ha freddo e portare uno scialle senza che venga richiesto, modulare il tono della conversazione quando si percepisce un’insicurezza, ricordare una preferenza espressa mesi prima. Piccoli gesti che non si vedono, ma che cambiano l’esperienza. “L’obiettivo non è simulare l’ospitalità, ma creare un ambiente in cui questa attenzione possa esistere in modo naturale”. Ogni elemento viene personalizzato. Dai biglietti scritti a mano per chi festeggia un momento speciale alla scelta del bicchiere più adatto all’atmosfera della serata. Non si tratta di estetica, ma di relazione. “Il modo in cui ci prendiamo cura delle persone deve essere unico quanto le persone stesse”, afferma.

Il team

Il team incarna questa visione in modo organico. Non esiste un manuale rigido, ma un insieme di sensibilità che si incontrano. La brigata è composta da persone con percorsi diversi — artisti, fotografi, DJ, professionisti della sanità — ognuno con un proprio modo di interpretare l’ospitalità. La diversità diventa una risorsa, un elemento che arricchisce l’esperienza complessiva. “Sappiamo di lavorare bene quando la sala è in equilibrio”, spiega Momosé. Questo equilibrio ha un nome preciso: armonia. È lo spazio in cui l’ospitalità può crescere.

kumiko drink
 

Il lavoro di Kumiko non si ferma alla sala. Momosé estende il concetto di cura alla comunità che circonda il bar, trasformando l’ospitalità in un atto collettivo. Durante la pandemia del 2020, quando le restrizioni hanno costretto locali e ristoranti a chiudere, la sua prima preoccupazione è stata il team. In un contesto in cui i cocktail da asporto non erano consentiti in Illinois, ha promosso una campagna — Cocktails For Hope — per modificare la legislazione. Il risultato è stata l’approvazione di una legge che ha permesso la vendita e la consegna di drink, offrendo una possibilità concreta di sopravvivenza a molte attività. "L'ospitalità non riguarda solo la cura degli ospiti. Riguarda anche la cura delle persone che rendono possibili questi spazi: i barman, i camerieri, i cuochi e i lavapiatti che dedicano la loro vita a questo lavoro."Negli ultimi mesi, questa visione ha trovato una nuova applicazione. Le operazioni di controllo sull’immigrazione a Chicago hanno creato un clima di incertezza, colpendo direttamente la comunità della ristorazione. Molti lavoratori e clienti si sono trovati in una condizione di vulnerabilità, con un impatto economico paragonato da alcuni osservatori a quello della pandemia.

Julia Momose credit Sammy Faze
Sammy Faze

Kumiko ha reagito trasformandosi in uno spazio sicuro. Sono stati sviluppati protocolli per garantire la sicurezza di staff e ospiti, il personale è stato formato su tecniche di de-escalation e il bar ha sostenuto organizzazioni locali impegnate nel supporto alle comunità di immigrati. Esporsi su questi temi comporta rischi, soprattutto per chi gestisce un’attività. Momosé ne è consapevole, ma considera questa scelta coerente con i propri valori. Non si tratta di un gesto eroico, ma di un allineamento tra ciò che si fa e ciò in cui si crede. Kumiko diventa così un luogo che accoglie anche quando il contesto esterno si fa instabile, un rifugio che non separa il lavoro dalla realtà sociale.

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