Food&wine

Da Cinefood a Dare To Win: chi è Mattia Alberani, il 30enne che crea serie con i grandi chef stellati

di:
Elisa Erriu
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copertina mattia alberani

Le storie non nascono tutte allo stesso modo: alcune si accendono davanti alle telecamere e si spengono con un click, altre prendono forma davanti a un forno acceso, tra farina e mani che impastano e impiattano storie che durano nel tempo. Nel caso di Mattia Alberani, questi due mondi hanno finito per incrociarsi e dare vita a una terza traiettoria, del tutto inattesa: raccontare la cucina attraverso l’immagine, trasformando una videocamera in strumento di narrazione.

È così che, nel 2015, prende forma Cinefood, progetto che oggi compie dieci anni e sceglie di celebrare la propria storia con una webserie dedicata agli chef che hanno costruito una carriera spingendosi oltre il confine della comodità. Il titolo sembra quasi un manifesto personale: Dare to Win. «Io ero appassionato – e sono ancora appassionato – di automobili» racconta subito Mattia. «Dovevo costruirmi una macchina da corsa che avevo progettato all’università e mi servivano dei soldi. Allora sono andato in un forno nella mia zona a filmare il fornaio che faceva pizzette e pane nel forno a legna».

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Nessun business plan, nessuna struttura, nessun budget. Solo un giovane ingegnere meccanico che riprende un fornaio per finanziarsi una macchina da corsa. «Mi sono inventato il nome Cinefood nel 2015 e ho cominciato a pubblicare contenuti su Facebook». La coincidenza vuole che quello fosse anche l’anno dell’Expo a Milano: l’attenzione mediatica sul cibo stava esplodendo e Cinefood finì presto nel radar di chef, blogger e pastry chef emergenti. «Mi chiamarono diversi chef di diverse realtà, tra cui Franco Aliberti e altri food blogger» ricorda. Se all’inizio l’interesse era concentrato quasi esclusivamente sull’estetica del cibo, negli anni Cinefood ha spostato il focus sulla narrazione, sulle dinamiche umane e professionali della ristorazione. Mattia lo dice in modo semplice: «Negli anni mi sono specializzato nella produzione video e foto con professionisti che sono gravitati attorno a Cinefood». E infatti dalla «stanzina a casa di mio babbo» il progetto cresce fino ad arrivare a una sede vera, attrezzata con cucina, set e una rete di collaboratori – dagli chef agli economisti – in grado di offrire un servizio completo per il mondo gastronomico.

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Dal pane al mondo

L’evoluzione non si limita all’Italia. «Abbiamo lavorato in America, in California, in Giappone, Sud America. Siamo stati in Perù, Ecuador, Nicaragua, Senegal, Ghana e altri paesi documentando produttori e filiere» racconta Alberani. A questo filone documentaristico la critica gastronomica internazionale ha risposto con attenzione: «Abbiamo vinto due Media Star, un CNN International Award e un Taste Award a Los Angeles». Il riconoscimento è arrivato per documentari dedicati al caffè e alla canna da zucchero, oltre che per un progetto autoprodotto per il ristorante Roots a Modena.

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Dare To Win- Alajmo

Parallelamente alla parte documentaria, esiste anche l’anima corporate. «Abbiamo fatto uno spot tv per Eridania e continuiamo a lavorare con aziende che ci mandano prodotti dai loro uffici marketing». Ma Cinefood non si è mai limitata al contenuto su commissione: «Abbiamo sempre continuato per passione a raccontare gli chef» precisa Mattia. E non chef qualsiasi: «Non la trattoria con me che cucina, ma ristoranti stellati. Siamo gravitati attorno a Francescana Family, abbiamo fatto contenuti per Miseria e Nobiltà e per la chiusura di Globale, abbiamo collaborato con Yohji Tokuyoshi». È in questo contesto che nasce Dare to Win, webserie che non ha un numero definito di episodi e che scardina la retorica del food porn.

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Il significato di osare secondo Cinefood

«Da dieci anni a questa parte abbiamo lavorato con chef emergenti e stellati, con ristoranti e aziende del mondo gastronomico. Ne siamo usciti sempre più affascinati». Da questa fascinazione nasce una domanda semplice e precisa: cosa significa, per voi, osare in cucina? La serie attraversa l’Italia – e in alcuni casi anche l’estero – per raccogliere storie di cuochi che non si sono accontentati di seguire un percorso lineare.

Il trailer YouTube della serie

Mattia chiarisce subito la chiave interpretativa: «Dare to Win non è una competizione, non è niente. Dare to Win in inglese porta molto alla competizione, ma la nostra idea era proprio l’usare per vincere all’italiana». Quindi non vincere contro qualcuno, ma vincere contro qualcosa: la paura, il fallimento, i vincoli economici, la nonna che pensa che l’unico vero ragù sia quello con il pomodoro della domenica. La struttura del racconto è coerente: si entra in cucina, si osservano i movimenti, si ascoltano le parole, si mappa la visione gastronomica e si chiude con la domanda finale. «Cosa significa per voi osare?». Un po’ come nella serie Happiness, ma applicato alla cucina d’autore.

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Gli episodi pubblicati includono l’esperienza di Jessica Roswald al Gatto Verde, quella di Moreno Cedroni e sua moglie Mariella, Davide Di Fabio alla Gioconda, e Yohji Tokuyoshi con il suo gruppo di ristoranti (Bentoteca, KatsuSanderia, Pan Milano e parzialmente Mogo). Presto arriverà l’episodio sulle Calandre della famiglia Alajmo, seguito da un lavoro dedicato a Niko Romito e da un episodio in collaborazione con Paolo Casagrande. I numeri indicano coinvolgimento spontaneo: «Quello di Tokuyoshi ha fatto 30.000 visualizzazioni senza nemmeno sponsorizzare» dice Mattia con una punta di stupore. Per una serie indipendente, non supportata da budget pubblicitari, significa che la narrazione ha trovato un pubblico.

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Drae To Win- Alajmo

L’asse “azienda vs autoproduzione”

Il posizionamento di Cinefood è peculiare, perché tiene insieme produzione professionale e autoproduzione. Alberani la sintetizza così: «Vogliamo continuare a essere una casa di produzione che fa corporate, ma diventare anche un canale in cui ci autoproduciamo le cose di riferimento per gli chef, per l’alta cucina e per l’Italia». L’Italia, in questo discorso, è intesa come insieme di prodotti, territori, produttori. «Vorremmo dare voce ai prodotti italiani, alle materie prime, ai produttori. Il lavoro delle aziende ci dà la possibilità di poter investire anche su altre cose». Quando gli si chiede perché si ostini a realizzare anche progetti non remunerativi, Mattia risponde con una frase che potrebbe diventare uno slogan editoriale: «Noi con le nostre capacità abbiamo la forza di raccontare storie che altrimenti non verrebbero raccontate. E ci piace una volta all’anno investire e, tra virgolette, donare il nostro prodotto, i nostri occhi e le nostre capacità a una realtà che selezioniamo». Non è retorica: quella linea produttiva esiste e si vede.

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Tra i progetti “donati” c’è Iaie Senegal, realizzato insieme all’Istituto Italiano di Cultura di Dakar per la Settimana della Cucina nel Mondo. «È un progetto autoprodotto», specifica, «dove uno chef italiano e un contatto senegalese vanno in giro per il Senegal a scoprire quella zona». Prima c’è stata la Casamance con Raúl Colì, poi Saint-Louis con Valeria Mosca e Riccardo Canella. «È piaciuto molto» commenta Alberani, pur ammettendo che «non abbiamo puntato sul prodotto, è uscito e basta». Un’altra storia emblematica è quella di Omar Ungom, chef senegalese che dalla ristorazione italiana è tornato a Dakar ad aprire il ristorante Il Pappagallo. «Era un progetto che ho donato» dice Mattia sorridendo. «Siamo capitati in Senegal, abbiamo deciso di raccontare anche la sua storia».

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Chef’s Table, piattaforme e possibili futuri

Parlando di linguaggi, Dare to Win si muove su coordinate visive che ricordano i documentari gastronomici internazionali. Mattia non lo nasconde: «Nel food l’unico prodotto multimediale di alto livello è Chef’s Table». Ma anziché sentirsi “derivativi”, su Cinefood lo considerano una referenza qualitativa, non uno stampo. Quando gli viene chiesto se immaginerebbe la serie su piattaforme streaming, risponde: «Sarebbe bello», salvo aggiungere che «è difficile, perché non ci devi credere soltanto tu, ma qualcuno che ti noti». Non è una chiusura, piuttosto un realismo industriale. E subito rilancia: «Mi piacerebbe approdare sulle piattaforme online o su una forma di broadcast, tipo Apple TV o Amazon. Esistono mille possibilità». In un mercato in cui Amazon punta molto su travel & factual e Apple ha già prodotto una docuserie con René Redzepi, l’idea non sembra per nulla peregrina.

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Dieci anni e ancora spazio per crescere

Oggi Mattia ha 31 anni – «vado per i 32», precisa – ma conserva l’energia di un ventenne. La crescita è forse il concetto che meglio sintetizza Cinefood: crescita professionale, crescita di team, crescita di linguaggio. E crescita di ambizione, perché Dare to Win può ancora espandersi, magari coinvolgendo nuovi territori, nuovi produttori, nuove piattaforme. La sensazione è che il progetto non abbia ancora espresso tutte le sue potenzialità. Nel frattempo, la domanda resta lì, sospesa sopra fuochi, coltelli e taglieri: cosa significa, per voi, osare in cucina?

In copertina: un piatto di Alajmo nella serie Dare To Win. (qui il trailer ufficiale)

Il sito di Cinefood

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