Le Beccherie non sono un locale: sono un diaframma tra ciò che siamo stati e ciò che vogliamo ancora essere. Viaggio nell’alveare del tiramisù, ovvero il banco dove nacque il desiderio.
Il ristorante
C’è una città, Treviso, che pare uscita da una poesia di Zanzotto dopo una notte di vino bianco: discreta, densa, recalcitrante al rumore e innamorata dei propri silenzi acquatici. Una piccola capitale del piacere, dove i canali sussurrano con voce di donna e i vicoli profumano, ancora oggi, di brodo ristretto, di peverada e del miele consolatorio delle cucine materne. E in questa città — oh meraviglia — vi è un luogo che non è solo un ristorante, ma un ventre primigenio, un diaframma caldo dove il mondo ha avuto l’ardire di trasformare uno sbattutin di casa in un’invenzione degna della liturgia del gusto: Le Beccherie.

Ah, Le Beccherie! Nome che già di per sé sa di coltelli, di tagli netti, di bestie trasformate in nutrimento, di mani grandi, forti, callose. “Bechèr”, i macellai: uomini dalla forza rude e dal cuore tenero che conoscevano la differenza tra carne e vita, tra fame e abbondanza. Lì, sotto le loro arcate antiche, oggi sopravvive un miracolo gastronomico: la leggenda del Tiramisù legittimo, figlio di madre Alba Campeol e padre pasticcere Loly Linguanotto. Ma raccontare Le Beccherie senza cadere nel sentimentalismo è impossibile. E allora permettetemi — come avrebbe fatto il buon Ferreri — di abbandonarmi ad una grande abbuffata fatta di ricordi, di parole, di profumi, di mani che affondano nel mascarpone come se stessero cercando un pezzo di vita perduta.

Il luogo dove i desideri mettono radici
Entri alle Beccherie e ti guarda, severa, la storia. Non quella dei libri — quella che siede ai tavoli. Ti immagini ti venga servita una sopa coada da commuovere anche un patriarca della Serenissima, vedi una donna anziana accarezzare il bordo del piatto come fosse un ricordo della madre. Le Beccherie non nutrono soltanto: ricostruiscono. Il ristorante è un teatro.

L’ambiente stiloso, i muri che graffiano la luce, l’odore di burro acido che entra nei vestiti. Le Beccherie non sono un locale: sono un diaframma tra ciò che siamo stati e ciò che vogliamo ancora essere. E come in un film di Ferreri, i piatti arrivano come atti di un dramma gastronomico, ognuno con il proprio peccato.

- La tartare, rossa e viva, che pulsa come un cuore in scena;
- La faraona alla peverada, antica e sanguigna, che parla di cortili, di domeniche e di donne che cucinavano come si ama;
- La pasta e fagioli che profuma di malinconia e redenzione;


- Il risotto alla Cima, bianco come la carne dei santi e dei peccatori, un blanc manger moderno che puo’ far fremere anche il più austero dei critici.
- Ostriche e fagiolo borlotto, un incontro sorprendente, dove il mare più nobile dialoga con la terra più umile
- Frittella delle fiere, Una frittella calda e dorata che profuma di fiere di San Luca, zucchero filato, pop corn, mandorle pralinate, capaci di riportare alla mente il rumore delle giostre e le luci del luna park.Un morso che fa tornare bambini, tra nostalgia, leggerezza e pura gioia.



E quando arriva lui — il Tiramisù — la sala trattiene il respiro. Perché il Tiramisù delle Beccherie non è un dolce: è una dichiarazione di guerra. È la mamma che ti rimprovera e ti nutre insieme, è l’Italia che esce dalla guerra con un cucchiaio di crema in mano, è l’atto d’amore più carnale e più pudico che si possa fare con il caffè, le uova e il mascarpone.
La rivelazione del Mascarpone

Furono Alba e Loly — santi laici della gastronomia — a capire che allo sbattutin, quella pappa amorosa di uova e zucchero che guariva più ferite di un catechismo, mancava un amante. E quell’amante fu il mascarpone. Non un ingrediente: un amante. Sfatatore di dolori, addensatore di sogni. E fu così che, in una Treviso che non sapeva ancora di avere un debito con il mondo, nacque il dolce più scandaloso, più consolatorio, più erotico della cucina italiana. Sì, erotico. Perché il Tiramisù non si mangia: si consuma. È un atto carnale tra la lingua e la memoria. È la crema che scende lenta, il caffè che morde, il cacao che punge come un bacio lasciato troppo a lungo.
Il culto del legittimo

Oggi il mondo sforna tiramisù come se fossero biglietti della lotteria. Al pistacchio, al mango, in bicchiere, scomposto, stravolto, tradito. Una diaspora del desiderio, una dispersione del senso. Ma qui, alle Beccherie, tutto questo non entra. Qui c’è il Tiramisù legittimo, quello che portò Treviso fuori dal proprio confine come un vascello di panna e caffè. Depositato con atto notarile — quasi fosse un figlio da proteggere — e difeso con devozione monastica: uova, zucchero, mascarpone, savoiardi, caffè, cacao. Basta. Il resto sono eresie gastronomiche, brividi di modernità che non trovano casa nel grembo sacro dove tutto è cominciato. La grande abbuffata, versione trevigiana Posso immaginare Ferreri girare un film qui. Un film in cui quattro uomini — o magari quattro donne, perché il Tiramisù appartiene alle madri — decidono di mangiare per ricordarsi di essere vivi.

Li vedo:
- affondare i cucchiai nel mascarpone come se fosse neve proibita;
- ridere, sbavare, confessare, mentire;
- bere prosecco come un sacramento minore;
- parlare di politica, di sesso, di poesia, di fame, della vita e della morte come solo i trevigiani sanno fare: con pudore e ferocia insieme.
E il Tiramisù, lì in mezzo, come un altarino domestico. Il dolce che consola, che incoraggia, che ti tira su — nel corpo e nell’anima.
Dal passato al futuro: la fiamma che rimane

Oggi Le Beccherie non è un mausoleo. Non è un museo della nostalgia. È un organismo vivo, pulsante, che continua a trasformarsi senza tradire se stesso. Grazie a Paolo Lai — custode gentile, uomo di frontiera tra memoria e futuro — e ai due giovani sacerdoti del fuoco e della crema, Manuel Gobbo e Beatrice Simonetti, la cucina del ristorante è diventata un laboratorio di ricerca, un piccolo convento gastronomico dove si maneggia il passato con la precisione di un chirurgo e la tenerezza di un innamorato. Qui, ogni piatto è un atto d’amore per Treviso. E ogni cucchiaio di Tiramisù è una promessa: finché il gusto avrà memoria, Treviso avrà una leggenda.
Conclusione: la morale di un piacere

C’è un verso non scritto nel Vangelo della Cucina, che dice: E forse è proprio questo che Le Beccherie racconta: che il mondo cambia, Treviso cambia, la cucina cambia — ma qualcosa rimane. Rimane l’odore del caffè che si alza come una preghiera. Rimane la crema che trema come il cuore degli innamorati. Rimane il mascarpone che salva le anime stanche. Rimane il cacao, leggero come un segreto. E rimane, soprattutto, la certezza che da qui, da questo ventre caldo e antico, il Tiramisù continuerà a nascere, a rinascere, a vivere. Perché il legittimo è uno solo. E la sua casa ha un nome: Le Beccherie.

Info
P.zza G. Ancilotto 9 31100 -Treviso tv
t. 0422540871
ORARI DI APERTURA E CHIUSURA
Da Lunedì a Domenica
Pranzo: dalle 12:20 alle 14:15
Cena: dalle 19:20 alle 22:15
Chiuso il Martedì e il Mercoledì nei mesi di Giugno, Luglio e Agosto.