Attualità enogastronomica

Café Un Deux Trois: chiude dopo 50 anni il locale amato da De Niro e Al Pacino. I motivi

di:
Elisa Erriu
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Nuova copertina cafe un deux trois

Per quasi mezzo secolo, le luci di Times Square si riflettevano sulle vetrine del “Café Un, Deux, Trois”, un piccolo tempio francese dove il rumore delle chiacchiere dei turisti si mescolava al vociare discreto di attori, politici e spettatori di Broadway. La chiusura del bistro all’inizio del 2026 segna la fine di un’epoca che sembrava destinata a durare all’infinito: 48 anni di piatti classici, aperitivi serali e un’atmosfera che sapeva accogliere con naturalezza chiunque, dal manager più distratto al divo di Hollywood.

La notizia

“Le spese sono esplose” racconta Gérard Blanes, proprietario, al New York Post, “e l’affitto è diventato troppo alto, molto, molto troppo alto.” Quando il “Café Un, Deux, Trois” aprì nel 1977, Times Square era già un crocevia di energie, spettacoli e personaggi in movimento continuo. Il locale si impose immediatamente per la cucina francese tradizionale e per il ritmo ininterrotto dei suoi servizi, pronto ad accogliere chi arrivava a teatro per il dopo-replica o chi semplicemente cercava un tavolo dove la città sembrava rallentare, anche solo per un’ora. Pablo Manso, manager storico del locale, ricorda ancora con nitidezza le presenze che attraversarono quei tavoli: Jimmy Carter veniva spesso qui con sua moglie Rosalynn dopo aver lasciato l’incarico, sempre allo stesso tavolo. Robert De Niro, Al Pacino… e tanti altri, tutti abituali.” Dopo il lockdown imposto dalla pandemia, anche i nuovi divi sembrarono voler riprendere quel filo di normalità. “Scarlett Johansson è stata tra le prime a tornare,” raccontano i camerieri, “come a voler ricordare che certe abitudini non si dimenticano.” Ma neanche la celebrità poteva arginare la pressione economica che stava travolgendo il locale: costi crescenti, affitti insostenibili e una struttura che richiedeva investimenti continui hanno reso impossibile continuare.

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Il fenomeno non è isolato a New York. La chiusura di “Un, Deux, Trois” si inserisce in un quadro più ampio, che vede locali storici sparire dalle città, vittime di economie sempre più aggressive, cambiamenti nei gusti e carenza di personale qualificato. Alcuni casi, ad esempio, sono segnalati dal network BlueWin: in Svizzera ristoranti come il Restaurant Trübli di Winterthur, seppur premiato con 16 punti Gault Millau, hanno dovuto abbassare le serrande per l’impossibilità di sostenere lavori urgenti in cucina e negoziare condizioni con i proprietari. L’equilibrio tra sostenibilità economica e mantenimento della qualità gastronomica si rivela fragile, persino per locali che hanno saputo incarnare cultura, cucina e socialità per generazioni. Tornando a New York, il bistro francese aveva costruito la propria identità su tre elementi: cucina accessibile e rigorosa, continuità e un senso di familiarità con la clientela, che trascendeva la semplice notorietà dei volti seduti ai tavoli. Abbiamo sempre cercato di trattare ogni cliente con la stessa cura, dal turista occasionale al politico o all’attore famoso,” racconta ancora Blanes. “Non si trattava di glamour, ma di rispetto per chi sceglieva di condividere un momento con noi.”

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Negli anni, il “Café Un, Deux, Trois” era diventato un ponte tra il passato e il presente di New York, una testimonianza viva della capacità dei piccoli ristoranti di costruire comunità e storie intorno a un tavolo. Le fotografie appese alle pareti, i menu consumati dall’uso, le stoviglie dai contorni lievemente usurati, tutto raccontava di un luogo dove la cucina francese tradizionale non era solo un piatto, ma un’esperienza quotidiana che accompagnava gli eventi della città, dagli spettacoli di Broadway ai pranzi diplomatici improvvisati. La chiusura del locale, annunciata all’inizio di gennaio, ha lasciato un vuoto tangibile: non è solo un bistro che sparisce, ma un capitolo di storia urbana che si chiude, con le sue storie di amicizie nate ai tavoli, di decisioni politiche discusse tra un croissant e un caffè e di gesti semplici come il passaggio di un piatto perfettamente bilanciato. La testimonianza di Pablo Manso ne è l’eco: “Ogni tavolo aveva la sua storia, ogni cliente il suo rituale. È difficile spiegare a chi non c’era quanto questi dettagli creassero un senso di appartenenza.”

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Questo scenario, sebbene concentrato su un locale iconico, è specchio di un problema più ampio che attraversa le città: la pressione dei costi, la volatilità della clientela e la rigidità del mercato immobiliare minano la possibilità di sopravvivenza dei ristoranti storici. L’esperienza del “Café Un, Deux, Trois” dimostra come la gestione attenta e la cura dei clienti possano essere insufficienti di fronte a dinamiche che superano la cucina stessa, trasformando la ristorazione in un settore sempre più fragile, dove la passione deve confrontarsi con l’economia in modo impietoso. Il bistro chiude le sue porte fisicamente, ma resta nei ricordi: nelle storie degli chef che vi hanno lavorato, nei clienti che vi hanno pranzato, nelle foto che immortalano momenti di quotidiana magia. La cucina francese di New York perde un simbolo, ma il ricordo della convivialità, del ritmo di sala, dei piatti serviti con precisione e calore continuerà a influenzare chiunque abbia avuto la fortuna di sedersi a quei tavoli. “L’affitto è troppo alto, le spese insostenibili, ma la storia rimane,” conclude Blanes, e in queste parole c’è l’essenza di un luogo che ha saputo trasformare la gastronomia in racconto, ospitalità in memoria, e piatti in piccoli pezzi di città.

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