Chef

Thomas Duconseille: chi è lo chef che cucina per gli scienziati in Antartide

di:
Alessandra Meldolesi
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copertina thomas duconseille

Nel luogo più freddo e inospitale del pianeta terra, uno chef francese sfama i ricercatori che indagano sul cambiamento climatico in una stazione polare a zero emissioni. Ecco la routine quotidiana di Thomas Duconseille.

La storia

Non c’è posto al mondo che sia più freddo dell’Antartide orientale, per ragioni di altitudine oltre la latitudine. Qui, nella regione chiamata “Queen Maud Land”, dal 2009 ha sede la stazione di ricerca belga Princess Elisabeth, dove sono record le temperature, fino a 50 °C sotto lo zero, ma anche i venti. Confortare chi vi si ferma, a 3100 miglia dalla città più “vicina”, non è un gioco da ragazzi: se ne occupa lo chef francese Thomas Duconseille, che vi risiede buona parte dell’anno.



Sulle pendici del monte Utsteinen Nunatak, la piana bianca ospita una sorta di UFO circondato da container-laboratorio e da pale eoliche, che insieme ai pannelli solari ne fanno la prima stazione polare a zero emissioni. Al punto che in estate non è necessario riscaldarla, grazie ai raggi del sole. Da novembre a febbraio non tramonta mai ed è allora che ricercatori di diverse nazionalità, dalla Francia alla Germania, dall’India agli Stati Uniti, indagano l’habitat anche per contrastare il cambiamento climatico, rifocillati dal premuroso Duconseille, ormai giunto alla sua settima stagione.

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Dal momento che le persone fuori affrontano temperature estremamente fredde e condizioni durissime, mi piace preparare qualcosa di buono e sostanzioso per il corpo, come fondute e raclette. In gran quantità”, sorride. “Prepariamo il nostro pane e lo cuociamo qui. Mi piace fare le brioche con la cioccolata per la colazione. In Antartide il cibo è importante per il morale, conta che la gente si riunisca felicemente a tavola dopo una lunga giornata. Amo cucinare torte e dessert per renderla felice”. I problemi di approvvigionamento non mancano: dal momento che la città più vicina, Città del Capo in Sud Africa, dista sei ore di volo, a inizio stagione Duconseille si sincera che in dispensa ci siano abbastanza carne, pesce e ortaggi surgelati, che vengono recapitati in container via nave; ad essi si aggiungono invii mensili di prodotti freschi, soprattutto latte e vegetali, tempo permettendo.


Man mano mi sono abituato ad aspettare il cibo fresco. Anni fa, quando ho iniziato, era difficile perché si deteriora in fretta. Con l’esperienza, ho imparato a preparare la prima settimana un sacco di insalate. Ma riesco a offrire qualcosa di appetitoso fino alla quarta”. Il segreto è tenere un rigoroso inventario, poi Duconseille confessa di cucinare a sentimento, secondo il numero di ospiti e cosa rischia di deperire prima. Ci sono zuppe, pizze, quiche, carne e dolci, ma non mancano un’opzione vegetariana o vegana e per Natale il tacchino ripieno o il foie gras. Tanto che i ricercatori non fanno mancare la propria recensione: “È come andare al ristorante”. E Duconseille provvede anche al cibo al sacco, ovviamente congelato, per le loro missioni.


Si tratta di sfamare in media una ventina di persone, che però possono arrivare a cinquanta, con qualche aiutante che apparecchia o svolge semplici mansioni sei giorni a settimana (la domenica è libera per esplorare, sciare e perfino correre). Gli altri otto mesi restano comunque avventurosi: Duconseille li trascorre fra la Normandia e le Alpi, dove cucina sul Monte Bianco. Proprio mentre officiava sul rifugio più alto, il Goûter Hut, un altro cuoco ha parlato di lui al direttore della stazione. “Mi sono sempre sentito attratto dai paesaggi atipici, dai luoghi belli e dall’altitudine. Quello di chi ci lavora resta un piccolo mondo”.

Fonte: Cnn

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Foto: @International Polar Foundation

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