C’è una strana ossessione che domina le tavole di oggi: prima di assaggiare un piatto, dobbiamo fotografarlo. Nell’epoca del cibo pensato per far figura sullo schermo dello smartphone, la cucina sembra aver perso la sua funzione primaria. Non si chiede più a un piatto di nutrire o confortare, ma di apparire perfetto nel flusso infinito dei social network. È contro questo feticismo dell'estetica che si scaglia Jorge Guitián, storico dell’arte e critico gastronomico, nel suo libro Mangiare con gli occhi. Un viaggio nell'arte attraverso la gastronomia.
La sua posizione è chiara, quasi una boccata d'aria fresca: la cucina di un grande chef può raggiungere livelli straordinari di creatività, ma non sarà mai un'opera d'arte. E non c'è nulla di male in questo. «I piatti dei grandi chef non sono opere d'arte, ma semplici espressioni di creatività», spiega Guitián, intervistato da El Paìs. «Ciò non ne sminuisce il valore: molti cuochi hanno trovato profonda ispirazione nelle arti visive. Ma restiamo sul concreto: un piatto ha una funzione diversa». Per smontare la fretta e la superficialità della «fotografia da snack» su Instagram, lo storico ci invita a fare un passo indietro e a guardare le tele del passato.

Ricordando la celebre intuizione del critico John Berger — secondo cui «guardare è un atto politico» —, Guitián dimostra come il cibo sia sempre stato il vero specchio della società. Nelle nature morte del Seicento o nei ritratti d'epoca — da Caravaggio a Clara Peeters, da Luis Meléndez a Francisco Sancha — una buccia d'arancia lasciata sul tavolo, un bicchiere mezzo pieno o il volto affaticato di un cuoco non sono semplici decorazioni. Sono frammenti di vita reale. Ci raccontano il commercio del tempo, le differenze sociali, le feste di paese e la vita di tutti i giorni. È proprio in quelle nature morte barocche, sostiene l'autore, che risiedono i primi germi della cucina moderna, molto prima che arrivassero premi e classifiche.

Il libro muove questi concetti con grande disinvoltura, intrecciando discipline diverse in modo del tutto naturale. Per spiegare la tensione drammatica de L'ultima cena dei pescatori di Marsden Hartley, Guitián cita il film La tempesta perfetta; per entrare nell'atmosfera di un dipinto di George Grosz suggerisce di ascoltare Tom Waits; e per farci capire la vita di strada a inizio Novecento, parte da un quadro sulla preparazione dei churros in Andalusia. C'è spazio anche per la riscoperta di figure dimenticate, come la pittrice portoghese Josefa de Óbidos, pioniera del suo tempo. Alla fine, il messaggio di Guitián è un invito a rallentare. Il museo, proprio come una buona tavola, dovrebbe essere un luogo di pace in cui fermarsi ad osservare senza pregiudizi. Togliere il cibo dal piedistallo artificiale dei social non vuol dire sminuirlo: significa restituirgli il suo valore più autentico, che è fatto di condivisione, storia e memoria.

E la chiusa è proprio sui social: «Mi interessa molto analizzare cosa sta succedendo con la fotografia di cibo sui social media. Per carità, credo che alcune cose svolgano una funzione estetica e comunicativa interessante. Tuttavia altri format banalizzano i piatti in modo estremo». Su questo dobbiamo proprio riflettere.