Un sentiero di pietra si insinua silenzioso tra pareti candide e alberi curati con precisione quasi monastica. Prima ancora del primo piatto, King's Joy racconta già una storia. E forse è proprio questa capacità di costruire un'esperienza completa ad aver trasformato il ristorante in uno degli indirizzi gastronomici più desiderati della Cina.
La notizia
Negli ultimi mesi il nome di King's Joy è finito al centro dell'attenzione anche per un motivo decisamente insolito. Secondo una fonte citata da CNN, infatti, i funzionari pubblici cinesi avrebbero ricevuto l'indicazione di non frequentare il ristorante, una misura che riguarderebbe anche altri locali di fascia alta della capitale. Non esiste una comunicazione ufficiale che confermi il provvedimento né una spiegazione pubblica, ma l'ipotesi più accreditata rimanda alla lunga campagna anticorruzione promossa dal presidente Xi Jinping, da anni impegnato a contrastare banchetti sfarzosi, spese considerate eccessive e qualsiasi comportamento che possa alimentare il sospetto di privilegi o utilizzo improprio di denaro pubblico. La vicenda assume contorni ancora più curiosi se si considera il profilo del locale. King's Joy rappresenta uno dei simboli della nuova alta cucina cinese e, allo stesso tempo, una vetrina internazionale capace di raccontare un volto contemporaneo del Paese. Qui la carne e il pesce sono completamente assenti. L'intero percorso gastronomico ruota esclusivamente attorno a ingredienti vegetali coltivati in Cina, interpretati attraverso una tecnica raffinata che trasforma ortaggi, radici, cereali, funghi ed erbe aromatiche in una successione di piatti eleganti e complessi.


La filosofia dello chef Gary Yin parte proprio da questo principio. «Abbiamo scelto di costruire un ristorante di alta cucina perché Pechino è una città influente dal punto di vista culturale, politico e storico», racconta propro alla CNN. La posizione contribuisce a rafforzare questo messaggio. King's Joy sorge infatti accanto al celebre Tempio dei Lama, in una delle aree più antiche della capitale, non lontano dalla Città Proibita e dagli edifici che ospitano numerosi ministeri e ambasciate straniere.
Il ristorante
Entrare significa immergersi in un ambiente che richiama l'estetica zen senza trasformarla in scenografia. Il pavimento in marmo nero lucido attraversa la sala come uno specchio d'acqua, le finestre lasciano entrare la luce naturale del cortile interno, mentre la sera il ristorante si illumina attraverso lanterne in seta e candele che restituiscono una sensazione raccolta, quasi domestica. Al centro della sala un'arpa accompagna il servizio, contribuendo a costruire un'atmosfera che punta sulla calma piuttosto che sullo spettacolo. Il successo di King's Joy è raccontato anche dai riconoscimenti ottenuti. Rimane l'unico ristorante cinese ad aver conquistato contemporaneamente tre stelle Michelin e la Stella Verde dedicata alla sostenibilità (oggi "convertita" nel nuovo progetto Michelin Mindful Voices, ndr). La classifica World's 50 Best Restaurants lo ha definito «lo standard mondiale della cucina vegetariana», mentre il suo modello gestionale è diventato addirittura un caso di studio della Harvard Business School già nel 2019.

In questo contesto il possibile divieto per i funzionari pubblici appare quasi paradossale. Da una parte il Governo cinese promuove la valorizzazione della cultura nazionale come elemento della propria immagine internazionale; dall'altra, un locale diventato ambasciatore della gastronomia del Paese sarebbe evitato proprio da una parte della classe dirigente. L'elemento economico potrebbe offrire una spiegazione plausibile. Il percorso degustazione parte da circa 250 dollari a persona, una cifra importante se confrontata con lo stipendio medio mensile di molti dipendenti pubblici di Pechino, attestato intorno ai 1.600 dollari secondo i dati statistici cinesi del 2025. Una cena di questo livello potrebbe facilmente alimentare dubbi sull'origine delle risorse utilizzate o suggerire possibili episodi di corruzione. Lo stesso Gary Yin, tuttavia, mantiene una posizione prudente. «Ho sentito parlare di queste voci, ma personalmente non ho mai visto alcuna prova concreta», spiega, senza alimentare ulteriormente la questione. Molto più volentieri preferisce raccontare il progetto gastronomico costruito insieme alla sua famiglia. L'origine di King's Joy affonda infatti nella storia personale del padre David Yin, vegetariano convinto per tutta la vita. Dopo aver lasciato Pechino per Taiwan nel 1966, la famiglia aprì un ristorante celebre per i suoi dolci ispirati alla cucina imperiale. Tra le specialità figurava anche un budino di piselli che, secondo la tradizione, era particolarmente apprezzato dall'imperatrice vedova Cixi. Nel 1995 arrivò il trasferimento in Canada; quindici anni più tardi il ritorno nella capitale cinese segnò la nascita di King's Joy. Oggi Gary dirige la cucina, mentre la sorella Mia è responsabile della pasticceria.

King's Joy oggi
Dal 2012 il ristorante è diventato una meta ricercata da imprenditori, artisti, personalità internazionali e capi di Stato in visita ufficiale. Tra gli ospiti figurano Rupert Murdoch, Ashin, cantante della band taiwanese Mayday, il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e il premier spagnolo Pedro Sánchez. La notorietà, però, non deriva soltanto dall'elenco degli ospiti illustri. King's Joy ha contribuito a modificare la percezione stessa della cucina vegetariana in Cina. Per secoli l'alimentazione priva di carne è stata associata soprattutto alla tradizione buddhista o a uno stile di vita sobrio. Qui, invece, gli ortaggi diventano protagonisti assoluti di un'esperienza gastronomica di lusso. Il menu cambia ogni due settimane seguendo i ventiquattro periodi solari del calendario tradizionale cinese, molto più articolato della semplice alternanza tra primavera, estate, autunno e inverno. Possono così comparire preparazioni come i fili di riso della Manciuria con tartufo nero e gigli, zuppe preparate con midollo di bambù, budini al latte profumati all'osmanto oppure ingredienti poco conosciuti anche fuori dalla Cina, come il seme di gorgon, utilizzato accanto a piselli e anacardi. Il percorso può essere accompagnato da tè, vini oppure bevande fermentate realizzate direttamente dal ristorante.

L'obiettivo dello chef è dimostrare che le verdure meritano lo stesso rispetto normalmente riservato ai prodotti animali. «La cucina cinese possiede già un patrimonio straordinario di tecniche, sviluppo dei sapori e raffinatezza culinaria. Eppure molti ristoranti continuano a trattare le verdure come semplici comparse. È un peccato», osserva. Poi aggiunge una riflessione che fotografa bene il momento attraversato dalla gastronomia del suo Paese: «Paradossalmente Thailandia, India e perfino molti Paesi occidentali hanno sviluppato una cultura vegetariana molto vivace. In Cina dovrebbe essere naturale poter gustare una grande cucina vegetale». Curiosamente, Gary Yin sottolinea che la maggior parte dei clienti non segue un'alimentazione vegetariana. Arrivano per curiosità, per celebrare un'occasione importante o semplicemente per scoprire una cucina che riesce a sorprendere senza ricorrere agli ingredienti normalmente associati al lusso. Il servizio prevede percorsi individuali anziché grandi piatti condivisi, i menu sono disponibili sia in cinese sia in inglese e gran parte del personale comunica fluentemente in entrambe le lingue, dettaglio che rende King's Joy una meta sempre più apprezzata anche dai viaggiatori stranieri.

Alla fine, il caso del ristorante racconta molto più di una presunta lista nera destinata ai funzionari pubblici. Parla di un Paese che prova a ridefinire il proprio racconto gastronomico, trasformando la cucina vegetale in un linguaggio contemporaneo, capace di dialogare con il mondo senza rinunciare alle proprie radici. Una rivoluzione silenziosa, costruita foglia dopo foglia, che dimostra come persino un cavolo, un fungo o una radice possano diventare il centro della tavola quando tecnica, cultura e sensibilità camminano nella stessa direzione.