Chicco Cerea: “com’è cambiata la mia vita in trincea nella mensa dell’ospedale da campo di Bergamo”

Chicco Cerea e la sua famiglia non si sono mai fermati: il lavoro prosegue indefesso, sebbene tutt’intorno non lampeggino gli abiti da sera e le sirene delle ambulanze, come in una guerra, abbiano sopraffatto il tintinnare dei brindisi.

0
266
La Notizia

Mascherina chirurgica e giacca bianca, sopra un paio di jeans da battaglia. Nell’epicentro della pandemia, Bergamo, Chicco Cerea e la sua famiglia non si sono mai fermati: il lavoro prosegue indefesso, sebbene tutt’intorno non lampeggino gli abiti da sera e le sirene delle ambulanze, come in una guerra, abbiano sopraffatto il tintinnare dei brindisi. È nel DNA di famiglia, insieme agli occhi chiari e a una cordialità disarmante, che avvince il ristorante al suo popolo. Quello che fino a un mese fa animava le sale del ristorante, in connessione sentimentale con la sua eccellenza.

E proprio alla gente che i Cerea hanno voluto legarsi ancora più strettamente, ora che il distanziamento è una norma salvavita.La cosa che mi ha colpito di più, quando sono entrato nella mensa, sono stati i tavoli da 4, occupati da un’unica persona, cosicché ci sono al massimo 35 coperti, come in un fine dining. Ma al posto del chiacchiericcio, delle risate, dell’atmosfera rilassata, il silenzio è tombale. Ognuno siede raccolto nel suo spazio, qualcosa che inizialmente mi ha turbato”.

Qui, presso l’ospedale da campo allestito nella fiera di Bergamo, Chicco passa ogni mattina, perché è di strada verso la Cantalupa, dove prosegue il delivery; poi rientra la sera per controllare le celle e il menu della cena. “È da una decina di giorni che ci siamo posizionati. Quando la struttura era ancora in preparazione, siamo venuti a conoscenza del progetto attraverso amici della Protezione Civile collegati all’Associazione Nazionale Alpini e ci siamo offerti di gestire la mensa. Inizialmente pensavamo anche ai degenti, che però richiedono un vitto speciale, quindi ci siamo limitati al personale. Superata qualche criticità burocratica, siamo riusciti a intervenire e abbiamo dato la nostra disponibilità almeno fino alla fine di luglio”.

Avevamo la forza umana, i nostri ragazzi, ma ci mancava la merce. Così abbiamo lanciato un appello cui hanno risposto più di mille aziende, dalla grande distribuzione agli artigiani locali., dandoci di tutto. In tavola portiamo salmone e pesce spada affumicato, prosciutto di cervo e black cod. Abbiamo visto un cuore grande, grande, grande. Tanto che è stato difficile arrestare la generosità e far capire che la situazione si sarebbe protratta, quindi era necessario dilazionare. Considerata la mole di oltre 200 bancali, ci siamo appoggiati ai magazzini dell’Italtrans, una logistica fortissima, che si è messa a disposizione. Ma non volevamo che i prodotti deperibili andassero persi, così con l’aiuto degli alpini e del gabinetto del sindaco Gori stiamo preparando 10mila pacchi da distribuire alle famiglie contenenti beni di prima necessità, come pasta e riso, ma anche qualche sfizio, come le uova di Pasqua. Penso che darà gioia e sollievo a tanti”.

Come Da Vittorio e ViCook sono operative circa quindici persone fra uffici, logistica, cuochi e inservienti che coprono a turno colazioni, pranzi e cene di 250 persone al giorno, compresi i medici di Emergency e i russi. E non dimenticheremo la Pasqua, serviremo anzi il capretto con la polentina, il radicchietto con le uova sode, la pasta con gli asparagi e la torta di erbette”.