È arrivato il primo ristorante gourmet sotto le piramidi, continua la campagna d’Egitto di Giorgio Diana

La location sicuramente non manca a Giorgio Diana, brand chef e socio del gruppo Pier 88, che si appresta a inaugurare il suo sesto ristorante in Egitto. All’ombra delle Piramidi.

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Giorgio Diana
La Notizia

Non si ferma la campagna d’Egitto di Giorgio Diana, trentenne di origini sarde cha da 4 anni officia nel paese del Nilo. Già alla guida dei ristoranti del gruppo Pier 88, che macinano coperti grazie a numeri impossibili in Italia, si prepara a una nuova inaugurazione ai primi di febbraio.

Perché non c’è 5 senza 6, 7, 8… E non sarà un ristorante qualsiasi: ospitato nel complesso residenziale di lusso denominato Pyramids Hills, porterà il suo nome (Pyramids Hills by Giorgio Diana) nell’hot-spot del turismo mondiale, fra Cheope e Chefren. A dimostrazione che l’alta cucina è sempre più globale.

Giorgio Diana

Attualmente è in corso il soft opening e presto sarò socio a tutti gli effetti, oltre che brand chef. Ma non abbiamo intenzione di fermarci: in agenda ci sono altre due aperture fuori dai confini nazionali, a Cipro e a Beirut, nel corso del 2020”, dice. “Proporremo una cucina mediterranea internazionali, con influenze asiatiche e tecniche molecolari. Siamo probabilmente i primi a tentare un’impresa del genere in Egitto, paese che peraltro sta crescendo, in termini turistici e non solo. Abbiamo una cospicua clientela autoctona, composta di egiziani che viaggiano e non hanno certamente problemi nell’approcciare la nostra tavola. Un target in evoluzione: quando sono arrivato chiedevano la pasta ben cotta, mentre adesso va bene solo al dente”.

Il mercato sembra quindi pronto per un degustazione senza carta, nelle formule da 4, 6 o 8 portate, rigorosamente stagionali, al prezzo di 35, 50 e 65 euro senza wine pairing. I coperti sono una quarantina, i cuochi addirittura 16, più 4 lavapiatti, in gran parte arabi. “Vogliamo proporre una nuova interpretazione del cibo, nel rispetto delle tradizioni locali, ma al passo con la contemporaneità. Oriente significa wagyu, coriandolo, wasabi, soia. Ma non avrebbe senso proporre il maiale, a dispetto della presenza di cristiani. In Egitto ho scoperto prodotti straordinari, sconosciuti o snobbati in patria. Per esempio le lumache del deserto, che prosperano vicino al laghi naturali e sono un po’ più grandi delle nostre; gli asparagi selvatici e certi gamberi di fiume che sembrano aragoste; la yucca, una palma in miniatura che qui non pensavano fosse commestibili, le anatre e tanta altra roba.  Anche se il grosso continua ad arrivare dall’Italia e dal resto del mondo, come il dentice glacier 51, che vive alla profondità di 2000 metri e ha carni bianchissime”.

L’omaggio all’Egitto è anche in piatti come la molokhia, solitamente una zuppa, rielaborata in forma più moderna con una gelatina del vegetale e la mousse di melanzane alla brace. La stessa carta dei vini passa in rassegna le regioni e i blasoni nazionali, da Jardin du Nil a Château de Granville, a base di vitigni europei, italiani e soprattutto francesi. “La produzione nazionale sta crescendo, grazie all’impianto di varietà alloctone. Resta il problema dell’importazione, con ricarichi anche del 300%”.